MAX DU VEUZIT.
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Arletta e la sua ombra.
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Titolo originale: Arlette et son ombre.  
1968. Casa Editrice A. Salani, FIRENZE.
Collezione: I romanzi della rosa. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Obbligata a fuggire di casa, Arletta si rifugia a Parigi dove, con l'aiuto di un'amica trova una occupazione. Ma le ragioni che l'avevano spinta alla fuga l'obbligano ora a una grave decisione; e il nuovo passo compiuto segna l'inizio di una serie di impreviste e inprevedibili avventure, magistralmente descritte.
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L'AUTRICE.
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Max du Veuzit  il pseudonimo di Alphonsine Zphirine Vavasseur, nata a Petit-Quevilly il 29 ottobre 1876 e morta a Bois-Colombes il 15 aprile 1952. 
 stata una scrittrice di lingua francese, autrice di molti romanzi sentimentali di grande successo. 
Nel 1902, fu ammessa alla Socit des Gens de Lettres. Sempre nel 1902 fu membro della Society of Dramatic Authors e della Society of Geography.
Fu nominata cavaliere della Legione d'Onore con decreto del 9 aprile 1952. Un premio letterario che porta il suo nome viene assegnato dalla Socit des Gens de Lettres all'autore del romanzo pi riprodotto degli ultimi quattro anni.
Si tratta di unautrice dalla produzione numerosa e di successo, anche se la critica ha dato poco lustro alle sue opere. 
Il suo pi appassionato lettore fu il marito, Franois Simonet, che la incoraggi sempre a scrivere e fu anche colui che le sugger lo pseudonimo con cui Alphonsine divent poi famosa. Scrisse oltre 40 romanzi e alcune opere teatrali e, pur essendo una fervente cattolica scrisse opere giudicate allepoca quasi audaci, al punto da venir messe allindice dallabate Bethlem nel 1932 con laccusa di amoralit  accusa alla quale Alphonsine rispose intentando una causa, che vinse, contro il religioso.
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Arletta e la sua ombra.
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Francina Montel si era alzata per andare a ricevere
il visitatore che in quell'istante aveva sonato
il campanello.
Nella penombra del vestibolo apparve una figura
femminile che la padrona di casa riconobbe
subito.
- Oh, Arletta! Che bella sorpresa!... Buon
giorno, cara!
- Buon giorno, Francina, - rispose con voce
dolce la nuova arrivata. - Ti disturbo?
- No davvero! Entra pure. -
La giovane donna teneva per le spalle Arletta
Dalimours sua amica d'infanzia e la guardava
con affettuoso stupore.
- Che sorpresa! Non mi aspettavo davvero di
vederti! -
Si abbracciarono di nuovo con affetto, felici di
ritrovarsi insieme dopo tanti mesi di separazione.
Finite le effusioni, Francina condusse l'amica
verso il salotto da pranzo, dove lavorava accanto
ai suoi due bambini, e fin dalla soglia cominci
allegramente le presentazioni.
- Ecco i miei due piccini. Era un pezzo che
non li vedevi. Ecco Filippo che tu conosci bene,
e Claudina che  cresciuta molto, non  vero?
- S,  cresciuta!... Sono davvero bellissimi
tutt'e due! -
La visitatrice aveva attirato a s maternamente
i due piccini e li osservava con tenerezza.
Una nube le oscur la fronte pallida.
- Una madre deve essere felice di avere dei
bimbi cos belli... -
S'interruppe, sospir, poi soggiunse, come in
sogno:
- La vera felicit per una donna  vivere per
i figli... ah, ti invidio, Francina! - soggiunse
con maggiore vivacit. - Non immagini quanta
ricchezza tu possegga.
- Con un buon marito per giunta.
- S, certo, col padre loro, il buon Andrea!
Ora che ci penso: come sta?
- Ma... benissimo, - rispose l'altra ridendo.
- Perch ridi? - chiese Arletta; e un po' confusa
continu: - Ho detto qualcosa di strano?
- No, anzi; ma ho riso del tuo ora che ci
penso riferito ad Andrea. Come se tu avessi potuto
dimenticare mio marito!
- No, certo non lo dimentico; ma forse ho
pensato senza volere che un uomo non  in modo
assoluto necessario alla felicit di una donna. -
Francina guard l'amica con stupore.
Che cosa le prendeva, ad Arletta, per enunziare
simili idee?
L'altra, che aveva visto la sorpresa dell'amica
e indovinato ci che ella pensava, si mise a ridere.
- Non ci badare, cara! Sono un po' sbalordita
di trovarmi in casa tua... in questa Parigi cos
rumorosa, cos animata. La testa si confonde e le
idee vi si affollano tanto, che non vi  tempo di
approfondirle.... specialmente quando, come me,
non si ha l'abitudine di vedere tanta gente e
tante cose. -
Francina non rispose. Il tono dell'amica era
forzato. E perch parlava tanto e cos febbrilmente?
La giovane madre, si era seduta davanti ad Arletta,
e al disopra delle teste dei suoi due piccini
osservava con affetto la fanciulla.
Frattanto esprimeva ad alta voce le conclusioni
del suo esame.
- Un po' pallida... i lineamenti affilati. E perch
quello sguardo? Tristezza?... Diamine! C'
qualcosa che non va bene a casa tua? Ma no,
divago; se tu sei qui, in gita nella capitale, 
segno che tutto va bene. E se in quegli occhioni
c' un velo di malinconia,  perch da qualche
giorno la signorina Arletta abusa a Parigi del
suo tempo e della sua giovent! Troppi divertimenti,
perbacco! Sei stanca, ecco tutto. -
La fanciulla ebbe un sorriso un po' triste.
- Ahim!... - rispose con dolcezza. - In
quanto a distrazioni... ho avuto dei divertimenti
piuttosto strani. -
La sua aria abbattuta preoccup la compagna.
Aveva capito a un tratto che la visita di Arletta
era dovuta a qualche grave avvenimento.
- Dimmi, dimmi che cosa  accaduto? - chiese
con autorit. - Ma prima di tutto metti gi
Filippo e siediti. Ora racconta. -
Arletta aveva eseguito l'ordine in silenzio; poi,
non sapendo come cominciare, cercando le parole,
disse con imbarazzo:
- Ci che sto per dirti, cara, ti sorprender.
Sono a Parigi gi da dodici giorni.
- Dodici giorni? Questa poi!... E vieni a trovarmi
soltanto oggi? -
Francina sembrava offesa, ma Arletta le prese
una mano con dolcezza.
- Non adirarti. Mi  stato impossibile venire
prima. Ho avuto tante preoccupazioni, sai...
- Preoccupazioni? Ma perch? Come mai? -
Siccome l'altra alzava le spalle con stanchezza,
Francina la incalz di domande.
- Ma via... non capisco! Vuoi spiegarti? Mi
metti in curiosit... Prima di tutto, procediamo
con ordine: tua madre?
- La mamma, naturalmente,  a Battenville.
- E il signor Lebredel?
- Il mio patrigno si occupa sempre della sua
farmacia. Egli crea nuovi prodotti per il sollievo
dei malati e la prosperit della ditta. Io sono
qui. -
Si interruppe, e davanti allo sguardo un poco
duro dell'amica protest con dolcezza:
- Non farmi quegli occhi, cara! Sono a Parigi
per lavorare. La cosa  semplice e naturale.
- Troppo semplice, troppo naturale perch io
capisca di primo acchito.
- Ti spiego: ho trovato un impiego. Mi guadagner
la vita. Da ora in avanti devo fare assegnamento
soltanto su me stessa... su me sola.
- Che cosa mi dici? Se ho capito bene, tu
non vivi pi con i tuoi genitori? Sei sola a Parigi?
- S. Ti pare un fatto straordinario?
- Assolutamente sbalorditivo. -
E senza dubbio per dare pi peso alla sua affermazione
Francina abbandon le braccia lungo il corpo.
Colpita dall'enormit del fatto che Arletta le
aveva rivelato, la giovane madre esclam ancora,
come in un lamento:
- Hai lasciato tua madre! L'hai lasciata!
- S, - conferm l'altra con stanchezza. -
E non senza dispiacere, credilo. -
Francina, un po' sbalordita, guard l'amica
come se la vedesse per la prima volta.
Dopo un breve silenzio durante il quale tutte
le supposizioni sfilarono nel suo cervello, domand:
- Sar soltanto una crisi, un brutto momento
che passer, non  vero? Via, spiegati.
- Ho lasciato mia madre per sempre. -
La seriet del tono, le sillabe scandite lentamente,
non lasciavano dubbi sul carattere irrevocabile
della risoluzione presa. Questa volta il
silenzio si fece pesante, penoso... tanto pesante
e tanto penoso, che prolungandosi gravava sulle
due amiche.
Il contrasto della personalit delle due donne
era veramente notevole: Francina, di statura un
po' pi alta e di lineamenti pi marcati, portava
con la maturit dei suoi ventotto anni quella
della doppia maternit, e aveva l'espressione riposata
e calma di una mamma felice; Arletta invece,
che sfuggiva in quel momento il destino
che le era imposto, nonostante i suoi ventidue
anni portava impresso nel viso un marchio di
seriet che rivelava profonde preoccupazioni.
Spaventata dalla notizia imprevista, Francina
cercava di spiegarsela naturalmente.
- So bene che la signora Lebredel non  una
mamma molto affettuosa... almeno non tanto,
quanto avrebbe voluto il tuo carattere bisognoso
di tenerezza... -
Arletta scosse lentamente la testa.
- Non ho lasciato Battenville per via della
mamma...
- Allora non ti capisco. -
E riscaldandosi a un tratto:
- Insomma, spiegati! Stai qui davanti a me
come una sfinge, mentre io, non bene informata,
mi sforzo a fare mille supposizioni! Mi tieni sui
carboni ardenti, perch temo per te! -
Siccome l'altra abbozzava un gesto di protesta,
la giovane madre soggiunse:
- Ho piena fiducia in te, questo si capisce;
ma per carit dimmi subito tutto! -
Quasi per forza, esitando e abbassando la voce,
l'altra confess penosamente il crudele segreto.
- E stato a cagione del mio patrigno.
- Eh?... Del tuo patrigno?
- S.
- Maurizio Lebredel ti rendeva la vita difficile?
Un uomo cos calmo, cos mite in apparenza!
- Troppo calmo in apparenza! E anche troppo
mite! -
Poi, timidamente:
- Non occorre che ti ricordi come egli non mi
abbia mai considerata sua figlia. Quando spos
la mamma avevo dodici anni; ero gi quasi una
fanciulla, mentre egli aveva appena trent'anni...
con tutto ci che quell'et comporta per un
uomo!
- Egli non ignorava la tua esistenza. Tua
madre diceva che sarebbe stato un vero padre
per te... -
Arletta abbozz un gesto di diniego.
- Mia madre? Era felice di risposarsi con un
marito giovane che ella amava! Pensa: un marito
che aveva otto anni meno di lei! Non poteva
pensare ad altro; ci era talmente inatteso, che
ne era stupita.
- Un prolungamento di civetteria in lei.
- Non lo credo, - rispose Arletta con un sospiro
di rimpianto. - Credo piuttosto che fosse
una specie di rivincita... un compenso che le si
offriva, giacch bisogna pensare a ci che deve
essere stata la sua vita accanto al mio povero
babbo... uno scienziato.
- Era un brav'uomo.
- Certamente! E non era colpa sua se mia
madre non poteva essere felice accanto a lui.
Quando un uomo  preso da un ideale... da un
lavoro cerebrale, dimentica un po' quelli che lo
circondano... i suoi cari gli appaiono soltanto
come incidenti insignificanti.
- Il signor Dalimours era la perla degli uomini! -
protest Francina con calore.
Un pallido sorriso err sulle labbra della ragazza.
- Io volevo un gran bene a mio padre e sono
felice che tu serbi di lui un cos buon ricordo.
Ma egli era anche uno scienziato, e uno scienziato,
cara Francina, non rende mai molto felice
una donna. Si occupa di ricerche, di scienza,
mette il naso nei grossi libri... ma quanto al
resto... -
L'altra sembr colpita.
- Mio Dio! Forse  vero, non ci avevo mai
pensato...
- S, purtroppo. Mio padre, senza accorgersene,
finiva col dimenticare la mamma. Non si
accorgeva nemmeno pi che in casa vi era una
donna giovane e bella, giacch la mamma era
bella... non era mica come me. Si occupava egli
forse delle minuzie che costituivano la vita di
lei? -
Francina osserv con seriet:
- Capisco. L'uomo  spesso l'artefice della
propria infelicit... pi di quanto egli non creda,
ne sono certa.
- Appunto! Ma per tornare al matrimonio
della mamma, credo che in fondo la mia cara
bambinona, come io la chiamavo, non abbia
trovato accanto a mio padre tutta la felicit alla
quale aveva diritto. Cos, quando Maurizio entr
nella sua vita, come avrebbe potuto resistere alle
sue cortesie? Egli concentrava-su lei tutte le attenzioni.
Le faceva una corte riguardosa, unendo
il rispetto all'amore... aggiungendo cos il
fascino e la distinzione ad altre attrattive di minor
qualit, ma non meno apprezzabili.
-  evidente. Quel farmacista vivace, allegro,
di piacevole conversazione, era in certo qual
modo l'idolo di tutti a Battenville. Si capisce che
tua madre ne sia stata conquistata.
- Capisci?... Ella non poteva pensare molto
a me.
- Soprattutto perch era ancora giovane...
non dimostrava affatto l'et che aveva. Accanto
a te sembrava quasi una sorella maggiore.
-  vero; e anche la mia presenza in casa
contribuiva a illuderla in questo senso. Il fatto
che io sembravo la sua sorellina l'aiutava a dimenticare
gli otto anni che aveva pi di Maurizio.
Purtroppo, in ugual modo, ella non aveva
pensato che sarei cresciuta e diventata anch'io
una ragazza... -
S'interruppe, poi soggiunse, esitando:
- Bada che io non accuso mia madre di non
avermi amata, tutt'altro! Ma accanto al marito
giovane che ella ama tanto, figurati che seccatura
pu essere la presenza di una ragazza in et da
marito...
- Davvero! - ammise Francina stupita di
non aver fatto da s quell'osservazione. - Mi
ricordo che la nascita del tuo fratellino fu per
lei un trionfo.
- S, quando Marcello nacque fu una grande
felicit in casa. Quel fantolino poneva mia madre
tra le giovani spose. Ed ella dimentic me
e i miei quattordici anni. Per dire la verit contavo
poco anche prima di quella nascita; ma
dopo non contai pi nulla. -
Aveva pronunziato queste ultime parole con
un sorriso un po' triste, e Francina approv.
- Evidentemente la sorella maggiore si trov
confinata al grado di bambinaia.
- Mah! Facevo con piacere tutti quei lavoretti,
quelle faccenduole elementari... sopportavo
le piccole noie familiari. Ci non mi dispiaceva.
Mia madre e Marcello erano tutto per
me. Non credo di aver mai... -
Tacque; poi, dopo qualche istante di riflessione
in cui pot approfondire i ricordi del cuore,
spieg:
- Amavo mio fratello, amavo la mia cara
bambinona. Forse ho pianto qualche volta nel
mio lettino, come piange ogni bambina priva di
tenerezza, di baci e di tutte quelle dolci espansioni
che sono necessarie all'inizio della vita. Ma
passata la crisi non restava nessun rancore in
me. Anzi, Francina, quella espressione la mia
cara bambinona venutami spontaneamente alle
labbra per indicare mia madre, non prova forse
che io vedevo in lei piuttosto una sorella amatissima
che non una mamma? Non hai osservato
anche tu che ero la prima a evitarle ogni noia,
a contribuire a farla bella? Giacch io l'ammiravo
ingenuamente, sinceramente, quasi con devozione.
Ah, tutto ci resta per me il bel passato!
- Perci non capisco come tu possa averla
lasciata.
- Ah, s, ecco...! -
Ci fu un nuovo silenzio.
Qualche lacrima brill negli occhi di Arletta a
certi ricordi dolorosi, e per spiegare con discrezione
la vera cagione del volontario esilio, ella
cerc le parole, lentamente, un po' impacciata.
- Arrivai a sedici anni... poi a diciotto... poi
a venti. Il fratellino continuava a creare intorno
a mia madre il simbolo della mammina giovane;
ma io, la maggiore, la figliuola grande? Fatalmente,
recitavo una parte contraria; minacciavo
di distruggere l'armonia. La mia sola presenza
non bastava forse a ricordare la vera et della
mamma? Credo che ci dovesse essere atroce per
una donna cos giovane... per una fanciullona
come  sempre stata la mia mamma... per quella
cara bambola, carina, deliziosa, tutta grazia e
sorriso!
- Lo immagino, infatti, ma non riesco a capirlo,
- rispose Francina riflessiva. -  vero
che la mia condizione  cos diversa dalla tua,
che qualsiasi mio apprezzamento  falsato in anticipo.
Eppure, Arletta, qualunque fosse il dispiacere
che tu potevi provare per questo stato
di cose, non vedo un motivo sufficiente per giungere
a una rottura che mi preoccupa tanto.
- Abbi pazienza e capirai! - rispose la fanciulla
che forse si vergognava un poco a entrare
nei particolari. - Intanto puoi immaginare la
mia condizione.. Se almeno se ne fosse accorta soltanto
mia madre che ero diventata una ragazza
da marito e che gli uomini gi mi guardavano!
Mi ricordo ora che l'anno scorso ella tent di
farmi sposare a un amico del mio povero babbo.
- Il signor Dupernois?
- S, lui. Aveva quarantotto anni, era pi
vecchio di mia madre. Ma non avrei pi abitato
a Battenville, vicino a lei... m'intendi? -
Francina sussult.
- Era per questo motivo?
- Purtroppo! Involontariamente... senza ragionarci
sopra... giacch la mia mammina vuole
bene anche a me, sai?
- Si capisce, una madre!
- Insomma, s... bench questa non sia sempre
una valida ragione. Ho pensato che forse
feci male a trascurare quell'occasione che mi si
offriva; non avrei dovuto rifiutare quel partito.
Ora capisco che quel matrimonio accomodava le
cose. Prima di tutto sarei andata via da casa al
braccio di un marito agiato, ci che era un vantaggio
per me; poi, la mamma entrava in possesso
della rendita lasciata dalla zia Eufrasia. Infine
avrei evitato altri inconvenienti pi gravi
che ben presto dovevano minacciarmi. Ti scrissi
a quel tempo, ricordi?
- S. Ero sdegnata che alla signora Lebredel
potesse venire l'idea di un simile matrimonio.
Anche mio marito ne fu disgustato. Non puoi
immaginare tutte le riflessioni che faceva contro
tua madre. Non ammetteva questa contraddizione:
lei che aveva sposato un marito giovane,
osava proporre a te, pi giovane, un cinquantenne.
Un uomo anziano!
- Costui mi sposava... ecco tutto I Io mi maritavo,
e questo era l'importante.
- Ma perch?
- Non dimenticare le clausole del testamento
di mia zia.
- Non so niente. Quali sono, con precisione,
quelle famose clausole?
- A prima vista possono apparire bizzarre...
soprattutto per chi non conosce il carattere leggero
della mia cara bambinona. Io sono sicura
che la zia Eufrasia mirava soltanto alla felicit
di tutti. Temeva che mia madre aspirasse a vedermi
un giorno entrare in convento: una figliuola
grande fa apparire vecchia la madre;
una monaca invece non si vede, si dimentica.
Allora, per evitarmi questa possibilit che ella
considerava come una disgrazia irreparabile
(un'idea sua, giacch stimava che il compito
della donna  di essere madre, quindi sposa),
ella mi lasci tutti i suoi averi, che ammontano
a una cifra non disprezzabile, a due condizioni.
- Quali?
- Prima: devo entrare in possesso del capitale
soltanto il giorno in cui mi sposer; seconda:
mia madre ne godr la rendita vita naturale
durante. Capisci dunque come ella abbia tutto
l'interesse che io mi sposi... anche se dei nipotini
devono farla diventare nonna.
- Tua zia  stata previdente.
- Senza dubbio. -
Sospir.
- Quantunque... -
S'interruppe, poi riprese con aria desolata:
- Una cosa  certa: io non amavo il signor
Dupernois e non potevo concepire la mia vita legata
a quella di un uomo che aveva l'et di mio
padre.
-  giusto.
- Eppure, me ne accorgo ora, quella era una
soluzione. Egli aveva una bella condizione sociale
di cui mia madre mi aveva fatto rilevare
tutti i vantaggi. Non avrei dovuto disprezzare
quelle considerazioni. -
Francina si mise a ridere.
- Bisogna credere che, per fortuna, quel matrimonio
non fosse scritto nel tuo destino. -
La fanciulla scosse un po' la testa, poi chiudendo
gli occhi su una visione interna molto penosa,
sospir:
- Eppure, bisogna riconoscerlo, non era brillante
il mio destino!... I giorni che seguirono,
dopo che ebbi rifiutato quel vecchio marito, non
furono tra i pi felici della mia esistenza.
- Che situazione!... Il classico conflitto tra
l'amore passionale e l'amore materno. Tutte queste
complicazioni, a me che ho avuto una vita
cos semplice e diritta, danno le vertigini. Quanto
devi averne sofferto, bambina mia! -
In uno slancio affettuoso Francina attir a s
la testa dell'amica e la tenne per qualche istante
appoggiata alla sua spalla; poi le dette un bacio.
La invit quindi a continuare il racconto.
- Che cosa posso dirti ancora? - fece Arletta
con tristezza. - Lo scontento di mia madre?
Gli inevitabili mutismi che erano un biasimo
permanente? Puoi immaginartelo. Alla lunga
tutto forse si sarebbe accomodato, se talvolta
non accadesse che minimi fatti provocano conseguenze
impreviste. Qualcuno fu piuttosto soddisfatto
del mio rifiuto, contrariamente a quanto
si sarebbe creduto: Maurizio Lebredel, che pur
triturando i suoi prodotti scopr nuovi orizzonti...
e si affrett a esplorarli. -
Negli occhi della giovane donna pass un lampo
di stupore.
- No!... Possibile?... Maurizio Lebredel?
- S. Era bastato che un uomo mi avesse chiesta
in matrimonio. Cominci a starmi sempre
alle calcagna, e un giorno disse certe parole... -
S'interruppe, terribilmente impacciata.
- E allora? - incalz Francina i cui occhioni
franchi erano pieni di sdegno.
- Allora, sai... - riprese Arletta coraggiosamente
- ero cos fiduciosa... e stupida! Non
capii... non cercai nemmeno di capire. Forse
feci male...
- Che cosa facesti? - chiese inquieta la giovane
madre.
- Scioccamente, mi misi a ridere, - confess
Arletta - come se si fosse trattato di una spiritosaggine
o di un madrigale! Presi quelle parole
per un semplice complimento... il complimento
di un uomo che non era mio padre ma
che, in fondo, era il marito di mia madre, il mio
secondo padre. -
Francina aveva aggrottato le sopracciglia cercando
di ricostruire la scena.
- Egli forse credette che tu ridessi per civetteria?
Ci vuol tanto poco per fare scattare un
uomo.
- Che vuoi, amica mia, - riconobbe Arletta
- non mi era mai venuto in mente che quell'uomo
ammogliato, amato alla follia da mia madre,
potesse nemmeno essere sfiorato da un cattivo
pensiero per me...
- E... sei sicura? Non ti sei un po' esaltata?
L'immaginazione ricama tanto presto su una
parola... tanto pi che dici di non aver capito,
l per l. -
Ma Arletta scosse la testa lentamente, con seriet.
- No... vi sono certe cose... se tu sapessi!
Alla fine ero come pazza, capisci?
- Che sciagura!
- Tanto che mi chiesi, pensando alla mamma
che avrebbe potuto sapere tutto, se non era preferibile
sparire. No, non guardarmi con quegli
occhi! Te lo giuro, pensai a morire. Ma avevo
venti anni, e quando la salute  buona, l'idea
della morte per sfuggire ai dolori della vita non
dura a lungo; l'istinto della conservazione resta
intatto. Il grande viaggio! Va bene per chi non
ha pi nessuna speranza. Eppoi, io amavo mia
madre, amavo il mio fratellino, e senza dubbio
amavo anche la vita! Tutto ci concorse a calmarmi,
a farmi ragionare. Finii con lo sperare
che le cose si accomodassero da s. Dicevo a me
stessa che il patrigno doveva aver avuto un momento
di aberrazione. A giudicarne da quanto si
sente raccontare dappertutto, gli uomini sono parecchio
birbi, in fondo! Sono intraprendenti per
natura, a quel che pare. Insomma, come vedi,
il ragionamento mi disponeva all'indulgenza.
- Era molto meglio che pensare al suicidio.
- Ma non era una cosa molto pi assennata,
perch m'ingannavo.
- Non era finita dunque?
- Purtroppo no! Fu una lotta continua, di
ogni giorno; e tacevo per evitare un dolore alla
mamma.
- La quale, naturalmente, non si accorgeva
di niente! - esclam Francina sdegnata.
Arletta scosse la testa.
- Per fortuna!... - rispose. - Tuttavia la
mamma mi rimbrottava di continuo, per dei
nonnulla. Mi rimproverava di essere vanitosa,
troppo ben pettinata... di aver troppa cura dei
miei collettini bianchi che lavavo e stiravo tutti
i giorni. E per cercare di contentarla mi tiravo
indietro i capelli, li tenevo lisci, evitavo ogni ricerca
di civetteria nei miei vestiti; diventavo insomma
una vera Cenerentola, senza grazia e senza
sorriso...
- Poverina!
- Eppure, - continu Arletta con aria abbattuta
- amavo molto mia madre. Ma come mi
facevano male i suoi rimproveri ingiusti! Li sopportavo
tuttavia pensando che lo facevo per la sua
felicit e la sua pace. Ma poi... ah! -
Tacque e nascose tra le mani il viso arrossito
a un tratto alla rievocazione atroce di una scena
che ella non aveva voluto subire una seconda
volta.
Francina la guardava in silenzio.
Col pudore istintivo in ogni donna intu ci
che doveva essere accaduto. La mano affettuosa
si pos sulla spalla della fanciulla con un gesto
di conforto.
- Povera cara! - mormor con compassione.
- Ah, Francina, che ricordi! Un giorno la
coppa trabocc. Il mio patrigno fu odioso. Andai
fuori di me! Non ero pi io! Credo che se in
quel momento mi fosse capitato sotto mano un'arme
qualsiasi, non avrei esitato un attimo a usarla.
Ma pensa...! S, a questo ricordo fremo. Devi
capire, Francina, perch sono voluta partire. La
mia decisione era la sola logica e necessaria... la
sola possibile: fuggire, fuggire pi presto possibile,
fuggire lontano! -
Francina era commossa, quanto l'amica era
esaltata. Siccome le lacrime le bagnavano gli occhi
se li asciug con un fazzolettino tratto dalla
cintola, poi si soffi il naso.
- Arletta, - disse poi con convinzione profonda
- che disgrazia per te tutta questa faccenda!
- Capisci ora perch mi trovo qui?
- Non potevo indovinare.  inconcepibile!...
Ma... partire... venire a Parigi sola... senza
un'occupazione sicura, senza denaro!  finch
questo un fatto straordinario. -
Arletta alz le spalle con indifferenza.
- Se riesco a guadagnarmi la vita, tutto si accomoder.
Mi  sempre piaciuto il cucito. Anche
da piccola ero sempre appiccicata alle sarte che
venivano a lavorare in casa. Dopo la morte del
povero babbo, date le nostre condizioni finanziarie,
piuttosto precarie, la mamma mi mise a
imparare dalla signora Lobligeois. Fui felice di
quell'idea, senza sospettare che un giorno avrei
avuto bisogno di guadagnarmi la vita... -
Francina approv.
- Quella volta tua madre ebbe una buona
idea. Saper cucire  un mestiere.
- S, ma la cosa pi difficile, lasciando Battenville,
non era di fare un vestito... questo lo
so fare... i vestiti della mamma li facevo tutti
io; ma era partire. Dove andare? E come vivere?
- Qualcuno ti avr aiutata, a partire.
- No; la nostra domestica mi offr di andare
a Rouen da una sua zia che dirige un laboratorio...
ma era troppo vicino a casa, alla mamma...
al patrigno. Poteva darsi che mi ritrovassero.
Allora ebbi l'idea di scrivere alla
signora Lobligeois. La pregai di cercarmi un posto,
giacch essa abita a Parigi fin da quando eredit
il fondo della merceria tenuta un tempo da sua
sorella. Oh, fu una cosa svelta! Le avevo detto
che per me si trattava di vita o di morte. Non le
detti spiegazioni. Vi sono certe cose che si possono
raccontare soltanto alla propria amica... e
forse neppure a quella!
- Come, neppure a quella?
- Diamine, - fece Arletta ridendo - anche
tu sei stata sospettosa; cattiva!
- Perch mi sei cara, Arletta, e ti voglio senza
macchia.
- Ho ben capito, non dubitare! Non occorre
che tu ti scusi. Ma torniamo alla signora Lobligeois.
Quella buona donna deve aver capito che
qualcosa di serio mi costringeva a partire, e mi
trov ben presto lavoro in un laboratorio di Parigi.
- Sicch sei a posto?
- S, per fortuna.
- In una buona ditta?
- Credo di s.
- Perch non mi hai scritto? Si agisce cos
con coloro che ci vogliono bene?
- Non potevo raccontarti per lettera ci che
ti ho detto ora. Avevo paura che tu sospettassi
di me, che tu mi rimproverassi, come pareva tu
volessi fare sul principio delle mie spiegazioni.
Bisognava che ti spiegassi tutto a voce... e anche...
in assenza di tuo marito.
- Perch in assenza di Andrea?
- Perch sar furibondo con me.
- Niente affatto, capir benissimo la tua condizione.
- Temo soprattutto che la trovi irregolare.
- Tu sbagli. Andr sulle furie quando sapr
come si  condotto verso di te il signor Lebredel,
e non sono sicura che non si disponga a intervenire
energicamente presso quel brutto tipo,
quel... -
Con un gesto espressivo della mano Arletta le
tronc la parola.
-  un uomo, amica mia, un uomo come gli
altri. Non ho pi illusioni, nonostante la mia inesperienza.
Nelle citt piccole corrono di bocca in
bocca racconti di scandali e di intrighi. Se ne
sentono di tutti i colori. Non vi  un uomo sul
conto del quale non corra qualche storiella scabrosa...
vera o creata da apparenze comprovanti.
- La gente inventa tante cose!
- Ma ve ne sono delle vere.
- Forse. Insomma, eccoti a Parigi.
- S, cara, e per molto tempo. Vedi, il primo
momento di libert  per te. -
Con un gesto spontaneo si chin verso la giovane
madre e l'abbracci.
- Mia buona amica! Non ho pi che te. Tu
e tuo marito formerete la mia famiglia. La mia
famiglia per predilezione, per saggezza e per abitudini.
- E per cuore soprattutto, - rispose Francina
rendendole la carezza. - L'amicizia spesso vale
pi dei legami legali o del sangue.
-  vero! Tu ed io siamo cresciute insieme.
- Che dici? Ho sei anni pi di te.
- Ci non conta. Mia madre, bench abbia
venti anni pi di me,  pi giovane. Ero certamente
io la pi vecchia.
- Che tristezza! -
Gli occhi della fanciulla si riempirono di lacrime.
- No... ero felice. Amavo molto mia madre
e niente mi era pi caro di vezzeggiarla, di sacrificarmi
per lei... -
S'interruppe; un singhiozzo le stringeva la
gola giacch tutta l'infanzia le ritornava in
mente.
- E ora, - continu in un grido di disperazione
- sono sola... sola, e non la rivedr
pi! -
Il suo cuore, a lungo compresso, lasciava alfine
traboccare il dolore, ed ella singhiozzava,
non riuscendo a frenare quella crisi di lacrime
per troppo tempo trattenute.
- Perdonami!  cos stupido venire a piangere
qui in casa tua... ma bisognava che mi
sfogassi. Soffocavo di dolore dopo avere ricordato
tutte queste cose.
- Arletta mia cara, non ne parliamo pi. Devi
dimenticare. -
Francina aveva attirato maternamente sul suo
petto la testa dell'amica e con la confortante sensibilit
delle donne, mescolava le sue lacrime a
quelle dell'afflitta.
I due bambini, seri seri, inquieti per quella
effusione che non capivano, avevano smesso di
giocare e tendevano i loro visetti verso il gruppo
delle due amiche che piangevano una nelle braccia
dell'altra.
Arletta per prima scorse i due visini gi contratti
in una deliziosa smorfietta di pianto.
- Oh, Francina, che sciocche siamo! Guarda,
Filippo e Claudina hanno anch'essi le lacrime
agli occhi. Cari angioletti! Oh, poverini, ora piangono! -
Le due donne gi avevano preso in collo i
bambini e li coprivano di carezze, ridendo per
forza di quel piccolo intermezzo.
E mentre si asciugavano le guance bagnate dicevano
scherzosamente:
- Ridete subito, cari. Noi scherzavamo, sapete!
Non bisogna piangere. Facevamo per ridere!...
Oh, che tesori! Ecco, ora ridono! -
Per fortuna quell'incidente era venuto a interrompere
il lungo racconto che Arletta aveva
coraggiosamente preso a fare all'amica.
Questa ne profitt per condurre la fanciulla
in camera sua.
- Vieni, cara, rinfrescati! il viso, poi riposati
un poco. Per ora hai rinvangato abbastanza quei
dolorosi ricordi. Mentre starai un poco sdraiata
su questo divano io vado a dare da mangiare ai
bambini e a metterli a letto, giacch  l'ora di
preparare la cena.
- Allora ti lascio...
- No davvero! Cenerai con noi.
- Preferirei di no... Tuo marito mi fa un
po' paura, sai.
- Che idea!
- Sarebbe meglio che tu gli parlassi prima.
Temo che resti scandalizzato della mia partenza
da Battenville.
- Ma via! Che concetto ti fai del mio bravo
Andrea? Egli sa comprendere, non dubitare!...
Del resto, ti ho detto di riposarti un poco; io gli
parler per prima, ma voglio anche, e fermamente,
che tu resti con noi stasera. Dopo certe
confidenze tanto sconfortanti, hai bisogno di ritrovarti
in famiglia con noi. Dunque resta qui,
lo esigo.
- Mia buona Francina, come ti mostri affettuosa
con l'esiliata! Vieni, bisogna che ti dia
ancora un bacio. -
Spontaneamente, le salt al collo.
- Via, via, non ci inteneriamo pi... altrimenti
verser un mare di lacrime! Riposati, ho
detto. -
E ridendo la giovane donna si ecliss chiudendo
con cura la porta di camera.
Francina aveva mantenuto la promessa: al ritorno
di Andrea lo aveva subito informato dei
fatti della vita di Arletta.
L'uomo positivo e onesto, leale in ogni circostanza,
aveva provato quella santa collera che le
bruttezze umane suscitano nelle anime elette. Ed
era stato necessario tutto il peso dell'impegno
preso dalla moglie con l'amica, perch egli ritrovasse
abbastanza calma per non gridare il suo
sdegno e il suo disgusto per Lebredel. S, si sarebbe
contenuto perch Francina si era impegnata,
ma la cosa gli costava un grande sforzo.
Quando Arletta venne per mettersi a tavola,
Montel, impettito, chiaro lo sguardo, l'accolse a
mani tese con queste semplici parole:
- Sono felice, Arletta, di potervi offrire una
famiglia onesta in questa grande Parigi dove dovete
sentirvi un po' sperduta. Siete in casa vostra,
qui. -
La fanciulla prov una dolce commozione; le
lacrime le velavano i begli occhi quando li alz
verso Andrea.
Sentiva che quelle parole venivano tanto dal
cuore quanto dalla ragione di colui che le pronunziava,
d'accordo con la moglie.
L'atteggiamento di Andrea significava: La
lealt vi accoglie, poich siete leale; e il tono
delle parole completava: Una famiglia vi ammette
tra i suoi membri, perch siete onesta....
Ella strinse dunque con commossa gratitudine
le mani che si tendevano verso di lei.
E ognuna delle tre persone l riunite mise tutta
la propria sincerit in quella specie di firma a
un patto morale tra persone per bene.
Dopo queste prime effusioni, si misero a tavola.
Sul principio la conversazione sfior mille
argomenti; poi, siccome in fondo ciascuno pensava
alla stessa cosa, non tardarono a intavolare
quello che concerneva Arletta.
Andrea, che stava osservandola gi da qualche
minuto, disse a un tratto:
- Non avete buona cera, bambina mia. Da
quanto tempo siete a Parigi?
- Esattamente da dodici giorni.
- E lavorate?
- Sono stata tre giorni-soltanto prima di occupare
il mio posto. Il tempo di procurarmi un
alloggio, di andare a trovare la mia antica maestra
di cucito, di fare la conoscenza con la nuova
e di fissare con lei.
- Tutto questo sola e senza appoggi? - egli
insistette.
- S, sola, - assicur lei. - Bisognava bene
che me la cavassi.
- Dovevate venire a trovarci prima. -
Arletta arross a quel rimprovero.
- No, Andrea. Volevo venire qui soltanto a
cose concluse. Mi ripromettevo di mettervi in
presenza del fatto compiuto, giacch vi sono responsabilit
che bisogna prendere da soli, senza
costringere gli amici a condividerle. -
Egli sent la giustizia della sua deliberazione,
ma il tono rimase quello del fratello che rimprovera.
- Avevate soprattutto paura, tremenda monella,
che prima cercassi di accomodare le cose
con vostra madre.
-  vero, - confess la fanciulla timidamente.
- Voi non avreste mai permesso che fuggissi
in questa maniera.
- Certamente! Partendo cos vi siete messa
dalla parte del torto.
- Ma la tranquillit di mia madre... la sua
felicit anzi, sono state salve.
- S, bench... -
Alz le spalle, e un po' ironico soggiunse:
- Non capisco bene perch vostra madre sia
rimasta cos giovane, - continu. - Ella dimentica
troppo di possedere una figlia grande verso
la quale ha dei doveri. Insomma, lasciamo andare.
Dove lavorate, Arletta?
- In un laboratorio in via del Louvre. Guadagno
abbastanza bene.
- Davvero!... E quanto, se non sono indiscreto?
- Abbastanza da vivere. -
Andrea mand un leggero sibilo.
- Ne siete sicura? -
Il tono ironico aveva fatto sorridere Arletta.
- Diamine! In confronto a ci che si guadagna
a Battenville, sono pagata largamente.
- S, ma in confronto a ci che, si spende a
Parigi? Si vede bene che non conoscete le difficolt
della vita nelle grandi citt.
- Oh, spendo poco!... Una donna sola se la
cava sempre... La spesa pi pesante  l'affitto,
mi pare. Ho preso una camera ammobiliata.
- Dove?
- In via dei Piccoli Campi, a tetto, non lontano
dal luogo dove lavoro. Manca un po' di spazio
e di comodit... -
Francina sorrise.
- Lasciamo correre!... - disse ridendo.
- L'importante  che tu sappia dove andare a dormire
la sera.
- E poi, sono almeno in casa mia! Dalla finestra
godo un panorama splendido sopra i tetti
di Parigi.
- Per lo meno avete pi aria che nei piani
inferiori, - osserv Andrea che fino a questo
punto pareva approvare le disposizioni prese dalla
fanciulla.
- Tuttavia, appena potr, prender in affitto
una camera vuota e l'ammobilier a modo mio;
sar sempre meglio di una camera ammobiliata.
- Hai ragione, perch allora ti sentirai davvero
in casa tua, - osserv Francina. - Ci affezioniamo
di pi a ci che  nostro.
- E soprattutto disponiamo tutto secondo il
nostro gusto. -
Andrea la canzon.
- La signorina ha gi dei gusti da padrona
di casa?
- Oh, no davvero! - protest la fanciulla.
- Desidero soltanto un alloggino tranquillo, che
non sia la volgare camera ammobiliata.
- Ebbene, cercheremo di aiutarvi a trovarlo,
questo alloggino familiare. Francina  maravigliosa
per queste cose. Affidatevi a lei. Ma prima
di fare dei proponimenti per domani, parliamo
un poco di ieri, - egli soggiunse con l'autorit
di un uomo retto a cui non piace di tergiversare.
Arletta lo guard, interrogandolo con i suoi occhioni
di bambina.
- Ieri?
- S, bambina. Certo, sono felice di vedervi
tra noi; ma se avessi potuto scegliere le circostanze
che vi hanno condotta qui, avrei evitato
tutti i dispiaceri che avete dovuto soffrire.
- Non ne dubito! Francina e voi siete cos
buoni con me!
- Aspettate che vi abbiamo provato la nostra
bont con i fatti e non con le parole, prima di
cantare le nostre lodi. Intanto parlatemi della
vostra partenza. Come and?
- In modo semplicissimo, Andrea. Riunii ci
che mi apparteneva, dei vestitucci e qualche modesto
gioiello. Dovevo pensare ad assicurarne il
trasporto. Mi feci una di quelle grandi borse ampie
e pratiche che contengono tanta roba; poi, per
evitare di sgualcire e sciupare la mia biancheria
presi (controvoglia, potete immaginarlo) una valigia
della mamma.
- E partisti cos, senza una parola? - proruppe
Francina che si agitava sulla seggiola
all'idea di quella partenza clandestina.
- No, diamine! Scrissi una lunga lettera piena
di scuse e di tenerezza... per la mamma, s'intende,
soltanto per lei. -
Le lacrime le salivano di nuovo agli occhi,
giacch non poteva pensare a quella mamma
tanto amata, senza mettersi a piangere.
- La mamma, - soggiunse - non sospett
di niente quando l'abbracciai forte forte mentre
stava per andare a passeggio, come tutti i
giorni, col mio fratellino. Soltanto al ritorno avr
capito. -
Arletta s'interruppe di nuovo, giacch la commozione
le strozzava la voce e le impediva di continuare.
Dopo un silenzio che nessuno turb ella
riprese:
- Mi diceva: Tu mi spettini!... guarda, bisogna
che mi rimetta la cipria! Che monella insopportabile!
Che cosa ti prende, oggi, di baciarmi
cos forte?. Non mi era mai apparsa cos
deliziosamente bambina. Non aveva capito che
quello era un addio, che io volevo portare con
me un ultimo suo ricordo... il suo ultimo bacio! -
Questa volta, dimenticando quelli che le erano
vicini, la fanciulla si mise a piangere.
Andrea la guardava, commosso. Sapeva gi,
quanto Arletta amasse sua madre, ma soltanto in
quel momento comprese fino a che ella avesse
inalzato la sua devozione filiale.
- Poverina! - esclam profondamente
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impietosito. - Queste madri eternamente giovani,
nel loro egoismo integrale non sanno capire... -
Ma la fanciulla lo interruppe con un gesto supplichevole.
- No, Andrea, non dite niente. Mi fate dispiacere.
So benissimo che la mammina tanto bella
era terribilmente giovane; ma era mia madre...
tutta la mia infanzia, tutta la mia tenerezza. Capirete...
sono cresciuta nell'isolamento, sempre
sola con lei! Tutto il mio affetto si era concentrato
esclusivamente in lei.
- E si dice che amor fa amore! - osserv
l'uomo con ironia, sforzandosi di tagliar corto
alla commozione che aveva afferrato tutti.
- Perch no? Io l'ho sempre pensato. -
Aveva appoggiato i gomiti sulla tavola e teneva
il viso nascosto tra le mani.
Francina l'abbracci.
- Mia piccola Arletta, non piangere. Non hai
fatto altro, da dianzi. A che scopo torturarti con
tutti questi ricordi? -
Sopra alla tovaglia, Andrea tendeva la mano
verso l'afflitta, per confortarla con una stretta
amichevole.
In quel momento la fanciulla rialzava la testa,
con le palpebre chiuse sotto il peso di dolorosi
pensieri.
La sua fronte attravers la zona luminosa
proiettata dal paralume della lampada elettrica.
Un'aureola di luce illumin il viso pallido contratto
da una disperazione infinita.
Per un attimo sembr ad Andrea che la bella
testolina fosse circonfusa di sole, come le sante
nelle chiese, visione celeste che faceva pensare
agli angeli e ai martiri. Si sent stringere la gola
da una commozione cos forte, che un singhiozzo
gli mor sulle labbra.
Quel segno involontario di debolezza lo richiam
subito ai suoi doveri di uomo forte. Si irrigid
e la sua voce si fece pi brusca per parlare alla
fanciulla disperata.
- Insomma, - protest con aria burbera -
volete smetterla di piangere? Come si fa a ridursi
cos!... E volete vivere sola a Parigi, guadagnarvi
la vita, avere un appartamento! Ma via!
Una piscina ci vorrebbe, per raccogliere le vostre
lacrime! -
Francina da lontano faceva gli occhiacci al marito;
ma il tono amichevolmente burbero dell'uomo
aveva rianimato l'energia della ragazza, che
alle ultime parole di Andrea si mise a ridere e si
asciug gli occhi.
- Avete ragione, Andrea, le lacrime non servono
a nulla. Del resto, la cosa pi dolorosa 
stata lasciare la mamma. Quando abbiamo preso
una risoluzione simile, bisogna farsi coraggio per
andare sino in fondo. Ed io ero risoluta, capite.
- Capisco, s! - canzon l'uomo. - Risoluta
a piangere molto e a piantare tutto senza spiegazioni.
Bel risultato!
- Era la soluzione migliore, - ripet Arletta.
- Voi uomini fate i forti, - intervenne Francina
irritata da quel modo di fare di Andrea,
che ella giudicava incomprensibile - ma vi 
cento volte pi energia in noi donne quando ci
decidiamo, invece di fracassare tutto come fareste
voi uomini, a sacrificarci in silenzio per la
felicit di persone a noi care. Arletta ha fatto
benissimo; non ha voluto turbare quella di sua
madre, e ha preso lei tutti i torti per amore filiale.
Io l'approvo. -
La fanciulla sorrise di nuovo, giacch non voleva
suscitare una discussione tra i due sposi.
- Avete ragione voi tuttavia, mio buon Andrea.
Poich sono partita prendendo spontaneamente
questa deliberazione, io dovrei mostrarmi
forte e non piangere. Ma in certi momenti piangere
 un conforto. Eppure lasciai la mia casa con
coraggio, a occhi asciutti! Soltanto quando fui
nel treno rincantucciata nel mio angolino, singhiozzai
liberamente... e ci mi fece bene. Ero
quasi serena quando scesi alla stazione di San
Lazzaro.
- Dove nessuno ti aspettava, vero?
- Naturalmente: ero sola. Erano le undici di
sera. Confesso che mi trovai assai impicciata dovendo
cercare una camera a quell'ora. Andai all'Albergo
della Manica dove ero stata due volte
con la mamma. La prima notte pass bene: ero
stanca, avevo pianto tanto... mi addormentai subito. -
Tacque, si soffi il naso, si asciug le ultime
lacrime; poi, pi calma, spieg:
- Le prime notti nella camera ammobiliata
sono state le pi dure. Quelle quattro pareti sconosciute,
ostili, mi davano l'impressione di una
tomba dove io stessa fossi venuta a rinchiudermi.
- Eh! Eh! - protest Andrea con forzata allegria.
- Potremmo comporre su ci un canto
funebre intitolandolo: La battenvillese a Parigi. -
Cercava di scherzare per rallegrare le due
donne che non riuscivano a vincere la loro tristezza.
- A proposito di Battenville, - disse Arletta
con un sorriso triste - ho scritto a mia madre
e le ho dato il mio indirizzo fermo in posta. La
posta centrale  proprio in via del Louvre, vicino
al laboratorio dove io lavoro.
- La mamma ti ha risposto?
- Non ancora. Vado tutti i giorni a sentire se
 arrivata qualche lettera a mio nome. Niente,
sempre niente! Ogni mattina ho una nuova delusione.
- Bah!  adirata con voi e si fa un po' pregare,
- disse Andrea con filosofia.
- Ma s! - proruppe Francina. - Un giorno
o l'altro ti scriver.
-  quello che penso anch'io, giacch nell'epoca
in cui siamo, una ragazza di ventidue
anni che lascia la famiglia per lavorare non 
un caso raro, ti pare?
- Certo! - disse Andrea. - Avete ragione,
Arletta. Siete una ragazza riflessiva, ed io vi approvo;
ma ora dovete guardare davanti a voi...
verso l'avvenire. Dovete fare ancora questo sforzo
di coraggio e non piangere pi. Che cosa serve
abbandonarsi alla tristezza? Non vi ci divertite
mica, suppongo! Dunque, avanti verso una vita
indipendente, dignitosa, calma, ordinata... col
lavoro e con la buona condotta, senza rivolgervi
indietro, tutta tesa alla mta.
- Ecco un bel programma! - esclam Arletta
che riprendeva coraggio e le cui labbra sorridevano
volentieri. - Vi ringrazio, Andrea, e anche
te, Francina, di risollevarmi il morale con una
tale fiducia nello mie possibilit. Oh, credetemi,
vi voglio molto bene e non vorrei deludervi!
- Tu sei la mia sorellina, te l'ho detto! -
esclam la giovane madre.
- E il nostro focolare sar il vostro finch vorrete,
Arletta.
- Cari amici, come siete buoni! -
E la brava figliuola, che era impulsiva e affettuosa
per natura, invi un bacio a destra e uno
a sinistra con un gesto di grazioso abbandono
che fu osservato dalla sua antica compagna.
- Guarda com' bella quando si anima e sorride.
- Perbacco!  deliziosa e vorrei vederla sempre
felice.
- Ci verr! - assent la fanciulla.
Andrea, che frattanto aveva riempito i bicchieri,
alz il suo.
- Bevo al vostro buon successo, cara amica:
un buon successo e un buon marito. -
Si ferm, col braccio sospeso.
- Che buona idea! - esclam con entusiasmo
e con brio. - Bisogna dare marito ad Arletta. -
Questa divent rossa.
- Oh! - protest. - Non ci penso!
- Ci penser io per voi.
- Del resto, perch no? - osserv Francina.
-  un'idea magnifica.
- Un'idea maravigliosa, giacch mia moglie
l'approva, - rispose Andrea. - Mi occuper io
stesso della cosa. Un marito, un buon marito.
Ci che vi  di meglio in fatto di mariti... di
prima scelta... extra...
- Non un Dupernois, spero!
- No! Un po' pi giovane, molto pi giovane;
un bravo ragazzo affettuoso, leale, poich
vi annunzio un marito ideale. -
Arletta si divertiva della parlantina di Andrea
che imitava il tono di un venditore ambulante
che fa l'elogio della propria mercanzia.
Francina osservava la dolce fisonomia della
sua compagna per presentirne lo stato intimo e
poter mettere un freno alla giovialit studiata del
marito, qualora ella avesse scorto il minimo segno
di dolore.
Il sorriso di Arletta la rasseren. Allora, prendendo
parte allo scherzo del marito, ella si associ
ai suoi propositi improvvisati.
- Va bene, allora alla ricerca di un marito per
Arletta. Si tratta di scovarle un partito conveniente;
anzi, buono.
- Questo si capisce. Cerchiamo insieme, vuoi?
Tra le nostre conoscenze, chi potremmo ammaliare?
- Troppa fretta, amici! - protest la fanciulla
ridendo.
Allora Andrea e sua moglie cominciarono un
dialogo serrato.
- Non  mai troppo presto. Vediamo; forse
Paolo Crepinel... il bel Paolo ammirato dalle signore?
- Oh! Un libertino simile! Che cattivo gusto
hai!...
- Allora un altro. Raul Dembois? Il soave, il
mite, il buon Raul Dembois?
- Soprannominato dai suoi amici il re degli
sciocchi? Grazie tante, non accettare, Arletta:
non  un uomo per te.
- Dembois soppresso, Crepinel scartato... tirer
fuori un altro campione. Ah! L'uomo allegro
per eccellenza, autoritario fino alla cocciutaggine,
e che assegna alla moglie un posto eletto
nella sua esistenza.
- Chi ? Mi incuriosisci.
- Ed io sono trepidante, - mormor Arletta.
- Pietro Topelle, il borgognone. Un bel ragazzo...
col naso tondo tondo...
- E anche troppo rosso;  significativo. Come
puoi pensare a lui per Arletta? Via, un altro.
- Non saprei.
- Non hai altro?
- Mio Dio, no... per il momento. -
Francina riepilog.
- Un libertino, un imbecille, un bevitore. Arletta,
che cosa ne pensi?
- Sar meglio che ripassi. La mercanzia di
oggi...
- Non vi va? Lo capisco.
- Cercheremo altrove e ti sottoporremo i campioni.
- Benissimo. Avete tutto il tempo. Cercate a
lungo... -
S'interruppe, e cambiando tono:
- Piuttosto parliamo seriamente, amici miei.
Voi capite che in questo momento non provo
nessuna inclinazione per il matrimonio. Ho un
solo desiderio: arrivare ad ammobiliarmi un
quartierino.
- Il tempo di scovare l'appartamento; il resto
sar facilissimo; Francina vi aiuter.
- Ma prima bisogna che sia sicura di avere
un lavoro regolare. Intanto continuate a volermi
bene; la vostra amicizia costituisce la mia pi
grande ricchezza, ricchezza del cuore, ricchezza
morale, familiare, giacch grazie a voi ho affetto,
consolazione e famiglia. -
Continuarono a parlare su Questo tono, con la
stessa fiducia e con lo stesso spirito fraterno.
Giunta l'ora di separarsi, Arletta propose:
- In cambio del vostro affetto, vorrei chiedervi
una cosa... un favore.
- Dimmi! - fece Francina.
- Gi concesso, - soggiunse generosamente
Andrea credendo che la ragazza avesse bisogno
di un po' di denaro.
- Ebbene, dovete permettermi di occuparmi
un poco dei vostri piccini. Sar la loro zietta
e cucir io tutti i loro vestitini, come pure i vestiti
di Francina, se ella vuole affidarmene il compito.
- Ma  una bellissima idea!... Sar un'altra
buona occasione per vederci pi spesso, una comodit
per me che ti avr sotto mano, e nello
stesso tempo un modesto supplemento per te!
- Che supplemento? Non penserai mica di
pagarmi, spero!
- Allora non siamo d'accordo. Non accetto pi.
Ci hai colti di sorpresa.
- No... voi mi pagherete.
- Cos va bene. D'accordo, Francina?
- D'accordo, Andrea, - approv la sposina.
E Arletta precis semplicemente:
- S, pagherete il mio lavoro tutt'e due, tutt'e
quattro, con la moneta pi preziosa.
- Quale?
- Non capisco.
- Quella che non diminuisce mai di valore:
l'affetto. La tua tenerezza, cara amica, i baci dei
tuoi bambini e il vostro sostegno, Andrea. Ho
tanto bisogno di sentirmi compresa, in questo
momento. -
Allora Andrea, con gesto spontaneo, affettuoso,
attir Francina e Arletta tra le sue braccia.
- Mia moglie e la sua sorellina! - esclam
commosso. - Sono ricco, ora. -
Poi, temendo che le due donne, che quella sera
avevano cos facilmente gli occhi umidi, s'intenerissero,
tagli corto a quella nuova commozione
scherzando:
- J'ai deux amours, ma femme et ma payse!
- canterell parodiando Giuseppina Baker.
Fu cos buffo, che quella serata, fertile di commozioni
diverse, fin in uno scoppio di risa; e
questo era certamente il modo migliore per finirla.
Arletta passava talvolta delle ore molto dolorose.
Quando il lavoro richiedeva un'attenzione particolare,
la sua mente s'intorpidiva, e allora ella
si mostrava abile e attenta; ma finito il suo compito,
la fanciulla riprendeva la propria personalit,
cio soccombeva sotto il suo fardello di dolore.
Lo strazio che aveva provato partendo e
separandosi dalla madre e dal fratellino, aveva lasciato
in lei tracce indelebili. Ripiegata su se
stessa, non reagendo pi contro lo scoraggiamento,
essa deperiva, diventava ogni giorno pi pallida
e pi triste.
La signora Lebredel non aveva risposto, e quel
lungo silenzio, quel biasimo che non cedeva, fiaccavano
la forza morale della solitaria.
Ogni mattina, disperatamente, ella entrava all'ufficio
postale.
Come un automa, giungeva davanti allo sportello
delle Fermo in posta dove attendeva
quella specie di mazzata che la faceva arrossire
ogni volta.
- Niente. -
Allora se ne andava e si recava al laboratorio.
Scrisse altre due volte alla madre, giacch si
illudeva che le sue lettere potessero essere andate
smarrite o sequestrate dal patrigno.
Inutile attesa. Nessuna risposta.
Ci non poteva durare. Non si rendeva ella
forse un po' ridicola, ogni volta, di fronte all'impiegato
di servizio? Rivolgeva a se stessa questa
domanda, preoccupata dell'espressione ironica
che faceva fiorire su quel viso la sua solita richiesta:
- Nessuna lettera per me? -
Un giorno, vista la inutilit della sua perseveranza,
Arletta fiss a se stessa una data oltre la
quale avrebbe rinunziato al suo passo quotidiano.
Tuttavia, quando quella data arriv, ella esit.
Entrer anche oggi. E l'ultimo limite che mi
sono posta.
Diceva quelle parole, ma camminando provava
un'angoscia incosciente. Gi si pentiva della propria
risoluzione.
Perch non aspettare ancora? pensava. La
Posta si trova sulla mia strada. In fondo, cedo
soltanto alla paura del ridicolo, giacch non mi
costa nessuna fatica informarmi allo sportello.
E il giorno dopo vi ritorn ancora.
Fu bene ispirata.
Quella mattina, infatti, appena ella comparve,
l'impiegato, che l'aveva riconosciuta, and diritto
alle caselle segnate con tutte le lettere dell'alfabeto,
prese una lettera e l'agit sorridendo
davanti agli occhi maravigliati di Arletta. La fanciulla
era cos commossa che lo ringrazi con calore
come se egli le avesse fatto l'elemosina o
come se fosse stato merito suo se la lettera tanto
attesa era arrivata.
- Alla fine! Siete contenta questa volta? -
egli osserv familiarmente.
Contenta?... Turbata senza dubbio.
Cos turbata, che il suo s fu quasi impercettibile
e che il suo rossore divenne violento.
Avvezzo alle reazioni nervose dei clienti, l'impiegato
non ebbe pi voglia di scherzare. Cap
oscuramente la gravit del momento; una fisonomia
giovane, non ancora avvezza alla menzogna,
e cos significativa!
Afferrata la preziosa busta Arletta si diresse
a un banco appartato.
Dovette attendere qualche istante prima di leggere
la preziosa lettera, tanto era commossa.
Poi, pi calma (una calma relativa, ma sufficiente)
ella lesse lentamente, gravemente, con
stupore, con angoscia:
Non so se devo ancora scrivere  figlia mia ,
cominciando questa risposta, dopo l'affronto che
ci hai inflitto tanto con le tue lettere quanto con
le tue azioni.
Una madre si affanna per educare la figliuola
e prepararla alla vita.  ammissibile che questa,
non appena in grado di vivere con i propri mezzi,
abbandoni la sua famiglia proprio nel momento
in cui potrebbe contraccambiare in parte i benefici
ricevuti?
Con quale epiteto si pu bollare la colpevole?
Uno solo le si conviene: ingrata!
E la sua ingratitudine  tale, che colpisce la
madre anche nelle sue comodit familiari.
Mi hai costretta a prendere un'altra donna
per aiutarmi, oltre la domestica. Io che avevo riposto
la mia fiducia in te, che mi ero abituata a
non poter fare senza di te per quei mille nonnulla
necessari a una donna, devo bastare a me
stessa, riorganizzare la mia vita domestica, crearmi
nuove abitudini.
Una madre d il buon esempio alla propria
figliuola, e un giorno, senza motivo, senza che
niente abbia preparato a ci la famiglia, la figliuola
rinnega i principii ricevuti e si fa beffe
dell'ordine stabilito. Quale difetto rivela cos la
sciagurata che dimentica tutto? Agli occhi esterrefatti
di colei che le ha dato la vita,  l'ipocrisia!
L'ipocrisia  cos forte in te, Arletta, che tu
mi sorridesti fino all'ultimo momento... che perfino
nell'istante in cui stavi per fuggire fingesti
l'affetto pi profondo verso di me, saltandomi al
collo, vezzeggiandomi, costringendomi a riparare
al disordine dei miei capelli e del viso.
Vi  ancora di peggio. Sei partita sola. Ma
sei sempre sola?
Senza dubbio, nessuno qui ti ha vista in compagnia
di un uomo giovane o vecchio; ma ci
non prova affatto che dei consigli, venuti dall'esterno
e certamente interessati, non ti abbiano
indotta a questa partenza per la quale un solo
motivo appare accettabile: il desiderio di vivere
la tua vita. Vivere la tua vita! Che vergogna per
noi e per te!
Credi forse che dopo questa partenza clandestina
dal focolare domestico potrai trovare un
marito? Quale uomo sensato e onesto accetterebbe
di dare il proprio nome a una ragazza traviata?
E in pari tempo la tua partenza rovina anche tua
madre privandola del benessere che zia Eufrasia
le aveva assicurato morendo. Per colpa tua dovr
dunque continuare a conoscere le ristrettezze e la
mediocrit. Tu mi rovini con la massima disinvoltura.
Dopo la tua fuga Maurizio, il tuo patrigno,
mi ha parlato, rivelandomi certe cose alle quali
basta fare allusione perch tu le capisca. Potevo
forse sospettare che tu evolvessi cos? Che tu rivelassi
tendenze simili? Mio marito dovette rimetterti
a posto diverse volte per la tua civetteria
e il tuo contegno equivoco!
Disgraziata, come hai potuto dimenticare a
tal punto il rispetto che la nostra condizione familiare
ti imponeva?
Basta!  troppo! Da oggi in poi, tra Arletta
Dalimours e Giovanna Lebredel tutto  finito.
Non ho pi figlia e non voglio rivederti mai pi.
Il tuo modo di agire mi ha disgustata. Vivi dunque
l'esistenza che hai scelta e che conduce...
non si sa dove.
Non ti maledico; le maledizioni materne
sono troppo pesanti a portare.
Giovanna Lebredel.
Arletta fin di leggere quella lettera in una specie
di ipnosi.
Le parole enfatiche usate da sua madre, la
loro stessa esagerazione, non la colpirono. Ella
vide, ella cap una sola cosa: sua madre la credeva
colpevole di mille peccati e le toglieva il suo
amore.
Ingrata, ipocrita, scostumata! andava ripetendo.
Quei rimproveri sorpassavano ci che essa si
aspettava.
Si sent venir meno; strinse le mascelle e si
aggrapp al banco per non cadere.
Alcuni minuti passarono per lei in una mezza
incoscienza. Istintivamente si sforzava di non lasciar
trapelare i suoi sentimenti.
Tuttavia, passata la debolezza fisica, non seppe
contenere i singhiozzi, e uno di essi scoppi convulso.
Allora pieg in fretta la lettera, la infil nella
borsetta; come allucinata ripeteva:
Non potrai mai trovare un marito dopo la tua
partenza clandestina...
Partenza clandestina... figliuola traviata...
Oh! L'orrore di quella parola!
Sconvolta, barcollante, le guance bagnate di lacrime,
ella si avvi sul marciapiede, per la strada
che la conduceva al laboratorio. E pur camminando
non sapeva resistere al dispiacere e singhiozzava
senza preoccuparsi dei passanti.
Sua madre, la sua cara mamma, la credeva
colpevole proprio di ci che l'aveva fatta fuggire
da casa. Era atroce!
Quando la disdetta vi perseguita  raro che
una contrariet sia sola e che un seguito di noie
pi o meno lungo non venga ad aggiungervisi.
Una disgrazia non viene mai sola, dice la
saggezza popolare, e la fanciulla doveva accorgersene
subito.
Quel giorno infatti Arletta era cos disperata
che piangendo e asciugandosi gli occhi, tutta
presa dal suo dolore, sorpass di duecento metri
il luogo del suo lavoro.
Quando se ne accorse, ritorn indietro, ma agiva
automaticamente, senza pensare che il tempo
passava, tanto che entr nel laboratorio proprio
mentre la signora Limay osservava la sua assenza.
Costei l'accolse con aria irritata.
- Siete in ritardo di un quarto d'ora, signorina.
Vedo che avete pianto, ma questo non 
affar mio. Vi avverto per che non accetter mai
che col pretesto di dispiaceri si arrivi qui in ritardo.
Se ricominciate, vi metter alla porta,
semplicemente. -
Il tono non ammetteva replica e Arletta abbass
la testa non sapendo come scusarsi.
Le pareva che uno spirito maligno si accanisse
a svisare tutte le sue azioni.
Raggiunse il suo posto senza dire una parola;
ma non era del tutto padrona della sua intensa
agitazione.
Ruminando le sue impressioni, pensando alla
lettera, alla malignit umana, ai cattivi tiri della
sorte, non poteva frenare le lacrime che le scendevano
a fiotti irresistibili sulle guance.
Dovette dunque asciugarsi il viso, ci che attir
l'attenzione delle compagne.
Una di esse, Gaby Varlette, una buona figliolona,
sicura che il rimprovero della signora Limay
fosse la cagione del dispiacere della sua
compagna, cerc di consolarla e di infonderle coraggio.
- Tu dai troppa importanza a ci che dice la
padrona. Fai male, cara mia. Ella ha sempre bisogno
di brontolare... brontola di tutto. Per lei
 una necessit! Del resto,  nel suo diritto. Se
non facesse cos, noi faremmo tutte il nostro comodo...
io per la prima. E anche tu, senza dubbio.
Ma nonostante tutti gli urli, quando lavoriamo
bene non mette mai in esecuzione le sue
minacce. Ci vuole ben altro perch ci scacci; un
motivo serio! E tu, che ella giudica abile e precisa
nel lavoro, hai meno da temere di tutte noi.
- Certamente! - approv Maria Minars.
- Se te la prendi tanto per un rimprovero fatto in
un momento di cattivo umore di cui tu non sei
responsabile, stai fresca! Si capisce, la prima
volta si resta male. Finora la padrona  stata
un angelo con te, specialmente perch te ne intendi
quanto lei del lavoro; ma non poteva durare,
e non le  parso vero di coglierti in fallo.
Vero, Maurizietta? -
L'interpellata, Maurizietta Courland, la pi
anziana del laboratorio, vecchia di ventiquattro
anni, aveva ascoltato in silenzio. Ogni tanto dava
un'occhiata alla compagna il cui viso bagnato di
lacrime la faceva riflettere.
Alla domanda di Maria Minars ella scosse la
testa.
- Per me, - disse - credo che la nostra
amica non dia nessuna importanza alla signora
Limay e alle sue sfuriate. Ha avuto qualche delusione
d'amore questa povera figliuola. La sgridata?
Oib! -
Arletta alz la testa e guard le compagne.
Erano simpatiche, quelle ragazze; di solito il loro
allegro cicalio cullava la sua pena e gliela rendeva
sopportabile, distraendola. Allora cedette
bruscamente a un bisogno di espansione troppo
a lungo repressa.
- No, - confess. - Nessuna di voi ha capito.
Non si tratta di quello che pensa Maurizietta
e nemmeno Gaby. Ho ricevuto cattive notizie
da casa, e ci mi addolora.
- Oh! Allora scusaci... - dissero in coro le
tre compagne.
- Non potevamo sapere... - spieg Gaby.
- E noi parliamo per chiacchierare, - confess
ingenuamente Maurizietta.
- Forse che la tua mamma  ammalata? -
chiese Maria Minars pi curiosa.
- S... se cos si pu dire! Insomma le cose
non vanno bene! -
E facendosi piccina piccina confess umilmente,
come se avesse commesso una colpa:
- Capirete... mio padre  morto. Era uno
scienziato. Mia madre forse non fu felice con
lui; allora si rispos, e, si sa, avere un patrigno
in casa non  un fatto allegro per i figli di primo
letto.
- Oh, no! - protest Gaby.
- E poi, gli uomini sono tanto mascalzoni! -
soggiunse Maurizietta.
- Io so per pratica di che cosa si tratta, -
disse Maria Minars. - Anche mia madre si  risposata
come la tua, Arletta, e ha avuto altri
figli. Allora io, nata dal primo matrimonio, sono
stata sfruttata da tutti col pretesto che ero la
maggiore. Ma non ci sono mica rimasta! Mi sono
rifugiata dalla nonna. Lei mi ha compresa. Ne
avevo abbastanza, io, di essere trattata come una
serva, sottomessa a tutti i capricci degli altri figliuoli!
Se almeno fossero stati giusti con me!
Ma il torto era sempre mio, invariabilmente.
Mangiavo troppo e ingrassavo a vista d'occhio,
consumavo troppe scarpe... non dicevano mica
che a correr sempre dietro ai bambini o a portarli
in collo non potevo fare diversamente! Insudiciavo
pi vestiti io di tutti gli altri, e quando
i piccini cadevano, ci, ci, gli schiaffi piovevano...
e anche le pedate. Credete che sia una bella
vita? -
A poco a poco la conversazione si era fatta
animata e le ragazze, trascinate dalla vivacit
dei loro sentimenti e dalla foga della giovent,
dimenticavano il laboratorio che stavano trasformando
in un salotto.
L'attenzione della padrona fu presto attirata,
ed ella manifest senza complimenti la sua disapprovazione.
In risposta alle spiegazioni di Maria
Minars la donna grid con voce irritata:
- Siete qui per chiacchierare o per lavorare?
Avete una bella sfacciataggine! Ci sono tanti posti
altrove per quelle che desiderano parlare:
scegliete! -
Beninteso, tutte le fronti si chinarono sul lavoro
e le ragazze si accanirono a cucire, in guisa
di risposta. La signora Limay non aveva ancora
sfogato tutta la sua collera. Si ricord del ritardo
di Arletta, e, senza esitazioni, rivolgendosi a lei
soggiunse:
- Non vi basta di arrivare in ritardo, signorina
Dalimours? Dovete anche essere un motivo
di distrazione per le vostre compagne! E poi...
vedo che avete gli occhi rossi. Davvero avete
scelto male il momento! Riflettete un poco: correte
il rischio di macchiare irrimediabilmente la
stoffa. Vi avverto che se la cliente avesse da lagnarsi
farei pagare a voi le spese! -
Arletta ebbe voglia di ribellarsi, ma subito le
apparve la visione delle conseguenze... il posto
perduto... ricominciare! E intanto, che cosa farebbe?
Giudiziosamente tacque, ma la mano le tremava
sul lavoro.
E nella sua mente ritornavano sempre le frasi
crudeli: Dopo la tua partenza clandestina da
casa, nessun uomo vorr darti il suo nome... tu
mi rovini con la massima disinvoltura... figlia
traviata.
Non che in quel momento ella aspirasse al matrimonio.
Oh, no! La poverina aveva ben altri
pensieri nella testa; ma la condanna irrevocabile
della madre la feriva come una pugnalata; quella
condanna equivaleva a questa crudele sentenza:
Ora sei disonorata... non sei pi degna del
matrimonio!
Per l'appunto quella sera ritornando a casa la
fanciulla fu testimone di un incidente della strada:
un litigio tra due donne del popolo, una delle
quali di una trentina di anni ricopriva di ingiurie
una ragazza civettuola che ghignava sotto il
fiotto di rimproveri.
Ferma in mezzo a un gruppo di curiosi, Arletta,
sbalordita di vedere quelle due donne dare
un simile spettacolo di loro stesse, ascoltava le
loro spiegazioni rumorose.
Non conosceva il motivo del litigio e non aveva
nessuna voglia di prendere le parti dell'una o
dell'altra; ma una frase lanciata con odio dalla
pi anziana delle due energumene colp in pieno
cuore, per riflesso, la nostra eroina.
- Vai, vai, pezzo di zittellona! - diceva la
donna con gioia maligna. - Hai lasciato la tua
casa, sei una poco di buono. Io sono sposata e mi
infischio di ci che si pu dire, ma tu sei di quelle
a cui un uomo non dar mai il suo nome. -
A tali parole, lanciate trionfalmente dalla megera
alla sua bella e giovane nemica, il viso di
Arletta si contrasse. Istintivamente chin la testa
e si allontan, come se ella stessa fosse stata colpevole
di ci che veniva rimproverato all'altra!
E camminando verso casa la povera figliuola
tremava di dolore.
 dunque vero che il matrimonio conferisce
una dignit?
Ma allora... lei? Lei che era fuggita da casa
per vivere sola?
Era anche lei tra le spostate?
Che pensiero demoralizzante!
Nella sua camera minuscola Arletta preparava
la cena sopra un fornellino a spirito. Aveva spalancato
la finestra cercando di vincere il senso
di soffocamento che provava in quel forno. Aveva
fatto tanto caldo, tutto il giorno! Nemmeno un
alito di vento! Era come se una colata di piombo
fuso scendesse sulla citt scaldando l'aria, rendendola
irrespirabile. A quell'ora, le stanze a
tetto diventavano inabitabili.
Bisognava proprio che la ragazza fosse stata
assorta nei suoi pensieri per essere restata chiusa
fino ad allora.
Da quando l'aveva ricevuta, aveva letto e riletto
la lettera della madre fino a saperla a memoria.
Si era chiesta a lungo se doveva chinare la testa,
accettare la ingiustizia senza protestare, subire
il castigo di una separazione definitiva senza
cercare di addolcirne la durezza.
Non aveva saputo risolversi a ci e aveva scritto
una nuova lettera nella quale faceva risaltare
tutto l'affetto che nutriva per la sua mammina,
e nella quale si sforzava di far trapelare, tra le
righe, il suo sentimento filiale pi puro.
La sua abituale indulgenza per la frivola sposa
del farmacista le permetteva di passare sotto silenzio
tutto ci che vi era di offensivo e di cattivo
nei rimproveri materni.
Con fermezza, con dolcezza anche, insieme con
la preoccupazione di non incolpare il patrigno,
aveva cercato di difendersi dalle insinuazioni di
lui. Si era sforzata soprattutto di precisare i motivi
verosimili della sua partenza: necessit di
guadagnarsi la vita, inquietudine dei suoi
genitori rispetto alla sua et, difficolt di sposarsi
senza dote, disturbo che la sua presenza arrecava
ai genitori; insomma, una quantit di buone ragioni
che in verit non erano tali.
Quella lettera, naturalmente, era rimasta senza
risposta.
Ma il destino, che spesso si mostra capriccioso
e ironico, volle senza dubbio far notare la sua
presenza in modo originale. Cos l'avvenire degli
uomini, tanto ben tracciato nella loro mente, si
trova spesso avviato in un senso che niente faceva
prevedere.
Il pi piccolo fatto porta con s una valanga
di conseguenze che possono dare frutti del tutto
imprevisti.
Tale fu il caso di Arletta.
Quella sera, caso straordinario, oltre l'uovo abituale
(minuta un po' breve per una vera cena),
ella si era offerta il lusso di un po' di frutta comprata
da una venditrice ambulante.
La venditrice aveva rinvoltato la frutta in un
giornale del giorno prima.
Il caso (ed  qui che s'intromette il destino)
il caso fece s che il giornale cadesse sotto gli
occhi della fanciulla e che questa, mangiando,
leggesse macchinalmente.
Il concatenamento dei fatti che noi riportiamo
qui volle che un titolo colpisse i suoi occhi indifferenti.
Per diventare francesi alcune straniere sposano
dei vecchi.
Distrattamente Arletta continu a mangiare il
frutto che aveva gi cominciato; ma non ne sentiva
il sapore: la sua attenzione cambiava soggetto
e si fissava sul testo dell'articolo.
A un tratto, senza complimenti, ella attir a s
il giornale, facendone ruzzolare tutto il contenuto.
Con le braccia allargate, le mani contratte sui
margini bianchi delle pagine, teneva tesi davanti
agli occhi i fogli stampati e rileggeva con un'attenzione
acuta l'articolo che a prima vista non
pareva dovesse meritar tanto.
Bisogna credere tuttavia che quel trafiletto
avesse per Arletta molta pi importanza di quanto
possiamo supporre, giacch la fanciulla, scorrendolo,
punteggiava la lettura con esclamazioni
impreviste.
Questa  nuova!... Quanta immaginazione ha
la gente! Questa straniera sposata a un ricoverato
di settantotto anni... in condizioni tali che
il marito non partecipava affatto alla sua vita.
Oh!... E quest'altra, ora! Una donna di ventiquattro
anni e un uomo di ottanta 1 Che gusti
buffi! Ma che idea maravigliosa...
Aveva smesso di leggere... turbata, quasi ispirata.
L'impressione prodotta era cos profonda, che
la cena fu posta in oblio.
Con lo sguardo fisso nel vuoto, la fanciulla
doveva pensare profondamente, giacch diceva
tra s e s:
 ingegnoso, ma bisognava che ne venisse
l'idea... un'idea cos pratica! Essere maritate,
vuol dire essere rispettabili... libere di fronte
all'opinione pubblica... non incorrere in rimproveri!
S'interruppe, con gli occhi improvvisamente
dilatati sotto il penoso ricordo delle frasi che
l'avevano ferita: quella di sua madre prima di
tutto:
Non potrai trovare un marito dopo la tua
fuga clandestina...
E quell'altra, udita per la strada:
Sei una poco di buono... Hai lasciato la tua
casa...
Rabbrivid. Con quali anatemi vengono bollate
le povere ragazze che vogliono vivere sole, lavorando!
Mentre basterebbe avere un marito per
essere giudicate diversamente...
 una donna perbene:  maritata.
Alcune deduzioni s'imponevano nella mente
della fanciulla.
Nella nostra societ moderna, il matrimonio
conferisce alla donna una dignit speciale. Se
fossi sposata, la mamma non potrebbe pi trattarmi
come ha fatto. Oh!...
La sua interna agitazione aumentava sempre
pi, tanto che senza fare altre considerazioni
prese il berretto, se lo ficc alla svelta in testa e
usc.
Provava il bisogno di leggere pi ampi particolari
circa quegli strani matrimoni contratti con
tanta facilit da donne che avevano bisogno di
portare legalmente un nome francese... da donne,
dunque, alle quali era difficile trovare un marito...
delle straniere, in quel caso... oppure
delle povere figliuole senza un soldo e senza uno
stato, come era il caso suo.
Scese di corsa i cinque piani della casa per
andare all'edicola pi vicina e comprare tre o
quattro giornali del giorno tra i pi diffusi.
Con la stessa furia, Arletta risal fino alla sua
camera, e l, davanti ai resti della cena, si mise
a leggere avidamente le colonne di quattro quotidiani
per i quali non aveva esitato a fare la
spesa per il loro acquisto.
Il destino subdolo continuava per lei il suo
giuoco oscuro e la guidava verso la pi bizzarra
avventura.
Nei diversi giornali acquistati ella ritrovava
lo stesso racconto, in forma diversa e con nuovi
commenti che aggiungevano sapore a quel fatto
di cronaca.
Con la fronte corrugata dallo sforzo della riflessione,
la ragazza ritagli febbrilmente con le
forbici tutti gli articoli che la interessavano.
Ella restava ora assorta, davanti alla cena non
finita e a quei ritagli stesi sulla tavola. Il suo
cervello lavorava... un'idea si concretava... un
proposito si elaborava.
Era pazzesco, stravagante... ma era forse ineffettuabile?
A un tratto la solitaria parve uscire dalla sua
meditazione sonnambulesca.
Guard l'ora all'orologio da polso. Era gi
troppo tardi per andare dai suoi amici Montel?
Bench la serata fosse avanzata, la necessit
di vederli era imperiosa come se quell'idea scaturita
a un tratto nel suo cervello... quell'idea
che ella non aveva ancora avuto il tempo di studiare
in tutta la sua ampiezza, ma che s'imponeva
in lei con una forza straordinaria, ella non
potesse pi contenerla. Una speranza maravigliosa
era sorta nella sua mente, ed ella avrebbe
voluto gridarla a tutti; bisognava a ogni costo
che ne parlasse ai suoi amici, senza aspettare il
giorno dopo.
Quel bisogno imperioso di esporre i suoi pensieri
non era appunto il destino che lo faceva
nascere?
Forse! Il caso c'impone talvolta, a nostra insaputa,
una volont ironica alla quale non riusciamo
a sfuggire.  indiscutibile!
Si capisce che Arletta dovette sottomettervisi,
giacch riprese il cappello, chiuse la porta e scese
le scale.
Una cosa  certa: provava il bisogno di vedere
subito i Montel per partecipare loro lo stravagante
proposito che a un tratto aveva illuminato
il suo cervello sovreccitato.
E la sua esaltazione era tale, che per arrivare
prima nel quartiere di Batignolle dove i suoi
amici abitavano, fece la strada quasi di corsa.
L'arrivo della fanciulla fu salutato con stupore
nell'appartamentino caldissimo dove Francina e
Andrea finivano di cenare.
A quell'ora i bambini erano gi a letto.
Senza aspettare le domande degli amici, la ragazza
spieg:
- Andrea, Francina, vengo a chiedervi di aiutarmi
a effettuare un mio proponimento.
- Siamo a tua disposizione, cara, - disse
Francina piena di buona volont, sospettando
qualcosa d'inatteso e forse di decisivo perch
Arletta fosse venuta da loro a quell'ora. - Sai
benissimo che puoi fare assegnamento sopra Andrea
come su me.
- S, s, siete tanto buoni! Ma ci che voglio
domandarvi  una cosa straordinaria. Eppure,
mi farebbe tanto piacere! Posso davvero confidare
in voi?
- Di che cosa si tratta?
- Ecco, - ella rispose bruscamente tendendo
loro i ritagli dei giornali - leggete subito. -
Fin dalla prima occhiata Andrea Montel, che
scorreva ogni giorno il giornale del mattino e
della sera, approv:
- Lo so... ho gi letto! -
E rivolgendosi alla moglie stupita:
- Si tratta di quegli strani matrimoni, sai?,
delle donne giovani con i vecchietti degli ospizi.
- Ah, s!
- Delle forestiere che, per farsi attribuire la
cittadinanza francese, sposano dei vecchi ricoverati
negli ospizi. Era stato detto che in Francia
era sorta un'agenzia clandestina di matrimoni.
- Infatti, lo lessi sul giornale.
- L'inchiesta subito aperta ha fatto giustizia
di queste esagerazioni.
- S, si tratta di cose molto pi semplici.
- Infatti tutto si riduce a questo: alcune straniere
hanno usato questo mezzo, ora che la crisi
economica rende raro il lavoro e fa s che molte
persone appartenenti ad altre nazionalit vengano
rimandate fuori dai nostri confini. Quelle
signore volevano restare a Parigi. Non trovando
altro mezzo, hanno sposato dei francesi poveri...
dei vecchi indigenti...
- L'idea non  stupida!
- E non era difficile effettuarla con quei poveri
diavoli senza un soldo. Due di quelle signore
hanno dato una certa somma ai vecchi che hanno
accettato di sposarle. Cos esse hanno guadagnato
diversi anni sul termine imposto ai candidati
della naturalizzazione. Vedete dunque che
non c' nulla di male, e la stampa aveva un
po' esagerato con i suoi titoli rimbombanti e le
sue rivelazioni straordinarie.
- Ma allora, quelle donne vivono con un marito
vecchio? - chiese a un tratto Francina, particolarmente
interessata da quel lato della questione.
- Niente affatto. Quei vecchietti non hanno
pensato che alla somma di denaro che avrebbero
riscosso. Pensate un poco: uno aveva ottantotto
anni e l'altro novanta. Essi non hanno lasciato
l'ospizio e si son ben guardati di rivelare quella
piccola avventura matrimoniale. Un cambiamento
nelle loro condizioni di vecchi poveri, senza
parenti che possano pagare per loro, li avrebbe
probabilmente fatti espellere. Da una moglie,
specialmente giovane, l'ospizio avrebbe potuto
esigere il pagamento della loro pensione... mentre
tacendo, la somma ricevuta era per loro una
piccola manna, un supplemento di benessere che
permetteva loro di procurarsi qualche buona tazza
di caff, qualche eccellente pipa di tabacco.
- Ma allora le donne? Le loro mogli?
- Continuano a vivere come prima. Soltanto,
ora esse sono donne maritate. Non devono preoccuparsi
per i mariti che non vedono mai. Questa
convenzione era stata pattuita prima tra i due
fidanzati.
- Oh! Tu credi che...
- Ma s,  semplicissimo. Esse non hanno
nemmeno dato il loro vero indirizzo agli sposi.
Ora sono sposate... sposate in piena regola: era
quello che desideravano. Posseggono uno stato
civile; per esse questa era la cosa importante.
- Ebbene, - esclam Francina indignata -
hanno una bella sfacciataggine! Sposarsi senza
marito  una cosa piuttosto scabrosa. -
Arletta intervenne.
- Perch?... Io trovo che  un'idea maravigliosa.
- Ma via!
- S, s. In Francia una zittella  ridicola.
Ogni sua azione  commentata; non pu far niente
liberamente, non pu vivere come gli altri Peggio
ancora, la donna nubile  in preda della maldicenza;
nessun uomo la ricopre col suo nome,
ed ella viene giudicata capace di ogni disonest,
mentre non appena ha un marito la donna 
libera di agire come vuole, di andare e venire...
tutto le  permesso. Essere maritata! Ci autorizza
a tutto. La bandiera ricopre la mercanzia.
- Ma io credevo, Arletta, - osserv Andrea
con malizia - che non voleste maritarvi.
- Oh, non  il matrimonio che mi fa paura:
- rispose sinceramente la ragazza -  il marito!
Non mi guardate con quegli occhi stupiti,
Andrea. Capitemi. Per il matrimonio bisogna
essere in due... e in due che si amano, non 
vero? Altrimenti non pu riuscire gradevole essere
la moglie di un uomo.
- Appunto! - protest Francina disgustata
di nuovo all'idea di simili matrimoni. - Io trovo
che quelle donne... -
Ma Arletta la interruppe con vivacit.
- Quelle donne hanno avuto davvero un'idea
geniale, bisogna convenirne. Quei vecchietti non
erano pi di nessuna utilit, ed esse hanno trovato
il modo di utilizzarli senza nuocer loro,
anzi, hanno dato loro la possibilit di prendersi
qualche piccola soddisfazione, di migliorare la
loro triste sorte di ricoverati senza nessuna risorsa.
Io la trovo una cosa perfetta.
- Sotto questo punto di vista, forse.
- Sotto tutti i punti di vista, - rispose Arletta
con calore. - Studiando bene la questione,
si potrebbe per esempio assicurare una piccola
rendita a quei vecchi volontari del matrimonio...
cos, sino alla fine della loro vita sarebbero certi
di godere un po' di benessere, un po' di superfluo!
E ci senza altro sforzo che dare il loro
nome a una donna che aveva bisogno di apparire
in possesso di un marito... di essere riparata
dalla rispettabilit del matrimonio.
- Non forse per poter usare pi facilmente
delle cose proibite? - osserv Andrea con malignit.
- Ma no, caro, non dite sciocchezze! Soltanto
per vivere, giacch il titolo di signora conferisce
una dignit. Se questi matrimoni si diffondessero,
non vi sarebbero pi tante zittelle
sulla terra! Zittelle, cio donne di cui tutti si
burlano, donne che non hanno il diritto di andare
in nessun posto!... Una quantit di povere
ragazze che inacidiscono ritornerebbero normali
e riprenderebbero un posto nel mondo, classificandosi
tra le donne sposate.
-  possibile, - intervenne il giovane sposo
con una smorfia di scontento. - Ma supponete
che la donna sia leggera e che svolazzi a destra
e a sinistra.
- Certo, vi sono dei rischi, - ribatt Arletta.
- Qualche avventuriera potrebbe abusarne. Ma
in questo caso credete forse che i vecchi di cui
parlano i giornali potrebbero soffrire della cattiva
condotta delle loro mogli legali? Essi non le
amano e le conoscono appena; perch si cruccerebbero?
- Sarebbero forse felici che vi fosse un bambino
a loro nome, - canzon a un tratto Francina
che l'entusiasmo di Arletta cominciava a
divertire. - Il vecchio sposo diventato babbo
potrebbe chiedere dei sussidi al figlio, non appena
questi avesse l'et della ragione... -
Questa considerazione fece sorridere la fanciulla.
- La madre - osserv - sarebbe forse la
prima vittima della propria leggerezza giacch il
vecchio marito potrebbe costringerla a passargli
un supplemento di pensione per evitare uno scandalo.
- Bene! - approv questa volta Francina.
- Da tutto questo risulta che i figli naturali avrebbero
un nome... giacch avrebbero un padre legale!
Non esisterebbe pi quella crudele ingiustizia,
creata dagli uomini contro gli innocenti
che vengono al mondo senza padre... quel marchio
di cui portano il peso per tutta la vita! -
Come si vede, la discussione si amplificava,
ma si orientava un po' troppo verso l'emancipazione
della donna; e Andrea a un tratto vi tagli
corto.
- Ma insomma. Arletta, dove volete arrivare?
- chiese spazientito.
- A questo, caro amico: confido in voi per
andare a fare un giretto intorno a un ricovero
di vecchi... a Nanterre o altrove, poco mi importa. Ci che vi
chiedo,  di trovarmi un buon
marito... sul tipo fissato dalle promotrici del
movimento. Mi avete ben capita, vero? Un marito
che non lo sia veramente, un marito onorario,
ecco.
- Sei pazza! - esclam Francina, sbalordita.
- No.
- Non rifletti.
- Anzi, ho calcolato tutto. Quell'uomo vi trover
il suo tornaconto: gli dar una sommetta;
gli assicurer il caff quotidiano, a quel vecchietto.
Non sono ricca, ma m'impegno di passargli
un tanto al giorno per il tabacco e per i
suoi minuti piaceri. Vi chiedo una sola cosa, Andrea:
di verificare la sua fedina penale. E ci
che desidero in lui,  che sia vecchio... vecchissimo! -
Andrea, stupefatto, l'aveva lasciata dire sino
in fondo.
- Eppoi? - chiese secco, dopo quella lunga
tirata.
- Eppoi? - ella rispose senza smontarsi. -
Ebbene, lo conoscer soltanto come una meteora,
come una stella filante. Lo vedr cinque minuti
il giorno del matrimonio, giacch prima, per fissare
questa unione in tutti i particolari, sarete
intervenuto voi. Vedete da questo quanta fiducia
ho in voi, amico mio.
- Grazie tante per la fiducia! Mi affibbiate
un bel compito. Pare che dimentichiate come
questi precursori siano stati citati in giudizio.
- No... non citati, interrogati. La cosa  diversa.
Le Autorit hanno voluto sapere che cosa
si nascondeva sotto a quei matrimoni, giacch
si trattava di straniere e la stampa prospettava
le cose peggiori. Ma io sono francese. Chi pu
impedirmi di sposare un vecchio? Esiste forse
in Francia una legge che lo vieta? Dupernois aveva
quarantotto anni e pretendeva di farmi sua
moglie. Preferisco un marito che abbia il doppio
di quell'et e che non esiga niente. Spero
di non aver nulla da temere da un vero vecchio.
- Arletta, voi state costruendo un romanzo!
In una ragazza di buon senso come siete sempre
stata finora, ci mi stupisce. -
Ella congiunse le mani supplichevole.
- Ve ne prego, non mi negate questo aiuto,
Andrea! Non mi dite che  impossibile. Vedete,
da... oh, non da molto tempo, perch  stato
oggi... insomma, da quando ho letto questo articolo
mi sono sentita rinascere. Sar una donna
maritata! Potr scrivere a casa che sono sposata.
Non mi diranno che sono fuggita di casa spinta
dal vizio, n che sono una ragazza traviata. Mia
madre potr entrare in possesso della rendita
lasciata dalla zia Eufrasia... e cos non l'avr
ridotta nelle ristrettezze, alla miseria. Per lo
meno questa odiosa questione di denaro non sorger
pi davanti a me come un rimprovero sanguinoso. -
Profondamente commossa da quei ricordi la
cui ingiustizia la flagellava, Arletta si accasci
sulla tavola singhiozzando.
Quella disperazione, che essi non avevano prevista
in quella occasione, sconvolse molto i due
sposi. Nella loro serenit di gente felice avevano
dimenticato la crudele prova che la loro giovane
compagna sopportava.
Mentre Francina cercava di confortare l'amica,
Andrea, stizzito, leggeva e rileggeva gli articoli
da lui tanto incriminati, cercando di trovare argomenti
atti a combattere l'idea di Arletta, che
gli appariva veramente ridicola.
Ci che lo irritava maggiormente era che capiva
benissimo come, nonostante la sua opinione,
la cosa fosse fattibile e alla portata di chiunque.
- Un marito vecchio! - ripeteva stupidito.
- Non mi sarei mai aspettato un'idea simile
da Arletta! Via, figliuola, riflettete!... Bisogna
bene sviscerare la questione, giacch in fondo vi
sono degli inconvenienti. Se quell'uomo un bel
giorno prendesse sul serio la sua parte? Se rivendicasse
tutti i diritti che la legge gli conferisce?
- Mio Dio, - ella rispose rialzando verso di
lui il viso bagnato di lacrime - credo che in
Francia non si possa costringere la moglie a ricevere
il marito contro la sua volont. Sono poverissima,
ma sono pronta a versare un compenso,
e lo far secondo i miei mezzi. Lo sposo che
voi mi sceglierete, si pu dire che non mi conoscer;
non conoscer neppure il mio indirizzo.
E anche ammettendo che le cose vadano nel modo
peggiore, ve lo ripeto: gli dar tutto quello che
potr. Senza contare che egli sta molto meglio
dove abita, che non in una cameretta come la
mia. Questo matrimonio gli assicurer qualche
spicciolo per i vizi; che cosa potrebbe desiderare
di pi? Avr tutti i vantaggi e nessuna noia. -
Andrea si era alzato e misurava la stanza a
gran passi, con crescente esasperazione.
- Per tutti i diavoli! E vogliono dire che le
donne valgono quanto gli uomini! Sentitela, questa,
che vuole sposare un vecchio! C' da strapparsi
fino all'ultimo capello dalla testa! Ah, avrei
preferito Dupernois, per voi!
- Ebbene, io invece non ci ambivo affatto,
al vostro Dupernois! - rispose Arletta sdegnata.
- Non sar certo la moglie del vecchio di cui
vi parlo... non gi che gli auguri la morte, a
quel poveretto che non conosco ancora, ma insomma
ci sono molte probabilit che egli non mi
disturbi a lungo. Supponete che il mio futuro
marito abbia settantotto anni; vivr pi di dieci
anni? Ebbene, tra dieci anni io sar ancora giovane.
- Bella roba, basare la propria vita sulla data
problematica di una morte! Ma insomma, Francina,
di'qualche cosa; aiutami a ricondurre la
nostra amica sul terreno dei desiderii sani, normali. -
La giovane donna fece un gesto d'impazienza,
anzi di protesta, contro ci che egli pretendeva
d'imporle, giacch osserv:
- Senti, Andrea, io trovo l'idea di Arletta un
po' originale, un po'inattesa, ma non cos assurda
come tu dici. Ripensavo poco fa al destino
di alcune mie amiche... di certe ragazze invecchiate
che ho conosciute. Per esempio, Caterina:
so benissimo che ella avrebbe preferito potersi
dire signora. E Ottavia! Pensa!... E Teresa?...
Avrebbe dato qualunque cosa perch il suo bambino
fosse nato durante il matrimonio.
- Questa poi  grossa! Se all'ombra di un
marito fantasma vengono al mondo dei bambini
che saranno in realt figli naturali... dove andiamo
a finire? Verso quali follie, verso quali disordini
sociali ci condurr la fantasia femminile?
- Teresa era una donna onesta; fu debole, si
fidava di Paolo e lo credeva un galantuomo, ed
egli, vigliacco, l'abbandon! Credi che se ella
avesse letto questo articolo prima della nascita
del bambino, non avrebbe saputo scovare un
vecchio e sposarlo per legittimare il proprio figlio,
per dargli un nome e la nascita regolare
che le convenzioni moderne esigono? -
Il marito scatt, in un impeto di giusto sdegno:
- Se i nostri ospizi di vecchi diventano un vivaio
per le ragazze e per le donne sedotte, allora
 la fine di tutto! -
Per pi di un'ora Andrea lott accanitamente
contro la volont di Arletta che Francina pareva
sostenere.
In fondo l'idea era romanzesca, e questa 
forse la ragione che per le due donne la rendeva
ammissibile.
Senza marito, s, ma Arletta avrebbe avuto
tutti i benefici morali del matrimonio davanti
alla sua famiglia avida e puritana.
L'orfana si privava volontariamente dell'amore
nel focolare. Ma sarebbe stato poi davvero spiacevole
avere un marito che non la disturberebbe,
che, in certo modo, non esisterebbe?... Quante
donne hanno sognato di essere signore senza
avere marito, senza vivere insieme, con un uomo,
senza dover sopportare il suo carattere, le sue
manie? Il matrimonio  anelato dalle ragazze
molto pi che il marito stesso, soprattutto da
quelle che conoscono un poco la vita.
Evidentemente era un po' strano immaginare
Arletta, cos giovane, cos pura, cos bella, sposata
a un vecchio qualsiasi scelto in un ospizio
di indigenti; ma l'idea di Arletta sposa, sola in
casa sua, come pu essere la moglie di un marinaro
o di un esploratore, o anche come una vedova
o una divorziata, ebbene, questa idea appariva
meno spiacevole.
- Soprattutto, - insistette Francina - si potrebbe
fare un contratto di separazione di beni,
in modo che Arletta si guadagni la vita solo
per s. -
Andrea rilev tutti gli inconvenienti che potevano
esserci tanto dal punto di vista legale e fiscale
quanto da quello morale.
- Voi non potrete n procurarvi un passaporto
liberamente... n lasciare la Francia... n
stabilirvi altrove... e neppure firmare un atto di
locazione. E infine se incontrerete un bravo giovane
che vi faccia battere il cuore, avrete gi un
vecchio marito e dovrete necessariamente rinunziare
all'amore. -
Arletta fece un gesto di persona sfiduciata.
- S, l'amore! - esclam con tristezza. - Da
quando sono venuta via da casa non mi faccio
illusioni. Senza dote, con le ottime informazioni
che i miei parenti non mancherebbero di dare di
me, chi volete che pensi a sposarmi?
- Ma i tuoi mezzi non ti permettono di prendere
un uomo a tuo carico, neanche parzialmente!
- intervenne Francina che via via che
sentiva la cosa possibile si sforzava di mostrarne
anche lei gli svantaggi.
- Che cosa non farei, - ribatt Arletta con
dolcezza - per poter dire a casa che sono maritata!
Cederei volentieri la met del mio guadagno
per essere signora agli occhi della portinaia,
del padrone di casa, agli occhi di tutta Battenville.
Non capite dunque, amici, l'incalcolabile
vantaggio che voi mi dareste? La soddisfazione
morale che proverei pensando che mia madre
potrebbe riscuotere subito quella rendita di cui
mi rimprovera di privarla? Ah, quella questione
di denaro tra lei e me!
- Io, - disse secco Andrea - vedo soltanto
le noie e gli inconvenienti.
- Forse perch ho ricorso a voi per discutere
la questione?
- Ma no, - protest l'altro con calore - non
si tratta di me! La questione da discutere? Ma
questo sarebbe un divertimento, Arletta, una
bella farsa, uno scherzo! Penso soltanto a voi.
Non vi vedo sposata a un vecchio. Lasciatemi
fare... datemi tempo... vi trover un bravo giovanotto.
- Non lo voglio, il vostro bravo giovanotto!
- rispose Arletta un po' stizzita. - Non capite
dunque, - soggiunse piangendo - che la mamma
mi accusa di essere fuggita da casa per andare
a fare la bella vita... per ridurla alla miseria?
Avete dimenticato la lettera che mi ha scritto?
Tenete, rileggetela. -
Ed ella mostr la dura missiva che Giovanna
Lebredel le aveva mandato in risposta alla sua
lettera affettuosa.
- ... Vizio I... Bisogno di libert, di vivere la
mia vita... poich ero troppo legata in famiglia!
Oh, ve ne supplico, Andrea, aiutatemi, aiutatemi! -
Il disegnatore conosceva il testo che ella gli
porgeva; tuttavia lo rilesse, ma non fu convinto.
In fondo era un sentimentale, e non poteva
ammettere il matrimonio senza amore. Non comprendeva
nemmeno che si potesse scherzare con
una cosa tanto seria, e lo fece osservare con severit
ad Arletta.
- Via, - ella protest ridendo - il matrimonio
civile  una buffonata... una mistificazione.
- Ma voi avete una maniera di veder le cose
tutta vostra! - egli 'ribatt indignato. - E la
legge? I vincoli sociali? Che cosa sono dunque
per voi? -
Ma la risata divenne pi lunga.
- Niente di buono, amico mio, se tutto ci
non si basa sulla morale e sulla carit cristiana.
Io capisco soltanto il matrimonio religioso poich
 l'espressione della nostra sincerit di cui
prendiamo a testimone Dio. Tutto il resto  roba
da ridere, giacch non conta pi di una societ
commerciale o dell'affitto di una casa. -
Andrea lasci cadere le braccia con scoraggiamento.
- Costei mi sconcerta! - fece, sbalordito. -
Non avrei mai pensato, che Arletta potesse sostenere
simili argomenti! -
La discussione si prolung fino all'una dopo
mezzanotte senza che il bravo giovane riuscisse
a persuadere la ragazza della follia del suo proponimento.
Ma neppure lei riusc a fare accettare
dall'ingegnere la stravaganza di quel matrimonio
fittizio che ella desiderava.
Siccome era tardi e non vi erano pi tranvai
n autobus, quando Arletta si mosse per andar
via Andrea propose di riaccompagnarla. E anche
per la strada, prendendola familiarmente a braccetto,
la supplic di dirgli la verit.
- La verit vera, Arletta... quella che non
avete voluto confessare a Francina, ma che direte
a me che sono come un fratello maggiore
per voi. Sapete bene che un uomo accetta tutti
i fatti della vita con idee meno ristrette di una
donna.
- Ma non ho niente da dirvi, Andrea! - ella
rispose con sincerit. - Vi assicuro che soltanto
la lettera di mia madre ha dettato il mio desiderio.
Voglio sposarmi per chiamarmi signora,
per avere uno stato civile di donna maritata
senza la noia di un marito.
- Rinunziate al matrimonio d'amore?
- L'amore! Se esistesse! Se in questo momento
si presentasse qualcuno che io amassi,
non chiederei di meglio che essere sua moglie.
Ma non lo trover. Non sono bella, non sono
ricca, non ho pi famiglia, e con questa tripla
menomazione non si trova facilmente un pretendente.
No, voglio sposarmi subito... subito,
capite?, per rispondere a mia madre con un fatto
perentorio, definitivo. E forse anche, per vendicarmi!
- Vendicarvi?
- Ah, s! Mamma, la civettuola, la bella signora
Lebredel! Non capite l'ironia? Avrebbe
un genero di settanta o ottanta anni!
- Arletta! - esclam Andrea indignato.
- Come potete lasciarvi trascinare da un sentimento
di cos bassa vendetta? Non vorrete sacrificare
la vostra vita per una soddisfazione tanto
misera!
- No, - ella convenne. - Dicendo cos, cerco
di farmi pi cattiva di quanto sono. No. Voglio
essere signora. Non voglio restare ragazza,
giacch ho la possibilit di fare altrimenti. Sono
felice all'idea che, grazie al mio matrimonio,
mia madre entrer finalmente in possesso del
legato di zia Eufrasia; cos il solo vero motivo
di rancore che ella ha verso di me sparir. Ah,
sar libera alfine! Sogno gi il quartierino dove
abiter, sposata senza marito... soprattutto senza
marito.
- Formidabile! Formidabile! - ripet per
due volte il disegnatore. - Siete davvero un bell'esempio
di sfinge, voi!
- Andrea, ve ne supplico, convenite che ho
ragione!
- Arletta, ve ne scongiuro, ditemi la verit.
- Vi ho detto tutto.
- E non c' niente alle viste... tra qualche
mese? -
Arletta sussult, poi si mise a ridere.
- Che sciocco siete! Questo  enorme! Soltanto
a un uomo pu venire in mente un'idea
simile!
- Non capisco...
- Non vi lambiccate il cervello con cose impossibili.
Non c' niente altro che quello che
vi ho detto. Voglio poter dire a mia madre che
mi chiamo la signora Tal dei Tali... -
La discussione fin soltanto sul portone di casa
e le ultime parole di Arletta furono ancora una
preghiera.
- Andrea, confido in voi. Siete un amico, non
potete rifiutare di occuparvi di questa faccenda.
Se non lo fate, lo far io stessa, ma non ho la
vostra esperienza e forse sar un po' scabroso, per
una ragazza, andare di vecchio in vecchio a chiedere
se accetta di assumere la parte che io gli
assegno. Mentre un uomo... oh, ma se voi rifiutate...
 segno che non siete un vero amico! -
Per un attimo lo spirito scherzoso del giovane
riprese il sopravvento.
- S... non sono un amico e dagli amici
vi guardi Dio...! - rispose ridendo. - Insomma,
rifletter, - soggiunse cambiando tono. -
Per il momento sono stupefatto e non riesco ad
approvare i vostri ridicoli proponimenti. La vostra
idea  talmente assurda!... Ve lo dico io,
Arletta, voi mi sconcertate. Non vi avrei mai immaginata
sotto una luce simile. Ah, no, davvero!
Soltanto un cervello femminile pu deragliare
cos...
- Buona notte, Andrea! - ella interruppe
tendendogli la mano per accomiatarsi.
- S, s, andate a letto, fate bene. In questo
momento potrei dirvi soltanto delle sciocchezze.
Ah, le donne! Bel compito volete affidarmi! Piacevole!
Chi avrebbe mai pensato che una ragazza
dall'aspetto tanto assennato fosse capace
di un'idea simile! -
Era pronto a sciorinare chilometri di frasi
sulla stupidit delle ragazze, ma Arletta, senza
pi ascoltare le sue proteste, entr in casa dopo
un rapido buona notte, ed egli dovette allontanarsi
senza aver ottenuto nessun vantaggio.
Bisogna credere che l'idea di Arletta non fosse
poi troppo pazzesca, giacch il buon Andrea fin
dal giorno dopo si mise in campagna. Non gi
che avesse dato ancora la sua adesione; tutt'altro!
Ma arrivato in ufficio sent il bisogno di
chiarire le proprie idee, di chiedere qualche parere,
e in un momento di sosta nel lavoro sottopose
ai compagni il quesito che lo preoccupava.
- Avete sentito parlare di quei matrimoni di
giovani forestiere con vecchi degli ospizi?
- S...  un fatto recentissimo, - dissero gli
altri impiegati, commentando il fatto ciascuno
a modo suo.
Si divertirono perfino, uno dopo l'altro, a esaminarne
le ripercussioni, secondo le loro idee.
Un vecchio disegnatore, il decano dell'ufficio
di Andrea, che aveva dovuto vedere molte cose
buffe durante la sua vita, credette opportuno di
collegare l'eccentricit presente al passato.
- Niente di nuovo sotto il sole!... Si tratta, in
verit, di conquistare una ragione sociale in
condizioni un po' pi scabrose del solito, ecco
tutto. Ma in ogni tempo  stato venduto il proprio
nome. Mi ricordo che una quarantina di
anni fa seppi la storia di un vecchio medico pi
incline a venerare Bacco che non a curare gli
ammalati. Una fabbrica di tessuti, per dare alla
sua fabbricazione l'appoggio di una autorit veramente
rispettabile a quel tempo, aveva comprato
per cinquecento franchi, che allora era
una discreta sommetta, il nome del dottore. Il
dottore vendette nome e titolo, non gi per amore
di libert, ma per amore del vino.
- Anticamente si vendeva l'anima, almeno
cos raccontano le vecchie leggende, - approv
un altro. - Oggi si vende il proprio nome in
un matrimonio ricco;  pi comodo e meno pericoloso. -
Andrea rimase male comprendendo che i suoi
compagni non si ribellavano dinanzi a simili
mercati.
- A me, tutto ci fa stomaco, - dichiar. -
Se alle nostre ragazze venisse in mente di adottare
un tale sistema...
- Ebbene, sarebbe un'idea splendida, mi pare!... -
osserv un altro. - Non sarebbero punto
stupide le ragazzine che prendessero uno sposo
per conquistare agli occhi di tutti la libert di
cui godono le donne maritate, giacch i pregiudizi
sono cos meschini per coloro che ammuffiscono
zittelle... -
Un terzo si spinse anche pi oltre.
- Sentite: se incontrassi una donna, qualunque
fosse, che mi assicurasse l'esistenza sino alla
fine dei miei giorni... non esiterei punto. Presto
direi facciamo le pubblicazioni. -
L'idea di una vita comoda e tranquilla lo entusiasmava.
- E perch no, - continu davanti al viso
corrucciato di Andrea - se vi fosse un concreto
vantaggio? -
Un uomo anziano, che fino a quel momento
non aveva detto niente, si mise a ridere.
- Che bello scherzo da fare ai miei figli! -
esclam. - Immagino che viso farebbero se presentassi
loro la giovane sposa che mi si fosse offerta!
Che bella vendetta!... Me ne hanno fatte
tante... ora toccherebbe a me! -
L'ingegnere che era entrato un momento e
ascoltava senza capire bene, intervenne a sua
volta:
- Di che cosa si tratta?... Di quella recente
faccenda? Dello scandalo causato da certi matrimoni?
- SI, - rispose Andrea. - E chiedevo a questi
signori il loro parere su una possibile espansione...
di altri casi, di altre fanciulle che volessero
a qualunque costo cessare di essere nubili.
Che cosa ne pensate, signor Morlange?
- Mio Dio!... Prima di tutto penso che la
ragazza si metterebbe legalmente la corda al
collo. A me pare che un matrimonio simile sia
un controsenso e che tutte le difficolt, tutte le
noie, ricadrebbero sulla donna... -
S'interruppe, riflett qualche secondo, poi osserv,
in tono quasi confidenziale:
- Sapete, signori, che questa faccenda  una
minaccia per noi'? Ho pensato spesso che se non
esistesse quel discredito che colpisce le donne non
maritate e quel senso di ridicolo che perseguita
le zittelle, le nostre compagne avrebbero meno
fretta di sposarsi. In verit la donna pu fare
benissimo senza l'uomo; essa non ne ha la bench
minima necessit, se non che, ben s'intende,
per avere dei figliuoli. Guardate le donne vedove
o divorziate che si danno al commercio: esse
riescono benissimo, spesso meglio di quando
avevano il marito.
-  proprio questo che mi contraria! - borbott
Andrea. - Bisogna rispettare il matrimonio,
conservargli il suo carattere sacrosanto, altrimenti
che cosa diventerebbe la societ? Unioni
simili sono la distruzione della famiglia.
- Caro mio, voi siete semplicemente un egoista!
Avete paura che le donne imparino a vivere
senza di noi. La famiglia  soltanto una scusa!
Voi vi infischiereste della famiglia se essa non
rappresentasse per voi il benessere, le vostre piccole
manie soddisfatte, la casa calda e accogliente,
le pantofole accanto al fuoco e i calzini lavati
e accomodati con cura... -
Andrea e i suoi compagni mentre disegnavano
continuarono per un pezzo a discorrere su quell'appassionante
questione. Alcuni dei loro argomenti
erano insulsi e anche comici, ma ve ne
erano anche alcuni gravi e profondi. Da questa
discussione Andrea cap in modo chiaro che i
suoi compagni non erano contrari all'idea di
Arletta. In teoria, anzi, essi l'accettavano e la giudicavano
effettuabile.
Senza accorgersene Montel, suggestionato da
tutti, si trov preso nell'ingranaggio. Bench
poco soddisfatto del suo interrogatorio, dopo
qualche giorno, davanti a tante diverse opinioni,
cominci a non essere pi tanto sicuro che il proposito
di Arletta fosse assurdo e che egli avesse
ragione di opporvisi.
Volle insomma aver la coscienza tranquilla,
e la domenica dopo and a Nanterre col proposito
di attaccare discorso con i vecchi, uniformemente
vestiti di turchino, che si vedono girellare
intorno al grande ricovero, all'ora dell'uscita.
Voleva conoscere l'opinione degli interessati.
Non doveva prima di tutto accertarsi che la cosa
proposta da Arletta fosse possibile?
Usc solo, trasgredendo alla sua abitudine di
dedicare tutte le ore della domenica alla famigliuola.
Per rendere pi facile l'inchiesta che voleva
intraprendere, egli si era munito di diversi pacchetti
di sigarette. Offrendole a caso a qualche
vecchio dall'aspetto simpatico, gli sarebbe stato
pi facile attaccare discorso.
Prima di uscire, Francina, donna pratica, gli
raccomand ancora:
- Soprattutto scegline uno che sia molto vecchio...
uno di cui Arletta sia presto liberata.
Capisci? Un vecchietto rifinito, gracile, che non
viva a lungo.
- Bisognerebbe pi che altro che fosse una
persona perbene!
- Anche questo, s. Non prendere un ubriacone,
se puoi... ma infine, cerca di riuscire. Fai
tutto il possibile... -
Egli non rispose. A che pr discutere con sua
moglie che ormai aveva preso le parti di Arletta
e sosteneva la sua tesi?
Egli starebbe a vedere il risultato delle sue indagini.
Frattanto, per, una cosa era certa: non
aveva ancora promesso di far riuscire un cos
ridicolo progetto di matrimonio. Egli avrebbe
studiato la questione: era gi molto che avesse
accettato di occuparsene.
Ma, come ognuno ha spesso osservato, quando
il destino vuole scherzare, tutte le stravaganze
diventano possibili. Perci Andrea quel giorno
fece molte cose, mentre si era proposto soltanto
di effettuare un sondaggio.
Quando all'una ritorn a casa per la colazione,
aveva fatto la conoscenza di cinque o sei ricoverati...
vecchietti lindi e ravviati, tra i quali
uno soprattutto gli aveva fatto buona impressione.
Era un vecchio giornalista caduto in miseria,
un uomo che al tempo della sua giovent doveva
essere stato un bel giovanotto robusto, ma che
ora era soltanto uno spilungone magro che per
vecchia abitudine stava diritto e rigido come un
palo.
Uomo dalla parola facile, il vecchio aveva ricordato
il suo titolo di gloria: una missione compiuta
in Argentina per conto di un grande giornale
di Parigi. Si era anche dilungato con compiacenza
sui particolari che avevano dato un certo
lustro al suo nome: Anatolio Lussan.
Andrea l'aveva ascoltato, in alcuni momenti
con una certa impazienza e anche con un po' di
scetticismo dinanzi a quelle che egli giudicava
ripetizioni senza valore. Tagli corto alla conversazione
e prese un appuntamento.
- Esco tutti i giorni alla stessa ora, - gli
disse Lussan. - Sar felicissimo di poter conversare
con un uomo come voi... un uomo
intelligente, un uomo come non ve ne sono tra le
persone che frequento.
- Va bene! D'accordo, - assent Andrea.
- A presto, dunque. -
Il disegnatore scivolava senza accorgersene
nella china pericolosa che voleva evitare.
Quando rivide Arletta, quella sera stessa, la inform
dei diversi incontri fatti a Nanterre.
Ella ne fu felice.
In un gesto impulsivo di gioia gli salt al collo.
- Siete straordinario, mio buon amico. Grazie.
Grazie anche a te, Francina. Come sono contenta
che voi due mi comprendiate. -
E nonostante i gesti di diniego dell'ingegnere,
ella si mise a salterellare sulla punta dei piedi
con fare birichino esprimendo cos, spontaneamente,
la sua gioia infantile.
Davanti a un tale slancio di gratitudine Andrea
divenne meno rigido. Senza accorgersene
abbandonava la sua intransigenza.
- Siate ragionevole, bambina, - disse fraternamente,
bench un po' triste di dover capitolare.
- Pesiamo bene le cose prima di agire...
Questa faccenda va avanti un po' troppo alla
svelta e io mi spavento sempre della facilit con
la quale certi avvenimenti sembra vadano accomodandosi.
Il fatto che ci interessa  talmente
bizzarro! -
Ma Francina intervenne.
- Via, Andrea, non guastare la sua gioia!
- Ma se questa gioia presagisce il peggio?
- Non esagerare. Non sar la prima volta che
una ragazza sposa un vecchio. Anticamente...
- Anticamente, che cosa? - si rivolt Andrea
davanti all'intervento della moglie che pareva
volergli opporre argomenti irrefutabili.
- La storia ci fornisce degli esempi...
- Oh, la storia!
- Insomma, saprai, credo, che il duca di Richelieu,
ministro di Luigi quindicesimo, spos in
terze nozze, all'et di settantotto anni, una donna
giovanissima.
- E questo che cosa prova? Che il ministro
di Luigi quindicesimo aveva una moralit dubbia.
Qui si tratta di Arletta! E siccome la nostra
amica non parla di volere sposare un ricchissimo
signore, ho ben ragione di dubitare della felicit
che l'attende. -
Arletta si slanci di nuovo verso Andrea.
- Mio grande amico, - disse con effusione -
sono commossa del pensiero che vi date, perch
so benissimo che a tutte le vostre esitazioni
voi unite un ardente desiderio di non cooperare
alla mia infelicit.
- Questo potete dirlo davvero! Se mi do tanta
pena  per il vostro interesse.
- E ve ne sono profondamente riconoscente,
buon Andrea. Ma vorrei pur sapere...! Ho soltanto
un giorno alla settimana, io, per poter parlare
liberamente con voi: raccontatemi dunque
tutto, ve ne prego... e vediamo insieme che cosa
si pu fare.
- Ecco: prima di tutto bisogna che io assuma
informazioni su quell'uomo... che sappia se tutto
quello che mi ha detto sul suo passato  esatto.
- S, bisognerebbe accertarsi.
- Credo che mi sar facile. Quell'uomo mi ha
dato delle indicazioni... ho segnato nomi e indirizzi;
su questo, Arletta, potete stare tranquilla:
non far niente a caso.
- Ho fiducia in voi. Ma com' questo vecchio?
- Non c' male. Mi ha fatto buona impressione.
E un uomo di settantacinque anni, piuttosto
abbattuto; ma porta con dignit i suoi anni:
 misero ma decente. Ha ancora una certa distinzionesotto quell'orribile uniforme. Ci che ha
detto della sua giovinezza deve essere vero. Senza
essere ricco, deve aver appartenuto alla borghesia.
Forse  anche vero che ha ricevuto una buona
educazione. Insomma tutto questo si pu controllare.
- Va bene. Ma ammettendo che le informazioni
concordino con ci che egli ha detto?
- Bisognerebbe che io intavolassi le trattative
e che egli accettasse. Non gli ho ancora detto
niente, come potete bene immaginare.
- Capisco. Ma cos si va per le lunghe...
dovremo aspettare fino a domenica prossima.
- No, devo incontrarmi con lui in settimana.
Gli ho dato appuntamento.
- Benissimo. Andrea, siete un tesoro! -
Egli alz le spalle con indulgenza.
- Perch faccio tutto quello che volete, eh, monella?
- No davvero. Perch prevedete tutto e andate
diritto allo scopo, come chi sa dove vuole
andare. -
Andrea abbozz un sorriso... non si faceva
illusioni sulla propria volont.
- Vado piuttosto dove voi volete che io vada,
- protest in tono sfiduciato.
- In ogni modo, - insistette Arletta con dolcezza
- faccio assegnamento su voi per guidarmi...
per darmi dei consigli. Altrimenti, credete
forse che saprei condurre in porto questa faccenda?
- Si sa: voialtre donne siete pi svelte a suggerire
una cosa che a compierla. Ho pensato a
una quantit di precauzioni che bisogner prendere
e alle quali non avete certamente pensato,
nessuna delle due.
- Questo  vero! - approv Francina. - Arletta
non ha previsto niente, e io neppure.
- Per esempio, - prosegu il giovanotto
- Io credo che Arletta far bene a trovare un altro
alloggio, pur conservando per qualche tempo il
suo abituale indirizzo. Ben s'intende che ella
dovrebbe prender possesso del nuovo appartamento
soltanto dopo sposata.
- Insomma, mio caro, dovr rinnovarmi completamente.
- Proprio cos. Non  necessario che si sappia
dove, come e con chi vi sarete sposata. Direte al
nuovo padrone di casa che vostro marito  partito
per un lungo viaggio... o che  ammalato
e si trova in qualche casa di cura.
- S, - approv Francina - l'assenza del
marito pu essere spiegata in mille modi. L'importante
 di averlo.
- Il secondo alloggio avr anche un altro vantaggio; -
continu Andrea - vi permetter di
non dare a questo sposo fittizio il vostro vero indirizzo,
giacch  inutile che egli sappia, in seguito,
che cosa fa sua moglie. Se pi tardi avr
da farvi qualche comunicazione, vi scriver sempre
in via dei Piccoli Campi.
-  un'ottima idea. Da domani aiuter Arletta
a scovare un vero appartamentino; la sua
cameretta  poco igienica e mancante di comodit. -
Ma la fanciulla fece a un tratto il viso rosso.
- Ho paura che la mia borsa sia ancora un
po' smilza, - confess imbarazzata - specialmente
se dovr dare subito un foglio di grosso
taglio al mio fidanzato. Ho pensato che per farlo
decidere varr pi una sommetta in denaro che
non la promessa di una piccola rendita.
- Probabilmente ci vorranno tutt'e due, - rispose
Andrea. - Ma ora non vi preoccupate per
il denaro... Francina vi aiuter per l'acquisto
dei mobili ed io per quello del marito. Ci
rimborserete poi... pian piano... quando il vostro
desiderio sar appagato, e soprattutto quando
sarete un po' pi sollevata moralmente. -
Lacrime di commossa riconoscenza bagnarono
gli occhi della povera abbandonata.
- Grazie a entrambi, cari amici. Mai come in
questo momento in cui voglio uscire dalla mia
falsa condizione ho sentito tanto tutto ci che
dovr al vostro affetto e alla vostra bont. Mia
cara Francina, Andrea, vi ringrazio dal pi profondo
del cuore... -
A quelle parole la commozione afferr un poco
tutte quelle buone persone, ma Andrea volle tagliar
corto per quel giorno.
- Via, via, donne, basta con le inutili sensibilit.
C' qualcosa di meglio da fare. Venendo
qui ho osservato un fabbricato di bella apparenza,
abbastanza vicino a casa nostra. Mi ha
colpito un cartello attaccato sul portone, che indica
una stanza e una cucina da affittare. Andate
a vedere di che cosa si tratta mentre io scriver
alcune lettere, sorvegliando i bambini. -
Cos fu fatto.
L'appartamento era pulito, arioso, e di un
prezzo possibile; piacque ad Arletta che faceva
gi proponimenti mirabolanti, e le due amiche
decisero di ritornare il giorno dopo a fissarlo.
Nei giorni seguenti, mentre le due amiche discutevano
con la portinaia, Andrea iniziava le
trattative per il matrimonio che Arletta desiderava.
Era necessario mettersi d'accordo col vecchio
e non bisognava lasciar passare troppo tempo.
Quelle trattative non erano davvero piacevoli,
bisogna riconoscerlo. Prima di tutto Andrea compiva
quella missione malvolentieri, e poi, con
ragione, si sentiva imbarazzato a proporre a un
uomo di vendere il suo nome, tanto pi che egli,
Andrea, non era punto convinto che ci dovesse
fare la felicit di Arletta.
Tuttavia siccome Lussan gli fece l'impressione
di un buon uomo piuttosto spensierato, la sua
inquietudine diminu e la buona riuscita del suo
intento gli parve meno problematica.
Cominci per conquistare la fiducia del vecchio,
e ci gli riusc facile con l'aiuto di alcune
consumazioni pagate al momento giusto. Quando
vi fu riuscito, condusse il vecchio in un ristorante,
e l, mangiando, gli espose per sommi capi
ci che voleva da lui.
Dapprima l'invitato fece un salto dalla sorpresa.
- No! E uno scherzo! Vendere il mio nome!
Sposarmi!... E con una ragazza giovane, per
giunta! -
Non credeva ai suoi orecchi.
- Rinunziare a essere un vero marito!... -
ripeteva. - Ci mi sconvolge! -
Andrea seppe essere persuasivo. Difese la causa
di Arletta e fece risaltare la bellezza della missione
da compiere: una fanciulla abbandonata
dalla sua famiglia... una povera bambina onesta
che la vita travolgeva...
Ascoltando, l'altro si sent ingrandire. Intravide
una buona azione...
Alla sua et poteva ancora essere utile a qualcuno?
Il suo nome infiorirebbe un'esistenza di
venti anni?
Ci era lusinghiero!
La parte da recitare aveva del Don Chisciotte
e si adattava al suo temperamento fanfarone.
Egli fu tanto pi entusiasmato in quanto che,
come finale, vi era una bella sommetta di denaro.
Alla sua et, mentre nessuno si occupava di lui
n pensava a procurargli qualche piccolo svago,
i pochi biglietti di banca che gli venivano promessi
assumevano un'importanza fantastica.
Quel piccolo capitale gli appariva cos ingente
che egli si immaginava di non vederne mai la
fine.
Tanto per fare, manifestava ancora un certo
stupore, ma le sue esclamazioni: Strano! Buffissimo! Divertente! erano in fondo un consenso.
Fin con accettare apertamente; anzi, alla fine
del pranzo si inform con ansia di ci che doveva
dire o fare per non mandare a monte la
bella vicenda abbozzata.
Andrea cap allora che la partita era vinta e
che si trattava di stabilirne i particolari.
Ci avvenne in un nuovo incontro durante il
quale il disegnatore osserv un'ansiet pi accentuata
nel vecchio.
La sua esperienza gli diceva forse che l'occasione
 attaccata soltanto a un capello, e che  bene
non mandare per le lunghe le cose che ci sembrano
vantaggiose? Il suo cervello si era abituato
all'idea di questo matrimonio? O forse fu a cagione
di ambo i motivi? Una cosa era certa:
lui stesso ora incitava Andrea Montel a far presto,
si dichiarava felice, e quel fatto imprevisto
gli piaceva moltissimo.
- Davvero! Non avrei mai immaginato un
tale coronamento alla mia carriera! - spiegava
al marito di Francina. - Senza dubbio per me
 una soddisfazione poter godere di qualche benessere,
ma questa  una cosa di ordine materiale!
Ve n' un'altra, immensa, maravigliosa
simile a un racconto di fate, che abbellir la mia
vita: sar utile a una fanciulla! Non sono pi
un uomo finito, inutile, buono a niente, giacch
posso ancora sostenere la parte di marito nell'esistenza
di una donna di venti anni. Alla mia et,
ci  magnifico! -
Parlando cos si raddrizzava fieramente...,, ed
era anche commosso! Si capiva che il vecchio
avrebbe ammesso benissimo, con la sua anima
cavalleresca, che ogni clausola di rimunerazione
venisse soppressa dall'accordo concluso. Ma Andrea,
pi pratico, voleva tutelare tanto la libert
della sua piccola amica, quanto gli interessi del
marito benevolo e indigente.
Fin da quel momento i preparativi andarono
avanti alla svelta. Quarantotto ore bastarono per
riunire i fogli necessari, e le pubblicazioni furono
fatte senza che i due fidanzati si fossero incontrati.
Quindici giorni dopo, una bella mattina Andrea
and a prendere Lussan in un'automobile
che aveva presa a prestito da un amico e, secondo
un programma stabilito, il disegnatore condusse
il vecchio in una camera d'albergo fissata il
giorno prima.
Gli fece indossare della biancheria pulita, poi
un vestito nero che, bene o male, si adattava alla
sua figura. Un soprabito copr tutto; un cappello
di feltro comp l'abbigliamento.
Ora il vecchio, orgoglioso come uno sposino
di campagna, era pronto per seguire Montel in
Municipio.
Soltanto allora Andrea mise in presenza Arletta
a colui che egli le aveva scelto per complice.
Incontro bizzarro, che poteva anche essere
commovente, ma che fu soltanto banale e corretto,
come pu esser quello che precede l'acquisto
di un negozio o di una casa di abitazione,
tra il compratore e l'acquirente.
A un tavolino di caff, davanti a un bicchiere
di Porto, i due sposi si videro per la prima volta.
Andrea fece le presentazioni; forse vi mise un
po' di malizia per nascondere con l'ironia la
commozione, giacch tutte le responsabilit di
quella faccenda lo preoccupavano abbastanza.
- Il signor Anatolio Lussan, giornalista di
talento. La signorina Arletta Dalimours, un'incantevole
fanciulla lieta di diventare signora. -
Arletta tese la mano al vecchio che s'inchinava
gravemente dinanzi a lei.
- Mia graziosissima fidanzata, - disse quegli
con una certa disinvoltura - degnatevi accettare
i miei omaggi. Siate certa che la mia sposa avr
tutto il mio rispetto e che sar il pi deferente
e pi appartato marito del mondo. -
Il buon uomo punteggi galantemente la frase
con un rapido bacio sulle dita affusolate che egli
aveva trattenute tra le sue. Ostentava delle arie
ottocentesche che ben si addicevano ai suoi capelli
bianchi e ai suoi gesti antiquati.
La conversazione fu breve. Un certo impaccio
pesava sulle quattro persone.
Arletta osservava di sottecchi l'uomo del quale
stava per portare il nome. Lo trovava vecchio,
rigido, caricato... e punto bello! In quell'istante
un po' di malinconia la invase; tutti i suoi sogni
giovanili dovevano dunque finire in quel vecchio?
Qualcosa come un vago disgusto le sommerse
l'anima, ed ella dovette farsi forza per non lasciar
trapelare la sua delusione e la sua amarezza
involontarie.
A distanza  facile dire: Sposer un uomo
anziano, ma  terribilmente triste quando, venuto
il momento, effettuiamo l'idea che ci eravamo
fatti.
Francina indovin forse i pensieri dell'amica?
Di nascosto le prese una mano e gliela strinse
con slancio affettuoso in segno di conforto, o
forse per dirle in silenzio: Sono qui per aiutarti
se qualcosa non va.
Arletta abbozz un triste sorriso in risposta a
quell'eloquente pressione delle mani; ma Andrea,
che aveva sorpreso il gesto della moglie e la tristezza
del sorriso di Arletta, espresse ad alta voce
ci che pensava.
- Sentite, Arletta, il momento del sacrificio 
venuto. Se non ve ne sentite il coraggio, dite
una parola, e pago al mio amico Lussan una
buona colazione in compenso del disturbo che
gli ho dato. -
Arletta si raddrizz davanti a quel suggerimento.
Gli occhioni febbrili si fissarono angosciati in
quelli di Andrea.
- Sapete benissimo, caro amico, le ragioni
che mi spingono a diventare una donna sposata.
Battenville! Questo nome dirige tutta la mia condotta.
- Eh, via! - egli rispose. - Fareste molto
meglio a dimenticare il vostro paesello e vivere
come tutte le operaie di Parigi delle quali i genitori
non si curano. -
Ma la fanciulla scosse la testa. Le era bastato
rievocare la cittadina che aveva lasciato, e di
rimbalzo, la lettera della madre, per ritrovare
tutta l'energia e disse a denti stretti:
- No. Voglio che laggi sappiano che sono
maritata... che mia madre pu godere della sua
rendita! Voglio anche addurre un motivo plausibile
alla mia fuga. -
Era chiaro e decisivo.
Andrea si accontent di approvare con un gesto
che pareva voler dire: Sia quel che Dio
vuole! o anche: Me ne lavo le mani.
Lussan, che per un momento era rimasto sospeso,
nell'attesa e nel timore di un cambiamento
di decisione di Arletta, sembr rasserenato
udendo come ella mantenesse i suoi progetti.
- Non sar ingombrante, signorina, - afferm
con un sorriso umile che cercava di rassicurarla.
-  nel mio interesse e... ho dato la mia
parola. Dopo la cerimonia vi lascer e non udrete
pi parlare di me. -
La fanciulla alz gli occhi verso di lui. Il suo
sguardo si era raddolcito.
- Il mio amico Andrea mi ha detto che siete
un galantuomo, - rispose con benevolenza. -
Ho fiducia in voi. Dal canto vostro, signore, dovete
credermi: porter degnamente il vostro
nome e non dovrete mai arrossire di questa vostra
sposa legale. -
Con gesto spontaneo gli tese un'altra volta la
mano.
-  inteso, vero?
- S, signorina, - egli rispose tutto turbato,
giacch a quell'et  facile commuoversi.
Arletta dette allora il segnale della partenza
per il Municipio.
E prendendo coraggiosamente a braccetto Francina, s'incammin verso la via della Banca dove
sorgeva l'edificio municipale del secondo circondario.
Andrea e Lussan seguirono di passo pi
lento le due donne, giacch il vecchio trascinava
un poco le gambe.
Mezz'ora dopo la cerimonia era terminata. L'assessore
municipale aveva pronunziato con un
certo stupore davanti a quella coppia cos stranamente
assortita, la formula tradizionale che
consacra il matrimonio civile; ma la frase legale
non aveva per questo meno valore.
E il libretto di famiglia che il vecchio Lussan
consegn alla giovane moglie costituiva un
foglio di stato civile terribilmente eloquente: Arletta
era maritata... Arletta portava un altro
nome.
Era l'annientamento completo di tutte le aspirazioni
normali di una fanciulla della sua et;
pur tuttavia, lo sguardo lontano, la fronte cocciuta,
un vago sorriso sulle labbra, la sposina
pareva guardare senza timore e bene in faccia
il presente e l'avvenire.
Il giorno dopo quell'importante cerimonia Arletta
Dalimours, diventata, signora Lussan, fece
sapere alla madre che il suo matrimonio era gi
stato celebrato. E senza dubbio lo fece con un
certo orgoglio.
Cedendo a un desiderio abbastanza naturale,
obbedendo forse a un istinto di rivincita, fece un
sacrificio per ordinare le partecipazioni che invi
generosamente agli abitanti di Battenville e ad
alcuni conoscenti dei dintorni. Naturalmente
quelle partecipazioni non precisavano n l'et
n la condizione dello sposo, ma indicavano bens
il nuovo stato di Arletta.
Ottenuta quella soddisfazione, la fanciulla, diventata
signora Arletta Lussan, si abbandon interamente
alla gioia di entrare nel suo nuovo
alloggio, ammobiliato per il momento con una
certa modestia. In seguito avrebbe cercato di
adattarlo meglio ai suoi gusti, ma intanto era
felice di trovarsi in casa sua e di possedere uno
stato civile di donna maritata.
Bench tra il giorno prima e il giorno dopo il
suo matrimonio non vi fosse stato nella sua esistenza,
all'infuori del cambiamento di domicilio,
nessuna evoluzione materiale, fisica o
sentimentale, la ragazza provava l'impressione di
essere cresciuta di un cubito.
Una donna sposata, anche se non vive col marito,
anche quando non lo vede mai,  una persona
notevole nel mondo femminile: ha subito
diritto a una certa libert, a una vita meno monotona;
pu muoversi, fare atto di presenza in
numerosi luoghi e in varie circostanze in cui
prima non avrebbe potuto apparire senza suscitare
una specie di diffidenza o di discredito.
Il fatto di aver posto la propria firma su un
registro dello Stato Civile conferiva a un tratto
alla nostra eroina una dignit nuova; e Arletta
non considerava l'ironia della sua condizione
senza una profonda malizia.
Soltanto di fronte all'immagine del padre, un
ritratto molto scolorito, che fin dal primo giorno
ella aveva appeso nel nuovo domicilio, si sentiva
un po' impacciata. Ma quella fotografia rappresentava
in certo qual modo l'unica persona
cara che fosse stata indulgente con lei; ed ella
ne fece il suo confidente.
Vedi, babbo, diceva con commozione, quasi
pregando se dalla tomba dove per mia disgrazia
sei sceso troppo presto tu vedi tua figlia, devi
approvarla di aver lasciato il tuo nome per prendere
quello di un uomo qualunque che ella non
conosce e che non rivedr mai. Ora la tua piccina
 diventata una persona importante nella societ;
non possono pi accusarla di essere una svergognata
che voleva vivere la sua vita. Sono sposata,
dunque, sistemata.
La giovane donna si permetteva anche di sorridere
allegramente al caro ritratto dell'assente.
Dimmi, babbo, non ti pare che la gente sia
stupida? Come se ieri non fossi uguale a oggi e
come se, veramente, oggi valessi pi di ieri. Ma
 cos. Inchiniamoci!
E presa a un tratto da un ardente fervore scivolava
in ginocchio, si raccoglieva e mormorava:
Babbino mio caro, tu che mi vedi, tu che mi
giudichi, proteggimi! Sai benissimo, tu che dal
di l non puoi rimanere ingannato dalle apparenze,
che io non ho fatto niente di male n con
le azioni n col pensiero. Sono stata sempre una
ragazza onesta e non ho niente da rimproverarmi
verso mia madre che ho sempre amata. Ora ho
cancellato l'unico torto che potevo avere verso di
lei: la rendita che le facevo attendere. Allora,
tu, babbino, tu che sai tutto, ricordati che sono
sola sola, senza un vero marito, senza un affetto
e senza un appoggio. Non abbandonarmi! Maritata
o no, erede o no della zia Eufrasia, resto
sempre la tua bambina abbandonata... sola...
che sua madre respinge e che ha soltanto il tuo
ricordo per confortarla...
E la povera bambina, dopo questa preghiera,
non si sentiva affatto sollevata, nonostante il bel
libretto di famiglia nuovo nuovo che aveva gi
sfogliato venti volte e che avrebbe voluto poter
portare appuntato sul petto perch tutti lo vedessero.
Dove l'avvenimento fece colpo fu nel laboratorio
della signora Limay, giacch gli incidenti
individuali assumono varia importanza agli occhi
degli stessi interessati o degli estranei.
Nel piccolo mondo della sartoria, dove ogni
lavorante conosceva quasi a fondo il cuore delle
altre, il matrimonio di Arletta costituiva una tale
sorpresa che non poteva mancare di provocare
un profondo stupore. E, naturalmente, la mancanza
di confidenza della ragazza e la segretezza
con la quale era stata condotta la cosa, furono
accolte sfavorevolmente.
- Se almeno tu ci avessi detto il giorno e l'ora
del matrimonio saremmo state felici di venire a
farti gli auguri e a offrirti un mazzo di fiori in
chiesa! - disse Maurizietta.
- Non c' stato matrimonio in chiesa, - replic
Arletta rendendosi conto per la prima volta
della stranezza della sua situazione.
- Come? Non sei cattolica?
- Oh, s! Lui non voleva... il Signore mi perdoner
certamente. Rifletti, Maurizietta! Quando
siamo poveri e non abbiamo parenti... -
La poverina mand un lungo sospiro.
- Ah, s! La cerimonia! L'amore!
- Ebbene? Per cominciare, un marito  amore...
concentrato! -
Ma ella scosse la testa con tristezza.
- Prendere marito o fare un matrimonio
d'amore sono due cose molto diverse, credimi,
Maurizietta! -
Davanti a una simile dichiarazione lo stupore
aument: i visi, le esclamazioni, lo espressero
senza reticenza, e Arletta prosegu davanti a quei
musetti sbalorditi:
- Ho fatto un matrimonio di riflessione... per
finirla con tutte le noie di casa mia... questioni
di eredit che il mio matrimonio risolve. Ora 
cosa fatta, e i miei parenti mi lasceranno in pace.
- Oh, senti! Sei stata proprio stupida a sciupare
la tua vita per far piacere alla famiglia..
I rimproveri dei genitori e le noie finanziarie
passano... mentre il marito resta! -
Arletta ebbe di nuovo un sorriso un po' triste.
Per ora suo marito non le faceva paura; quanto
all'avvenire chiss!... Il vecchio Lussan avrebbe
forse dimenticato le promesse e rivendicato i suoi
diritti?
Il suo sorriso si accentu a un pensiero rassicurante:
ella non augurava la morte al poveretto,
ma insomma... a quell'et... non avrebbe certamente
disturbato a lungo sua moglie.
- Per,  un buon uomo, - spieg. - Credo
che non mi render infelice. Eppoi, non  affatto
molesto.
- Ce lo farai conoscere, vero? - insistette
Maria Minars.
- Sicuro... quando ritorner di viaggio.
- Come? - protest Maurizietta. - Tuo marito
 in viaggio?
- S... viaggia molto.  dovuto partire alla
fine della giornata... aveva da fare... molto lontano...
- Ebbene, io non vorrei davvero un marito
che vivesse lontano da me! - fece Gaby che era
di carattere piuttosto geloso. - Un marito, cara
mia, deve essere sorvegliato! Preferirei il barista
del caff qui accanto, ecco! A un marito non
bisogna lasciare la briglia troppo sciolta...
- Certamente! - approv Maurizietta.
- Ciascuno ha i suoi gusti. Ma vedi, - spieg
Arletta, un po' ironica - in tutta questa faccenda
ci che mi  piaciuto non  stato il marito, ma
il matrimonio.
- Oh! Che roba!
- Aveva bisogno di una copertina... - concluse
Gaby.
E le parole scherzose continuarono a piovere
fino a che la novella sposa dichiar che in onore
del matrimonio quella sera avrebbe offerto a
tutte un caff con panna.
E dopo aver fatto questa grossa spesa, fu permesso
alla giovane sartina di adornarsi tranquillamente
del titolo di signora.
Tuttavia, come abbiamo gi detto, bench sposata,
Arletta Dalimours continu senza alcun
cambiamento la sua solita vita, con questa sola
differenza: ella dovette fare qualche altra piccola
privazione per inviare regolarmente la sommetta
promessa al vecchio sposo; per nulla al
mondo avrebbe voluto mancare a quella tassa
che si era generosamente addossata il giorno del
matrimonio.
Dovette anche completare la sua mobilia.
Francina le aveva regalato i mobili principali
comprati da un rivenditore del quartiere; ma
mancavano ancora tante cose, a cominciare dai
cenci per lavare il pavimento di cucina, fino ai
lenzuoli necessari per fare il letto.
E bisogna riconoscere che la giovane lavorante
dovette fare delle spese proprio sbalorditive: un
grande baule che, ricoperto pomposamente da
un magnifico pezzo di cotonina a fiori rossi, serviva
da armadio; una tavola di legno bianco,
tre seggiole, tre piatti e tre bicchieri, per quando
avrebbe invitato a cena i suoi amici Montel, e
infine un magnifico fornello a spirito sul quale
cucinava cibi che ella definiva ironicamente succulenti,
come un uovo al tegamino o una tazza
di t.
Secondo lei, ci costituiva un vero lusso, il
massimo del confortevole, e tutta una vita deliziosa
le si apriva dinanzi.
Arletta viveva tranquilla, un po' egoisticamente,
come una formica che si d da fare per assicurarsi
il sostentamento e mantenere i suoi
impegni. Presa la rivincita sui parenti, non si
preoccupava di sapere che cosa ne sarebbe risultato.
Lavorava, concedendosi ogni tanto qualche
svago: una serata in casa degli amici, o al cinematografo
in loro compagnia. Non pensava nemmeno
ad approfittare della libert che il titolo di
signora le conferiva: la vita scorreva tranquillamente,
senza scosse come senza grandi gioie.
Ma il destino malizioso, quello stesso che una
sera aveva fatto cadere sotto gli occhi di Arletta
l'articolo di un giornale per indurla a compiere
quell'assurdo matrimonio, non la dimenticava.
Le stava anzi preparando uno di quei tiri inattesi
che sconvolgono tutta una vita.
Una mattina la portinaia dell'immobile dove
la nostra eroina abitava, la ferm mentre passava
per consegnarle una lettera.
La fanciulla fu colpita dall'intestazione che
sormontava la busta e che rivelandole subito la
provenienza le ricord a un tratto l'uomo che
aveva sposato.
La busta infatti portava l'intestazione del Ricovero
di Nanterre.
Il cuore dell'orfana si strinse istintivamente;
quale nuovo guaio la minacciava?
Era la prima lettera che le giungeva dopo un
anno che era sposata... il primo accenno dell'esistenza
del vecchio marito.
Fino a ora quel povero diavolo  stato davvero
poco ingombrante... ma ora, che cosa
vorr?
Aggrott le sopracciglia sotto il peso di un'improvvisa
inquietudine.
Purch non mi chieda del denaro! Non ne
ho punto, in questo momento, pens. Ma
come ha potuto scrivermi?
Sempre camminando apr la lettera e lesse ci
che vi era scritto.
Aveva appena cominciato, che si ferm di colpo,
smarrita.
Morto!
Suo marito era morto.
La notizia era importante, ed ella ne afferr
subito le conseguenze.
Pover uomo! Gi morto!
E una generosa piet la invase.
Non ha profittato a lungo della piccola rendita
che gli passavo! Soltanto tredici mesi di
matrimonio. Pace all'anima sua!
Riprese a camminare.
Sorpresa della novit della sua condizione continuava
a riflettere, senza pensare a leggere per
intero la lettera che teneva in mano.
Il poveretto  morto, ed io, sua moglie...
La sua mente vacill:
Sua vedova, anzi. Ah, sono vedova! Ma allora...
Subito intravedeva mille cose da fare.
Devo agire come farebbe una qualsiasi donna
maritata... escluse le lacrime, questo si capisce;
ma sempre con la commozione che la morte produce.
Era un brav'uomo; ha mantenuto la sua
parola... povero vecchio!
Un pallido sorriso err per un attimo sulle sue
labbra. Dentro di s decretava allo scomparso
un elogio meritato.
In fin dei conti  stato un buon marito! Scomparendo
cos presto, ha spinto la discrezione all'estremo.
Devo assistere ai funerali e accertarmi
che sia sepolto decorosamente. Quando avranno
luogo?
Riprese la lettera e questa volta la lesse per
intero.
 un'infermiera che mi scrive, osserv sul
principio. Mi annunzia questa morte senza precauzioni,
come se fossi una parente lontana...
che non avesse rapporti col vecchio ricoverato.
Signora, lesse Arletta a bassa voce ho il
dispiacere di comunicarvi la morte del signor
Anatolio Lussan che si trovava nel mio turno
da sei mesi. Stamattina alle cinque si  spento
dolcemente, senza soffrire, finito dagli anni.
Gi da qualche tempo, sentendosi sempre
pi debole e comprendendo prossima la fine, mi
aveva dato il vostro indirizzo perch potessi avvisarvi
della sua morte e dirvi che per merito
vostro la fine della sua esistenza  stata felice.
Mi aveva pregata anche di consegnarvi una cassettina
contenente delle carte.
Per bocca mia vi ringrazia vivamente di ci
che facevate per lui e mi ha raccomandato di
spiegarvi bene che egli sarebbe morto pensando
a voi e augurandovi ogni felicit.
Possa il mio nome, che  anche il suo, portarle
fortuna! ripeteva. Diteglielo, ve lo raccomando"
Quell'umile lettera, che era stata rimandata
da via dei Piccoli Campi al nuovo domicilio,
commosse profondamente Arletta.
Il povero vecchio aveva buon cuore, pens.
Capiva che ero sola. Il suo nome era il mio;
ci crea un vincolo. Non avevo che lui... insomma,
ero sua moglie! E anche lui, aveva soltanto
me!
Un velo di lacrime scintill negli occhi della
giovane vedova.
 una sciocchezza! pens, passando il fazzoletto
su quelle lacrime un po' assurde. So benissimo
che un atto civile crea soltanto vincoli
convenzionali... eppure sono commossa!
La commozione, anche se ingiustificata, le fu
utile; confer un'espressione di circostanza alla
fisonomia di solito serena della fanciulla.
Per poter disporre del pomeriggio al fine di
recarsi a Nanterre fu costretta a informare la
signora Limay, giacch non soltanto voleva andare
ai funerali, ma si credeva anche in dovere
di portare il lutto.
Oh, non avrebbe esagerato! Un lutto modesto,
accompagnato da un contegno serio, sarebbe bastato.
- Devo farvi le condoglianze? - chiese la
padrona con una certa ironia quando l'operaia
le ebbe annunziato la morte del marito.
- Grazie, signora; le accetto e vi ringrazio,
- ella rispose con presenza di spirito.
Chiese quindi il permesso necessario per la
giornata.
- Il funerale avr luogo oggi e devo anche
occuparmi del vestito da lutto e prendere alcune
disposizioni. -
La mattinata era appena all'inizio ed ella
aveva qualche ora di tempo per comprare le cose
indispensabili. Ma le compagne, con quello slancio
di simpatia abituale alle persone umili che
lavorano insieme, le offrirono di mettere a sua
disposizione tutto il necessario.
- Ho un grazioso beriolino di crespo, - disse
Gaby. - Credo che ti star bene.
- Il mio vestito di lana nera ti andr a pennello,
- soggiunse Maurizietta.
- E io posso offrirti i guanti e le calze nere.
Ho anche un velo, - dichiar Maria Minars felice
di poter fare anche lei qualche cosa per la
compagna.
- Grazie, accetto tutto: il cappello, il vestito,
le calze e il resto, - ella rispose con gratitudine.
- Siete davvero molto gentili. Domani vi restituir
tutto. -
Davanti ai visi tristi delle ragazze ella cominciava
a prendere sul serio la propria condizione,
e senza accorgersene la sua voce si era fatta pi
grave e i suoi gesti pi pacati.
Le compagne ne dedussero che ella non ostentava
sentimenti esagerati.
- Per un marito che era sempre in viaggio, -
osserv Maurizietta - non poteva certo aprire
le cateratte!
- Non lo amava, - ricord Gaby. - Lo aveva
sposato per far piacere ai parenti.
- Allora tutto va per il meglio. Potr rifarsi
la vita scegliendo un giovanotto che amer. -
Ma Arletta, che pur parlando con la padrona
aveva udito quelle riflessioni, scosse la testa.
- No, - rispose con seriet. - Non penso
affatto a risposarmi. Mio marito mi ha resa felice...
nella misura che gli era permessa. Un
altro potrebbe far di pi?
- Perbacco! Se tu lo amassi!
- S, capisco!... Ma l'amore... -
Il suo gesto un po' stanco manifestava una profonda
rassegnazione.
- L'amore non  fatto per i poveri! Abbiamo
forse il tempo di pensare all'amore quando occorre
guadagnarsi il pane e non abbiamo un
soldo da portare allo sposo? No. Oggi o domani,
non cambia. Maritata o vedova, per me
sar sempre lo stesso. Dunque! -
Esse non insistettero. Una seriet improvvisa
gravava su quelle ragazze che ora capivano meglio
la perdita subita da Arletta.
Un marito, anche se  sempre assente,  qualche
cosa!
Ma la interessata non le seguiva su questa
via; la morte di Lussan la colpiva soltanto dal
punto di vista legale. E da un anno che era sposata
aveva avuto il tempo di accorgersi come
il titolo di signora sembri molto pi importante
a quelle che non lo portano che a quelle che
ne godono. Il matrimonio, anche senza marito,
non d la felicit a una donna!
Ora, per, ella doveva occuparsi dei funerali
e porre fine alla conversazione.
Fu deciso che all'ora del ritorno al laboratorio,
nel pomeriggio, Arletta sarebbe andata a vestirsi
l, dove ciascuna avrebbe portato gli indumenti
promessi.
Intanto, siccome la padrona le aveva concesso
libert per tutto il giorno, ella non se lo fece
ripetere e corse a casa dei Montel per informarli
dell'avvenimento.
Era ancora presto e trov Andrea che stava
uscendo dovendo recarsi quel giorno all'ufficio
soltanto alle dieci. Stupito nel vederla, chiam
la moglie.
- Guarda chi c', Francina!
- Tu! - esclam questa vedendo l'amica.
- A quest'ora? Mio Dio! Che cosa ti  accaduto
di nuovo?
- S, che accade, Arletta?... Avete un viso
serio... -
Sorrise per rassicurarli.
- Serio?... Noi... Triste, piuttosto. Del resto,
giudicate voi stessi. -
Tese la lettera gialla con i bolli amministrativi.
Alla vista di quella busta Andrea aggrott la
fronte.
- Uhm! Che c'?... Si pu leggere? Permettete?
Osservando la dicitura stampata fece una
smorfia.
- Ohi, ohi, ohi! - esclam. - Si comincia
male. Ma infine era da prevedere. Si  mai visto
fare delle bestialit simili, e soprattutto trascinare
i propri amici su questa strada! Si tratta
di un ricatto, vero?
- Oh, Andrea!... Che giudizio temerario!...
leggete e vedrete... ma leggete dunque. -
Francina, dietro le spalle del marito, leggeva
anche lei. Allora, comprendendo a un tratto, si
gett al collo dell'amica.
- Mia piccola Arletta... ora sei libera! -
Era il grido dell'amicizia, e l'orfana ne fu commossa.
- S, - rispose con tristezza - Lussan 
morto.
- Povero vecchio! Ha fatto presto! - osserv
Andrea.
Vi fu un silenzio. E questa fu tutta l'orazione
funebre del vecchio sposo.
Il disegnatore cerc anzi di scherzare un poco,
per interrompere la seriet delle due donne, ma
l'idea della morte annienta sempre il brio. E il
bravo giovane, dopo qualche accenno di scherzo
non riuscito, si content di abbracciare Arletta
con pi calore del solito.
- Tutto finisce bene, mia cara. Il poveretto
vi ha assicurato l'indipendenza. Alla vostra et
tutto pu ancora accomodarsi, giacch siete libera. -
Anche lui, come le compagne di Arletta, pensava
soltanto a un nuovo possibile matrimonio
della fanciulla, come se per un essere umano
tutta la vita si cristallizzasse in un solo scopo:
essere sposato.
Un po' prima dell'ora fissata per la convocazione
che aveva ricevuta, Arletta si trov al deposito
mortuario dove il corpo di Anatolio Lussan
attendeva di essere portato alla tomba.
Un'infermiera si trovava accanto al feretro e
vegliava. L'entrata della giovane donna suscit
la sua curiosit; ella si alz, e senza far rumore
si avvicin a lei.
- Che cosa desiderate, signora? - chiese a
bassa voce. - Questa  la sala delle inumazioni.
- Dunque  deposta qui la spoglia di Anatolio
Lussan?
- S. Ecco il suo feretro. Siete senza dubbio
una parente, un'amica?
- Una di famiglia, s; e voi, signora? Siete
stata la sua infermiera?
- Era nel mio turno e mi interessava particolarmente
per il suo spirito, la sua distinzione, e
anche la sua buona educazione. E morto di
vecchiaia... senza soffrire... come una lampada che
si spenge per mancanza di olio. Mi aveva pregata
di scrivere a una persona di Parigi... in via
dei Piccoli Campi.
- Sono io quella persona, signora. Ho ricevuto
la vostra lettera e vi ringrazio. Volete permettermi
di ricompensarvi del disturbo e delle
spese... -
Ma l'altra respinse l'offerta.
- Scherzate! Sono felice di aver eseguito l'ultima
volont di quel simpatico uomo. Se egli ci
vede, in questo momento, deve essere soddisfatto
di me. Ho fatto ci che voleva, e tanto mi basta.
Ah, dimenticavo la cassettina! Volete aspettarmi
dopo la cerimonia? Ve la consegner. -
Fu deciso cos.
L'ora era giunta; il trasporto avvenne.
Vi fu una giovane donna vestita a lutto con
in mano una corona di fiori freschi, la quale segu,
compunta, l'umile convoglio insieme con
qualche vecchio: Arletta accompagnava con tristezza
Anatolio Lussan, suo marito, all'ultima
dimora.
Terminata la cerimonia, ritta accanto alla fossa,
nel grande cimitero di Nanterre dove migliaia
di tombe si allungano una accanto all'altra,
Arletta dette un ultimo addio a colui che
ella aveva conosciuto ben poco, ma che tuttavia
l'aveva aiutata generosamente.
Grazie, Anatolio, grazie! Pregher per voi.
E quella frase amichevole sulla tomba del disgraziato
che nessun parente, nessun antico conoscente
aveva accompagnato, era forse molto
pi preziosa, pi commovente di quanto sia il
freddo addio di lontani parenti su alcune sepolture.
L'infermiera, un po' in disparte, attendeva Arletta
per ricordarle la volont del defunto, e
dopo qualche parola gentile di condoglianza la
condusse nella camera personale che ella aveva
nell'ospizio.
Arrivata l, consegn alla giovane vedova un
piccolo stipo di legno legato accuratamente con
lo spago.
All'estremit dello spago era attaccata una busta
sigillata che portava scritto queste parole:
Affidata alla gentilezza della signorina X..., infermiera,
perch la consegni alla signora Lussan
quando sar morto.
La destinataria guard prima la scatola che le
veniva tesa; esitava a prenderla e alz gli occhi
interrogativi verso la donna.
- Uhm!... - fece questa in risposta alla muta
domanda di quello sguardo. - Non mi ha dato
nessuna spiegazione. Il signor Lussan ha soltanto
insistito perch vi consegnassi questo cofanetto
personalmente e in segretezza. Anzi, per evitare
ogni seccatura al passaggio dalla portineria, vi
accompagner io, portando il pacchetto. -
Cos, senza che la curiosit amministrativa potesse
esplicarsi legalmente, la sola eredit dell'antico
giornalista pass nelle mani di colei che
egli aveva scelto come legataria. Si capisce che
quel legato doveva aver poco valore, e che se il
fisco e il notaro furono privati uno delle tasse e
l'altro degli onorari, il totale, in verit, doveva
essere minimo.
Ritornata a casa Arletta volle sapere di che
cosa si componeva esattamente la sua eredit.
Strapp la busta nella quale credeva di trovare
una lettera esplicativa, ma quella conteneva soltanto
la chiave del cofanetto.
Seduta davanti alla tavola e un po' turbata, la
signora Lussan procedette seriamente all'apertura
della scatola.
Era spinta dalla curiosit abbastanza naturale,
e nello stesso tempo era compresa da un vago
rispetto per l'oggetto che il defunto marito le
aveva fatto consegnare con tanta cura.
Aperto il cofanetto, vide che conteneva soltanto
delle carte.
Subito, sopra alle altre, scorse una cartolina...
una modesta cartolina illustrata grossolanamente
con una rosa rossa, sulla quale il defunto aveva
scritto queste parole:
A voi, piccola Arletta, tutti i ringraziamenti
di un povero vecchio che vi deve, oltre un prezioso
benessere che ha addolcito la sua triste
sorte, molte belle illusioni e molti bei sogni.
A voi anche la mia benedizione e tutti i voti di
felicit per l'avvenire.
Addio e coraggio, amica mia.
Il vostro rispettoso servo
Anatolio Lussan.
Molto commossa, Arletta rilesse pi volte quell'addio
cos confortante e buono.
- Era un brav'uomo, - ripet ad alta voce,
con gli occhi pieni di lacrime.
Poi continu l'esame del cofanetto.
Prese il primo foglio che le capit sotto mano.
Era una lettera d'amore. Dopo averla letta ne
prese un'altra che era presso a poco dello stesso
tenore. Rest perplessa.
Perch quel povero vecchio mi ha lasciato
queste reliquie? pensava. Per abbagliarmi?
Forse per mostrarmi che nella sua vita fu amato
dalle donne, e che quanto a questo non ho da
compiangerlo?... Strana idea di un uomo che non
si accorge di quanto  invecchiato...
Sollev altri fogli.
Lettere... sempre lettere... e profumate, anche!
Questa scoperta la fece sorridere.
Povero diavolo!... Ecco forse tutta la sua
vita sentimentale; non ha avuto il coraggio di
distruggere queste che per lui erano lettere commoventi.
E proprio a me, sua moglie legale, ha
lasciato tutto ci!  una cosa piuttosto buffa...
ma umana.
In fondo al cofanetto tuttavia vi erano dei fogli
pi importanti: un atto di nascita, un libretto
militare e la medaglia di guerra.
Ha voluto anche mostrarmi che era un uomo
onesto di cui non devo vergognarmi, pens con
nuova commozione.
Rimise a posto con cura tutte le carte e chiuse
il coperchio, dopo avervi attaccato la chiave per
ritrovarla in caso di bisogno.
Poi, salendo su una seggiola, colloc l'eredit
in cima a uno scaffale.
Ecco fatto!... I vostri amori passati riposeranno
in pace, signor Lussan. Nessuno verr pi
a smuovere le ceneri dei vostri ricordi... giacch
a me non interessano. Li conserver, poich questo
 stato uno dei vostri ultimi desiderii... ma
starebbero quasi meglio nel fuoco che lass!
Come  facile immaginare, questo avvenimento
non cambi la vita della nostra eroina. Tuttavia,
obbedendo a qualche scrupolo sorto nella sua
anima sensibile, ella rispett le convenienze, si
vest di nero e si sforz di assumere un'aria di
commossa dignit appropriata a quella circostanza.
Non agiva cos per rispetto umano, ma soltanto
perch le era impossibile assumere un altro atteggiamento.
Era vedova: il rispetto del nome
che portava esigeva che ella portasse il lutto per
colui che non era pi.
Poi, un bel giorno, il destino port nella sua
vita lo scompiglio. Sotto le spoglie di uno
sconosciuto un vento di follia soffi su Arletta i suoi
miasmi velenosi, sconvolgendo a un tratto le sue
care abitudini e la sua vita troppo placida.
Nel laboratorio della signora Limay le tre operaie,
Maurizietta, Gaby e Maria, sono gi ai loro
posti. Hanno vinto quel pochino di pigrizia che
abitualmente le trattiene a letto fino all'ultimo
limite, passato il quale si entra nel campo del ritardo.
Stamattina sono venute in anticipo: la signora
Lussan arriva per ultima, come esse avevano
previsto.
Quando entra, le compagne chinano gli occhi
sul lavoro con affettazione un po' forzata e le rivolgono
un secco buon giorno seguito da un
brontolio di disapprovazione.
- Buon giorno, ragazze, - ella risponde allegramente,
accorgendosi soltanto dopo qualche
momento del loro mutismo prolungato e del loro
contegno, ma soprattutto dei loro visi imbronciati.
Che hanno? pensa.
Anche il loro arrivo anticipato le pare un enigma.
Di solito non sono davvero zelanti e arrivano
sempre all'ultimo momento.
- Ebbene?... Siete davvero allegre stamattina, -
dice ironicamente sedendosi davanti alla tavola
dove il suo lavoro  preparato. - Siete diventate
mute, per caso? -
Un borbottio identico al primo fu la sola risposta.
- Oh, ma...! La casa Limay ora sceglie il personale
tra gli orsi e le foche ammaestrate? -
La voce restava canzonatoria, ma la risposta
era sempre il solito brontolio poco amichevole.
Arletta, che fino a quel momento aveva scherzato,
cap a un tratto l'animosit del loro atteggiamento
e si stizz.
- Via... c' qualcosa che non va?... Poich
parlo a voi, potreste anche rispondermi! Avete
qualcosa da rimproverarmi? Ditelo francamente.
Non pu esserci che un malinteso tra noi, ne
sono certa. E niente nelle mie azioni, niente
nella mia condotta...
- Niente nelle tue azioni... niente nella tua
condotta? Uhm! Uhm! - protest Maurizietta.
E Maria concluse:
- Fa piacere sentire le tue solenni dichiarazioni ! -
Arletta non capiva; era sbalordita e le guardava
con stupore.
Senza dubbio l'accusavano di un fatto grave,
di qualche cosa che le sfuggiva. E se le compagne
tenevano un tale contegno, forse anche la padrona
ne era informata.
Di che cosa poteva trattarsi?
Decise di non fasciarsi la testa in anticipo. E in
attesa del peggio si rimise al lavoro e non disse
pi una parola. Ma le operaie non erano soddisfatte,
e ogni tanto borbottavano qualche frase.
- Ce n' di quelle che si concedono un innamorato,
- sospir Maria.
Arletta, stupita, rialz la testa.
Le compagne, che la osservavano di sottecchi,
dovettero fare uno sforzo per reprimere le risa.
- Ce n' di quelle che hanno tutte le fortune.
Dopo il marito, il bel giovanotto! - cantarell
Maurizietta.
Furibonda, Arletta si rizz.
Per un attimo le altre credettero che volesse
fare una scenata, ma Arletta si rimise a sedere.
- Ce ne sono di quelle che sono delle accaparratrici,
ecco! - esclam Gaby, provocante.
Questo era troppo. In piedi, con le braccia conserte.
guardando le canzonatrici, quella che si
sentiva presa di mira senza comprenderne la ragione,
si infuri.
- Ora basta! Avete finito di punzecchiarmi?
Volete spiegarvi? Altrimenti ecco che cosa faccio...
me ne vado! -
Mentre era gi alla porta, tutt'e tre si precipitarono
verso di lei e l'afferrarono per un braccio
per trattenerla...
In quei moti, nei quali abbandonavano finalmente
l'atteggiamento rigido e le arie sostenute,
esse si sforzavano per mantenersi serie, cosa che
sembrava molto difficile a giudicarne dalle loro
bocche esageratamente contratte.
- Eh! La sai lunga! - esclam una, in risposta
allo sguardo interrogativo di Arletta.
- Del resto,  tuo diritto.
-  affar tuo, senza dubbio! - osserv l'altra
in tono di concessione. - Siamo indiscrete,
ma non cattive in fondo, lo sai!
- Non ti arrabbiare, calmati!
- E poi, non doveva essere piacevole passar
la vita con un marito sempre in viaggio... ti
capisco.
- Se trovi una buona occasione, profittane.
Siamo giovani una volta sola. E sei stata tanto
sfortunata finora! -
Arletta ascoltava quelle proteste ironiche che
prendevano forma di condoglianze esagerate, e
capiva sempre meno. Nella sua ira una sola cosa
le appariva chiara: esse sospettavano... peggio
ancora, credevano che avesse un innamorato.
Questa nuova ingiustizia, che si aggiungeva
alle precedenti, le fece male; lo sguardo le si
vel, ed ella fu sul punto di scoppiare in singhiozzi.
- Oh, mi avete seccata tutt'e tre! Non ho
innamorati, lo sapete bene, e sfido chiunque di voi
a dire di avermi incontrata sola con un uomo.
- Perbacco! Questo lo sappiamo. Ma ci non
impedisce che tu abbia un innamorato, cara mia,
che tu voglia o no! Non negare. Lui stesso ci fece
delle confidenze, ieri sera. -
La vedova, sbalordita, le guard una dopo
l'altra.
- Lui? - balbett stupefatta. - Lui,
chi?...
- Proprio lui! - spieg Maurizietta.
- Ieri sera in onor tuo ci offr l'aperitivo al caff
della Pace, cara mia! Te lo immagini, noi tre
sedute a un tavolino, insieme col tuo spasimante,
sorseggiando un bicchierino di ottimo passito alla
tua salute?
- Ma che cosa mi raccontate?
- La verit! - fece Maria Minars. - Senti,
ora ti spiegher tutto, giacch sembra che tu
caschi dalle nuvole.
- Come se non lo sapesse! - lanci Gaby
Varlette che avrebbe voluto prolungare ancora lo
scherzo.
Ma ciascuna volle aggiungere qualche particolare,
e alla fine la giovane vedova fin col capire
che le tre compagne, la sera prima, all'uscita dal
laboratorio, erano state interrogate da un giovanotto
di una trentina di anni. Egli aveva fatto
loro molte domande sulla signora Lussan, sulla
sua condizione, sulla vita che conduceva, sul marito,
eccetera, eccetera...
Arletta, stupefatta, e credendo, conformemente
a quanto le compagne affermavano, che si trattasse
di un corteggiatore, pot rispondere con la
forza della sincerit che non sapeva di chi volevano
parlare.
L'affermazione stup le ragazze, le quali le descrissero
invano lo sconosciuto della sera prima.
-  alto e magro.
-  un bel ragazzo, con capelli castani scuri
e occhi grigi. L'avrai certamente incontrato molte
volte per la strada.
- Non credo... oppure non ci ho fatto attenzione.
- E non hai idea chi possa essere? Questa descrizione
non ti dice niente?
- Assolutamente niente. -
Ma mentre formulava questo diniego, le venne
in mente il patrigno.
- Quanti anni ha, questo signore? - chiese.
- Circa ventotto, non di pi.
- Siete certe che non sia piuttosto un uomo
di quarant'anni?
- No davvero... se pure non dimostra l'et
che ha. -
Siccome l'orfana sospirava, inquieta per quella
incertezza, Gaby osserv:
- Tu pensi a qualcuno, signora Lussan. Il
signore dei tuoi sospiri ha forse quarant'anni? -
Arletta fu talmente disgustata da quella supposizione
che fece una smorfia.
- Penso al mio patrigno che mia madre potrebbe
aver mandato a cercarmi, - confess indignata.
- Il tuo patrigno?
- S. E vi assicuro che non  il signore dei
miei sogni. Oh, no davvero! Quel l'antipatico!
- Hai paura di lui? - domand Maurizietta.
- Piuttosto. E un brutto tipo, ve lo assicuro,
e non desidero affatto di vedermelo d'intorno. -
Di colpo le tre operaie simpatizzarono per Arletta.
- Sai, se avessimo potuto supporre che fosse
il tuo patrigno, non avremmo accettato l'aperitivo.
- Ma ancora non sappiamo se quell'uomo era
un parente della nostra compagna! - protest
Gaby che era stata lusingata dall'invito dello
sconosciuto. - Bisogna dire la verit: quel giovanotto
fu gentile e compitissimo... non disse
niente che potesse urtare.
- S, con noi fu perfetto.
- Un po' freddo tuttavia, per un innamorato.
- Questo s. Non  un uomo espansivo. Ci
interrogava, ma quanto a lasciar indovinare le
sue intenzioni...
- A me  rimasto molto simpatico, - dichiar
Maria Minars con fermezza. -  inutile nascondere
ci che l per l abbiamo pensato. Maurizietta
ha riassunto il pensiero di tutt'e tre: Arletta
ha fatto un buon acquisto.  simpatico, il
suo innamorato. Ecco ci che disse, e noi l'approvammo.
- Dunque, - concluse Arletta con un sorrisetto
triste - non parliamo pi di lui e aspettiamo.
Se si occupa di me ritorner... e se  il
signor Lebredel lo trover anche troppo presto
sulla mia strada.
- Se  il tuo patrigno e viene per attaccar
briga, diccelo: gliela faremo scontare.
- Oh, s! Glielo faremo pagar caro l'aperitivo! -
Le tre ragazze, sdegnate all'idea che fosse stata
sorpresa la loro buona fede, non pensavano pi
che a far passare un brutto quarto d'ora al signore
troppo cortese.
La conversazione per il momento fu interrotta;
ma durante la giornata Arletta rimugin senza
tregua tutto ci che le compagne le avevano detto
circa lo sconosciuto.
Chi era questo signore che aveva interrogato
su lei le lavoranti della signora Limay?
Un corteggiatore?
Assennata e riflessiva, non credeva che potesse
trattarsi di un ammiratore, e faceva mille supposizioni.
La sera, quando le giovani operaie stavano per
separarsi all'uscita della casa dove era situata la
loro sartoria, Maurizietta mormor qualche parola
all'orecchio della signora Lussan.
- Guarda, eccolo l il tuo ammiratore! Sull'altro
marciapiede, quello alto e bruno che ti guarda
con tanta attenzione. -
Arletta alz gli occhi.
Infatti dall'altra parte della strada un uomo,
vestito molto semplicemente, come un modesto
impiegato, senza ricercatezza ma con una correttezza
sobria, la fissava.
La giovane donna scorse il lampo dello sguardo
duro che la scrutava freddamente.
-  un bell'uomo, non si pu negare!... -
esclam Maurizietta. - Che cosa ne pensi tu?
- Mi sgomenta, con quell'aria glaciale, -
rispose Arletta colpita dall'acuit degli occhi che
la squadravano.
- Ma sai chi ? - interrog Maria.
- No, non l'ho mai visto.
- Eppure ci parl di te e ti guarda...
-  possibile, ma vi giuro che  la prima volta
che lo vedo.
- Questa  buffa! Lui per ti conosce, anche
se tu non conosci lui.
- Vi ripeto che non l'ho mai visto prima di
oggi! - ripet Arletta che era tutta turbata dall'insistenza
di quelle pupille sempre fisse sopra
di lei.
- Salutiamolo, giacch noi ci abbiamo gi
parlato, - propose Gaby che avrebbe voluto sapere
qualcosa di pi.
La vedova aveva sussultato.
- Io scappo! - esclam spaventata. - Non
ho punta voglia di fare la sua conoscenza.
- Ma no, vieni con noi. Come sei sciocca!...
Non ti manger mica!
- No, no!... Buona sera. A domani! -
Le lasci, temendo che esse mettessero in esecuzione
la loro idea.
Non mi interessa affatto quell'uomo, ella
borbottava allontanandosi. Ha degli occhi che
mi fanno paura.
E affrettava il passo come se avesse temuto
che le sue compagne le corressero dietro per costringerla
a fare conoscenza con lo sconosciuto.
Capiva benissimo che quella paura era un poco
puerile. A che scopo preoccuparsi perch un
uomo la guardava quella sera e aveva parlato di
lei il giorno prima?
Un innamorato, dicono loro, pensava incredula.
Un modo simile di guardar la gente
non esprime un buon sentimento.
Tuttavia la cosa era bizzarra.
Ma allora che cosa vuole quest'uomo? chiedeva
tra s e s. Perch si occupa di me?
Questa domanda doveva poi ripetersela parecchie
volte.
Intanto, un po' turbata, a testa bassa, stringendosi
addosso il mantellino troppo leggero per
difenderla dal vento frizzante, la giovane si allontanava,
mentre sul marciapiede di faccia una
figura di uomo seguiva la stessa direzione.
La bizzarra avventura cominciava.
I giorni seguenti, alla stessa ora, Arletta non
aveva percorso dieci metri dopo aver lasciato le
compagne, che provava quel senso speciale delle
persone che si sentono osservate.
Spaventata, affrettava il passo, gettando un'occhiata
inquisitrice a destra e a sinistra con l'angoscia
di scorgere il suo strano inseguitore.
Ci accadeva sempre pi spesso. Il suo sguardo
inquieto ne incontrava un altro; due occhi dardeggiavano
il loro fluido nei suoi, e la giovane
donna rabbrividiva, ghiacciata tanto da quella
silenziosa presenza, quanto da quello sguardo
che pareva trapassarla.
Che cosa vuole quell'individuo?... pensava,
intimidita dall'insistenza di quell'inseguimento
che non aveva scopo, giacch lo sconosciuto non
la fermava mai. Davanti a lui io sono come un
uccello che il serpente cova con lo sguardo per
incantarlo, fino all'istante in cui gli cadr nella
gola. Ci diventa intollerabile! Non gli ho fatto
niente, mi pare, a quell'uomo. Se  davvero un
corteggiatore, come dicono scioccamente le mie
compagne di laboratorio,  un corteggiatore parecchio
buffo!... Senza contare che con quel
modo di fissarmi non raggiunge affatto il suo
scopo. Non mi sono mai piaciuti gli enigmi, n
le persone misteriose!
Tuttavia, siccome lo sconosciuto non le si avvicinava
e nemmeno cercava di parlarle, ella tentava
di rassicurarsi.
 un pazzo, quel bel giovanotto! Studia l'effetto
dello sguardo di un uomo su una giovane
donna...
E si sforzava di vederne soltanto il lato comico.
Crede forse di affascinarmi come fa il gatto
col topo?
L'idea le pareva buffa e a volte ne rideva di
cuore.
Ma questa maniera di rialzarsi il morale,
come diceva lei ironicamente, non raggiungeva
sempre lo scopo.
Un giorno ebbe occasione di accorgersene.
Finito il lavoro aveva salutato le compagne e
si avviava verso casa camminando tranquillamente.
Perch infatti, non avendo visto lo sconosciuto
davanti alla porta del laboratorio quando
ella era uscita, e credendo di essere liberata
da quella persona indesiderabile, aveva meno
fretta del solito nel tornare a casa.
Camminava piano piano, con la mente pi serena
e il cuore pi leggero, provando un senso
di liberazione.
Avr finito con lo stancarsi, pensava, soddisfatta.
A un tratto sulla spalla destra sent tre leggeri
colpetti... colpetti prudenti, come di chi vuole
attirare l'attenzione.
La sorpresa le provoc un senso di malessere
fisico. Quel contatto, sia pur leggero, aveva attraversato
il suo essere e risvegliato tutto il suo
sistema nervoso.
Prima ancora di sapere chi fosse la persona che
stava dietro a lei, la ragazza ebbe l'intuizione
che fosse lo sconosciuto.
Turbata, volt la testa.
I suoi occhi incontrarono lo sguardo freddo che
ella conosceva tanto bene.
La testa le gir, le orecchie le ronzarono, ed
ella ebbe come una vertigine.
- La vostra borsa  aperta, signora. -
Il tono era glaciale come gli occhi.
Ella raccolse quelle parole, di cui ogni sillaba
colpiva in lei qualche cellula particolarmente sensibile,
e ringrazi, prima ancora di essersi assicurata
che l'affermazione fosse esatta.
- Grazie, signore... grazie mille, - balbett
con un filo di voce.
Poi, abbassando lo sguardo, chiuse la malaugurata
borsetta.
Lo sconosciuto la guardava ancora con la stessa
severit, come se volesse leggere in lei... per
indovinare le sue impressioni, forse.
Con le gambe e le braccia inerti, la giovane
restava l rintontita, senza risolversi a riprendere
il passo.
- Grazie, - balbett di nuovo.
E lentamente si volt per riprendere il cammino.
Ma prima che avesse fatto un passo in avanti,
una voce maschile articol dietro a lei in tono di
fredda cortesia:
- Arrivederci, signora.
- Arrivederci, - ella rispose sussultando
come se quel saluto avesse contenuto un avvertimento
per l'avvenire.
La minaccia del resto si fece pi concreta,
giacch l'uomo soggiunse prima di allontanarsi:
- Ci rivedremo presto. -
Ella ud quelle parole senza percepirle... ma
il loro significato si incise nel suo cervello, fulmineamente.
Soltanto continuando a camminare ritrov un
po' di calma. E pens:
Arrivederci?... Ma io non ci tengo affatto
a rivederlo! Avrebbe potuto anche chiedere il
mio parere. Ci rivedremo presto?. Fa presto
a decidere, il bel signorino... ma sapr rimetterlo
a posto... all'occorrenza.
Con un voltafaccia, abbastanza abituale alle
persone remissive, ora ella reagiva, incollerita.
Come mi urta, costui, con tutte le sue arie.
Arrivederci, signora. Con che tono altero mi
ha gettato queste parole! Come se volesse darmi
una lezione. Forse i miei grazie non bastavano?
Gli dovevo anche un arrivederci.
Era di cattivissimo umore, quando, passando
davanti al casotto della portinaia, si sent chiamare.
- Signora Lussan! Signora Lussan!... Volete
entrare un momento? Ho qualche cosa da dirvi.
- Ah, s, eccomi!
- Accomodatevi. Qualcuno  venuto a cercar
di voi.
- Oh!... Chi? - chiese, quasi aggressiva davanti
a quel qualcuno carico di mistero.
- Poco fa  venuto un signore. S, un signore
alto, sulla trentina, che mi ha fatto una
quantit di domande sul conto vostro. -
Arletta si sedette. Aveva improvvisamente sentito
che doveva trattarsi ancora dello sconosciuto,
e che per sapere tutto era necessario non urtare
la portinaia.
- Che tipo di uomo? - chiese. - Un uomo
d'affari? Un notaro?
- Oh, no!... Mi ha fatto piuttosto l'effetto...
non lo so... forse di un poliziotto, con quella maniera
di chiedere informazioni.
- Un poliziotto? - fece Arletta, sconcertata.
- Mi parrebbe!... Se sapeste quante cose ha
voluto sapere.
- Su che? Non su di me, certo.
- Ma s, invece! La signora Lussan di qua, la
signora Lussan di l! Non avevo nemmeno il
tempo di rispondere, tanto parlava in fretta.
- Ma insomma, che cosa vi ha domandato?
- Ecco: da quanto tempo abitate qui... chi
ricevete... se vi arrivano spesso delle lettere...
e di dove. Mille cose, insomma! Non riuscivo a
dire una parola.
- Tuttavia gli avete risposto, vero?
- Oh, s! Era cortese quell'uomo! Soltanto
gli ho fatto osservare che io non ho l'obbligo di
rispondere al primo venuto che mi interroga su
un inquilino. Anzi, a noi portinai, ci  proibito.
- Lo spero bene!
- Allora, quando ha visto che non volevo parlare,
ha levato dal portafogli un biglietto di banca
e me l'ha messo in mano. Quel biglietto,  una
somma! Ero confusa. -
Sotto le reticenze della donna, Arletta sentiva
venire la confessione.
- Quel foglio vi ha sciolto la lingua, scommetto!
- esclam un po' seccamente.
L'altra fece un gesto di rassegnazione.
- Come si possono rifiutare dei biglietti di
banca? - rispose con vivacit. - Ho pensato che
non avevo nessuna informazione cattiva da dare
su voi; dunque non potevo nuocervi. Quel signore
si  accorto che esitavo e ha insistito: Rispondete
francamente. Diceva: Ditemi la verit
e non ve ne pentirete.
- E, naturalmente, voi avete vuotato il sacco.
- Oh, no! - protest la brava donna. - Ho
detto soltanto cose senza importanza... per meritarmi
il biglietto di banca che non avevo voglia
di rendergli. Era costretto a strapparmi le parole
di bocca... e poi l'ho fatto anche perch
mi guardava con certi occhi cos fissi, che mi
mettevano la paura addosso.
- Questa non  una ragione sufficiente, signora
Vaillard, per raccontare sulla vostra inquilina
delle cose che riguardano soltanto lei...
io sola posso giudicare se devo tacerle o renderle
pubbliche. -
Arletta si animava talmente per protestare, che
le guance le si erano fatte di fuoco, e la portinaia
credette di doversi giustificare e dire le sue ragioni.
- Non andate in collera, signora. Al mio posto
avreste fatto come me, ne sono sicura. Ma riflettete!
Vi dico che era un poliziotto. Capite? Bisogna
rispondere con garbo a quella gente l. Ha
un modo di guardare... che non c' verso di
sfuggirgli: si resta ghiacciati. -
Arletta non rispose. Pensava al turbamento che
un certo sguardo glaciale faceva nascere in lei,
e capiva la commozione della donna.
Questa proseguiva:
- Sono convinta che se avessi rifiutato di rispondergli
mi avrebbe condotta al Commissariato.
Queste non sono cose da farsi a una povera
donna onesta come me. Ah, no! Stavo proprio
sulle spine! Quando poi mi ha messo in
mano il biglietto di banca ho pensato che doveva
essere una persona seria... che agiva per il vostro
bene... un amico, insomma.
- Forse un innamorato? - chiese ironicamente
Arletta.
- Pu darsi! Ci avevo pensato, ma non osavo
dirvelo. Si preoccupava tanto della vita che conducete...
di quella passata come di quella presente.
Sentivo che gli dispiaceva che non potessi
dargli nessun ragguaglio sul vostro passato. Gli
ho assicurato che non ricevete mai posta. Non
avrei potuto dire di pi, altrimenti avrei dovuto
inventare!
- Capisco. Ebbene, un'altra volta, signora
Vaillard, mi farete il piacere di non dare nessuna
informazione sul conto mio... con o senza
mancia. Non avete pensato che quell'uomo poteva
essere un ladro o un assassino? A che cosa
mi avrebbero condotto le vostre chiacchiere? Le
persone che hanno cattive intenzioni sanno farsi
gentili per ingannare meglio. -
E dopo aver lanciato questa frecciata, la ragazza
sal in camera senza pi ascoltare la portinaia
che si rammaricava:
- Possibile! Fare tanto chiasso per qualche
piccola buona informazione che ho creduto bene
di dare! Ah, se torna, quel ficcanaso, state pur
certa che lo mander direttamente da voi per informarsi! -
 facile immaginare in quale disposizione di
animo si trovasse la piccola signora Lussan quando,
dopo questo battibecco, chiusa la porta, si
ritrov in camera sua. Buttando il cappello sul
letto, scontenta della portinaia e inquieta per
quello spionaggio, si lasci cadere avvilita sulla
poltrona.
Con la testa tra le mani, rifletteva, cercando
un filo di luce in tutto quel caos. L'uomo enigmatico
che la seguiva da due settimane, per la
strada, era venuto fino a casa sua.
Senza curarsi di ci che poteva supporre la
portinaia, chiedeva apertamente sue informazioni.
Si occupava di lei... ufficialmente, per cos
dire. Su ci non poteva pi esservi alcun dubbio.
Quello che le avevano detto le compagne di laboratorio
era esatto: lo sconosciuto si occupava
di lei, proprio di lei!
Perch fino a quel giorno non le si era avvicinato
e si era contentato di guardarla a distanza,
la giovane vedova aveva creduto che le
sue compagne esagerassero le cose. Ma oggi, dopo
l'inchiesta fatta al suo domicilio, non potevano
esservi pi incertezze.
Un poliziotto? Come diceva la portinaia. Un
poliziotto?
Che cosa cercava, dunque? Che cosa voleva
sapere?
E chi lo faceva agire cos, chi lo spingeva a
frugare nella vita della povera ragazza abbandonata?
Insomma, perch?... A quale scopo?
Tutte domande alle quali la giovane donna non
poteva dare alcuna risposta e la cui soluzione
era forse da temere.
A forza di lambiccarsi il cervello su questo
problema, una specie di sgomento la coglieva, e
istintivamente il suo pensiero ricorreva ad
Anatolio Lussan.
Il vecchio era morto: ma aveva egli sempre
condotto un'esistenza regolare?
Andrea Montel aveva avuto informazioni favorevoli
su lui; ma vi sono uomini che sanno
ben mascherare la verit!
Lussan possedeva una fedina penale in regola
(il bravo disegnatore se ne era accertato), ma il
fatto di non aver subito nessuna condanna non
escludeva che egli potesse aver commesso qualche
delitto di cui gli venisse chiesto ragione ora.
La morte mette fine agli atti giudiziari, questo
si sa, ma non annienta il delitto, se delitto
vi ; e la vedova poteva essere molestata.
Fin da quel giorno, nel cervello di Arletta
sorse una specie di timore, per non dire terrore,
tanto pi vivo in quantoch la fantasia poteva
ricamarci sopra a piacere.
Il caso doveva presentarle ben presto delle affermazioni
conturbanti. I suoi dubbi stavano per
avere una conferma... almeno in parte.
Una mattina, infatti, un agente di polizia port
un avviso per lei: la signora Lussan, nata Arletta
Dalimours, era invitata a presentarsi al Commissariato
del quartiere per informazioni relative al
suo matrimonio.
In fondo al foglio erano aggiunte a mano queste
parole:
Si prega di portare lo stato di famiglia.
Arletta fu sconvolta da quella chiamata. Non
 mai piacevole, in linea di massima, avere a che
fare con la polizia; ma gi da qualche tempo
la povera figliuola temeva una misura di quel
genere. L'assiduit dello sconosciuto nel seguirla,
l'inchiesta fatta su lei con le domande rivolte
alla portinaia, tutti questi piccoli fatti dovevano
bene avere un epilogo.
Tuttavia, siccome ella si sentiva irreprensibile,
cerc di calmarsi.
L'avviso portava la parola urgente, e Arletta
giudic che fosse preferibile non attendere
il giorno dopo. Quando una preoccupazione ci
tormenta, la cosa migliore non  forse di finirla
pi presto possibile con tutto ci che ne  la cagione?
Innanzi tutto pens bene di parlare con i Montel
invece di andare al laboratorio. Prima di recarsi
al Commissariato sentiva la necessit di
consigliarsi con Andrea.
Dal pi vicino posto telefonico Arletta telefon
alla signora Limay per avvertirla che non poteva
andare al laboratorio e per pregarla di scusarla.
Per spiegare l'assenza dovette dirne la ragione.
La padrona prese piuttosto male la cosa, giacch
siamo soliti intravedere sempre il peggio,
quando si tratta degli altri.
- Oh, oh!... Avete forse fatto qualcosa contro
la legge e i regolamenti?... - chiese, in modo
asciutto.
- Non credo!... - rispose ridendo l'operaia.
- Non riesco a capire che cosa possano volere
da me.
- Sarete immischiata in qualche brutta faccenda.
- No, certo; non ho fatto niente di male finora
e non ho intenzione di farne. La mia coscienza 
in pace. -
Ma contrariamente alla sua affermazione, Arletta
provava una viva inquietudine e non era
tanto sicura quanto diceva di non avere assolutamente
nulla da rimproverarsi.
Ella ripensava all'articolo del giornale che
l'aveva condotta verso Anatolio Lussan. Le straniere
di cui si trattava erano forse state anche
esse citate e i loro matrimoni annullati?
Tutta presa dal suo stravagante proponimento,
la ragazza non aveva seguito il processo; ignorava
dunque come era andato a finire.
Una volta saputa la cosa per mezzo di quello
che lei aveva creduto un caso fortunato, il raggiungimento
dello scopo si era effettuato in modo
semplicissimo, le pareva. Ebbene?
Ebbene?...  inutile lambiccarsi il cervello con
una serie di argomenti contraddittori. Meglio 
chiedere consiglio a persona competente... a persona
di fiducia.
Andrea Montel, essendo addentro a quella faccenda,
avrebbe potuto giudicarne.
Per questo Arletta era voluta andare subito a
trovarlo.
Informato, il disegnatore si mostr dapprima
scontento.
- Tutto ci mi piace poco, - disse aggrottando
la fronte.
Poi, vedendo l'inquietudine della giovane vedova,
cambi tattica e cerc di rassicurarla.
- Sono certo che non avete niente da temere;
ma le indagini della polizia sono sempre seccanti.
Un consiglio, Arletta: serbate il vostro
sangue freddo; rispondete con calma e con tutta
sincerit alle domande che vi saranno rivolte.  il
solo mezzo per non complicare le cose. Eviterete
cos tutte le seccature che le reticenze e le esitazioni
possono provocare. Raccontate semplicemente
la vostra vicenda, niente di pi... e tenete
duro. L'evidenza della buona fede apparir
certamente, anche dal tono stesso della vostra
voce. -
L'orfana non discusse quei saggi consigli; ma
non era del tutto tranquilla quando, qualche ora
dopo, si present al Commissariato.
Provava quel non so che di sgradevole, particolare
a quel genere di visite. Anche quando non
si ha niente di temere il luogo sembra ostile,
come se possedesse una tristezza speciale e un
caratteristico odore di sciagura.
L'agente di servizio la squadr, e senza dubbio
la ragazza gli piacque, giacch scorrendo con gli
occhi il foglio di convocazione che ella gli porgeva,
fece un po' il grazioso.
Il commissario in persona si occupava della
cosa; e per la poverina ci non era affatto rassicurante.
Arletta, entrando nell'ufficio di quell'importante
personaggio, si aspettava di trovarsi davanti
al suo abituale inseguitore. Non vedendolo,
pens che poteva benissimo recitare la parte,
senza essere presente quel giorno... se pure non
fosse apparso nel corso del colloquio.
Maliziosamente ella aveva immaginato qualche
scenetta ironica nel corso della quale avrebbe
fatto risaltare la indelicatezza, la mancanza di
discrezione, e anche l'esagerazione del poliziotto
che da qualche giorno la seguiva.
Questa attesa doveva andare delusa; l'interrogatorio
cominci e prosegu senza che l'uomo
misterioso si facesse vedere.
- Ditemi, signora; - cominci il commissario
- siete proprio Arletta Dalimours vedova di
Anatolio Lussan, nata a Battenville, il...? - eccetera,
eccetera.
Enumerava tutti i particolari dello stato civile.
- S, signore, sono proprio io, - rispose Arletta
conturbata. - Ecco qui lo Stato di famiglia. -
Timidamente tendeva il prezioso libretto tante
volte sfogliato i primi giorni del matrimonio.
- Bene. Vorreste dirmi in quali circostanze
vi sposaste? Perch? A che scopo? -
La interrogata sent che il cuore le batteva pi
forte, ma ricordando i consigli di Montel, si
sforz di vincere quel turbamento.
Il suo bello sguardo limpido fissava il commissario
con timore e rispetto.
- Ci che mi domandate  una cosa molto intima,
signore;  proprio necessario che entri in
questi particolari?
- S,  necessario; ho bisogno di sapere come
mai vi sposaste?
- Semplicemente perch volevo entrare in possesso
di un'eredit che doveva appartenermi soltanto
dopo il matrimonio... e anche perch, siccome
avevo dovuto lasciare la casa dei genitori,
mia madre mi accusava di condurre una vita
poco onesta. Volli mostrarle che intendevo invece
di vivere onoratamente...
- Siete francese? - egli interruppe.
- S.
- Nata in Francia?
- S.
- E Lussan? Come lo conosceste? -
Improvvisamente Arletta intravide tutte le
complicazioni che potevano sorgere se avesse
detto la verit. Andrea poteva essere mischiato
in quell'affare e forse poteva avere delle noie.
Allora, bench il disegnatore l'avesse autorizzata
a non nascondere niente del suo intervento,
si propose di non svelare del tutto la storia del
matrimonio.
- Conoscevo Lussan, - disse arditamente. -
Era un vecchio amico e gli avevo raccontato tutti
i miei guai. Lui stesso ebbe l'idea di questa
unione... -
Affermando una cosa che ella sapeva essere
falsa, la fanciulla calcolava che nessuno avrebbe
potuto contraddirla il solo essere che avrebbe potuto
farlo era morto, e del resto la sua indulgenza
sarebbe stata sicura, se fosse stato presente.
Caro vecchio amico, perdonatemi! ella pensava
con una specie di muto fervore rivolto allo
scomparso. Mi avreste compresa, vero?
Per qualche istante il silenzio regn nell'ufficio.
Il commissario percorreva l'incartamento di
Arletta aperto davanti a lui.
- Vediamo, dunque: francese, maggiorenne,
libera... - riassumeva. - Cerco il reato...
- Come... il reato? - chiese subito Arletta,
sbalordita. - Diamine! Non avevo il diritto di
sposarmi?... E facendolo, ho forse danneggiato
qualcuno? Vi sono dunque leggi che fissano dei
limiti alle ragazze che scelgono uno sposo? Vi
giuro che mi informai e che non mi venne indicata
nessuna difficolt. Ditemi subito quale fallo
ho commesso? -
L'uomo riflett un istante, poi riprese:
- Mah!... Evidentemente... se tutto ci  andato
cos come dite voi!... Certo... le et possono
sembrare disparate... -
Poi, rafforzando la voce:
- Dovete capire, signora, che  mio dovere
verificare. Se occorrer, vi mander a chiamare
di nuovo. Potete ritirarvi... vi ringrazio. -
Ritornando a casa Arletta si sentiva sollevata.
In fondo, pensava l'ho convinto, ne sono
certa. Ma non pu l per l aver l'aria di abbandonare
un' inchiesta. Sono sicura che non mi
mander pi a chiamare. L'affare Lussan  ormai
classificato. Uffa! E ora devo scrivere ai Montel per informarli dell'interrogatorio!
Arletta si diresse verso una cartoleria per comprare
una busta di carta da lettere. Quando usc,
volse gli occhi a pochi metri di distanza, sul
marciapiede, e sussult: lo sconosciuto era l!
Lui!... pens, fremente di commozione.
Sempre lui! Dunque, l'inchiesta non  finita? Oh!
Tutta la sua tranquillit naufrag di colpo.
La persecuzione ricominciava: l'uomo misterioso
era sempre l... come se l'aspettasse.
Era cos turbata, che si allontan senza pi
pensare a scrivere ai Montel il biglietto per il
quale era necessario entrare nel prossimo ufficio
postale.
Le pareva che tutto le girasse intorno, e senza
pi pensare, quasi incosciente, andava avanti infilando
le strade una dopo l'altra senza sapere
dove era diretta.
L'uomo era ritornato... camminava dietro a
lei. Era questa la sola idea che dominava il suo
povero cervello sconvolto da tante commozioni
fino dalla mattina.
Camminava senza vedere, senza udire.
Un tass si ferm per lasciarla passare, ed ella
attravers la strada, senza capire che l'autista
aveva frenato appena in tempo per non metterla
sotto. Ma mentre ella gli passava davanti per attraversare,
un'altra automobile arrivava nello
stesso senso, sorpassando il tass fermo...
Questa seconda vettura, lanciata in velocit,
non potendo frenare di colpo doveva infallibilmente
travolgere la ragazza.
In quell'istante supremo ella si accorse del pericolo
e, non avendo la forza d'indietreggiare, si
ferm sul posto.
- Ah! - esclam soltanto, in un grido di orrore,
coprendosi gli occhi con le mani per non
vedere l'orribile urto.
Ma una mano robusta l'aveva afferrata per
una spalla e l'aveva tratta indietro, facendola
quasi cadere per meglio assicurare la sua incolumit.
Fu un gesto cos pronto, che la malaugurata
macchina la sfior senza farle alcun male.
- Signora! - grid l'autista del tass, stupito.
- Avete voglia di suicidarvi? Per questa volta
potete dire di averla scampata bella! -
Arletta non udiva. Si lasciava ricondurre verso
il marciapiede, con le gambe tremanti e quasi
svenuta.
Per fortuna l vicino vi era una panchina. Il
suo salvatore ve la condusse.
- Via, signora Lussan, dovreste stare pi attenta!
L'ora del castigo non  ancora sonata per
voi. -
Ella non afferr il senso delle parole; la voce
le era sconosciuta e le sue forze nervose erano
esaurite.
Tuttavia, udendo il proprio nome, aveva aperto
gli occhi, e vide un viso accanto al suo. Lo stupore
le leg la lingua bench avesse voluto urlare
dalla paura.
Ella riconosceva colui che l'aveva aiutata, senza
tuttavia capire che cosa era accaduto.
Con gli occhi sbarrati lo guard andar via, poi
allontanarsi.
Lui!... Ah!...
Ma non cap che le aveva salvato la vita e scoppi
in singhiozzi... solamente perch egli aveva
pronunziato il suo nome chinandosi su lei... e
perch era spaventata.
Da quel giorno in poi, senza credere necessario
di tenere nascosti i suoi inseguimenti, lo sconosciuto
si trov ogni sera alla porta del laboratorio
nel momento in cui le lavoranti uscivano.
Non prendeva nemmeno pi la precauzione
di stare sul marciapiede di faccia: attendeva le
ragazze sulla soglia stessa della casa nella quale
lavoravano.
Arletta ne restava ogni giorno sconvolta. Affrettava
il passo, correva quasi per sfuggire all'ossessione
che quella presenza continua e instancabile
le cagionava.
Giunta a casa, si precipitava per le scale e le
saliva come se il diavolo la inseguisse, e appena
entrata, chiudeva perfino la porta a chiave, per
timore che quel pazzo avesse la sfrontatezza di
seguirla fin su e di volere entrare.
Decisamente, la povera Arletta non trovava,
sotto il suo titolo di signora, la sicurezza e l'indipendenza
a cui aveva aspirato.
Salvo i piccoli vantaggi che le provenivano dal
fatto di poter vivere sola, non trovava nessuna
vera soddisfazione nello stato di donna maritata.
Forse non avrebbe pensato a questa delusione
senza il costante e regolare assillo di quell'uomo
che la seguiva. Ma, in simili circostanze, come
non comprendere che una sposa senza marito
non ha nessun vantaggio in pi di una ragazza?
Un nome non basta per difendere una giovane
vedova contro gli importuni!
Un giorno ella credette di aver trovato la spiegazione
di quell'inseguimento.
Ho capito! pens con gioia. Mia madre
o il signor Lebredel hanno incaricato qualche
agenzia privata di sorvegliarmi. E, come accade
spesso, l'imbecille a cui  affidata questa sorveglianza
segreta, si fa cogliere in fallo.
La supposizione era verosimile, e Arletta ne
rise.
Purtroppo per la sua mente cominci a riflettere,
e la risata giovanile fin in una smorfia.
A che scopo mi farebbero pedinare? chiese
a se stessa.
Non per venirle in aiuto... questo no!
E allora?
Pi continuava nel ragionamento e pi capiva
di essere su una falsa strada. Una sola cosa
era certa: essa era stata chiamata al Commissariato
per dare delle spiegazioni, ed era stata avvertita
che le sue risposte verrebbero verificate.
Dunque, tutto concordava a dimostrare che il
suo persecutore era un poliziotto il quale continuava
a dirigere l'inchiesta gi iniziata.
Ella non sapeva che altro pensare, perch qualunque
altra supposizione le risultava impossibile.
Un poliziotto!... Doveva esser proprio cos.
Perch preoccuparsi, dunque? Quando avrebbe
smesso di seguirla, ella non l'avrebbe pi rivisto.
Frattanto, per, bisognava aspettare...
Nonostante tutto, ella non riusciva a vincere
la paura che lo sconosciuto le ispirava. Gli occhi
duri che posava su lei la ghiacciavano addirittura.
L per l, interrorita della sua presenza, non
riusciva a padroneggiarsi e si sgomentava; poi,
quando egli non c'era pi, si ribellava.
 troppo!... Bisogna che questa persecuzione
finisca ... oppure che io sappia che cosa costui
vuole da me. Dopo, trover bene il modo di sbarazzarmene.
Ma come fare per sapere?
Passava in rivista i diversi procedimenti che
il cervello in effervescenza le suggeriva. Non ce
n'era uno effettuabile!
Fermarlo, fargli capire la scorrettezza del suo
contegno?
Aspettarlo, non sfuggirlo, affinch credesse che
gli era concesso di far conoscere le proprie intenzioni,
qualunque esse fossero?
Lontana da lui, era propensa a una soluzione
energica.
Ci che una fanciulla non pu fare, per esempio
rivolgere la parola a un uomo, una vedova
pu farlo.
Ella credeva di esser pronta ad agire in questo
senso.
Lo fermer, ed esiger da lui una spiegazione.
Ma questo ardore veniva frenato, quando Arletta
considerava l'accoglienza che egli poteva
farle. Se si fosse trovata in presenza di un violento?
Di un uomo maleducato? Di un poliziotto
sfacciato, o peggio ancora, di uno di quegli uomini
equivoci che appartengono alla malavita e
dei quali talvolta la polizia si serve?
La poverina si sentiva subito molto meno coraggiosa,
e le sue belle risoluzioni si liquefacevano
come neve al sole.
Allora, dopo aver girato e rigirato il problema
venti e trenta volte nella testa, non aveva il coraggio
di concludere.
A tutto quello sforzo... forse inutile, preferiva
lasciar correre. Timidamente, come i deboli e gli
esitanti, si rimetteva alla Provvidenza perch
la illuminasse, la dirigesse e la conducesse al suo
destino.
Di solito  in questo modo che gli umili, non
avendo ardore per la lotta, lasciano agire i disonesti
e sono vittime degli audaci. Quante volte
questi ultimi non fanno che approfittare dell'apatia
di coloro che temono la lotta!
Una sera i Montel si recarono con la loro giovane
amica a una festa nel quartiere.
Per due ore girarono di baracca in baracca,
ascoltando gli imbonitori, ridendo delle allegre
battute delle farse, fermandosi davanti alle giostre
illuminate, prendendo parte insomma a tutti
quei divertimenti popolari che in ogni tempo
hanno attirato la folla.
Arletta era allegra come le accadeva raramente,
ma come invece sarebbe stato naturale che
fosse sempre, alla sua et.
Gi due volte Francina l'aveva condotta insieme
con i bambini sulle montagne russe dalle
curve impressionanti, e la fanciulla, che non
aveva mai avuto un godimento simile, si divertiva
un mondo.
Per il momento, le preoccupazioni erano abolite
dalla sua memoria, ed ella si abbandonava
interamente al piacere di quell'ora.
- La molla della vostra allegria  ricaricata! -
aveva osservato Andrea, che si rallegrava davvero
di quella gaiezza insolita.
Erano giunti in un ballo all'aria aperta, che
un comitato delle feste, per distrarre i sottoscrittori,
aveva insediato a un crocicchio, vicino a
quattro grandi caff le cui seggiole invadevano
perfino la strada.
Per qualche istante il gruppetto assistette alle
giravolte delle coppie. Solitamente  uno spettacolo
piuttosto pittoresco, giacch ogni ballerino
ha una maniera tutta sua di muovere i piedi e
di sentire il ritmo.
A un tratto Andrea si ricord che aveva con
s due giovani donne che forse morivano dalla
voglia di ballare.
- Francina, vuoi? Balliamo un valzer?... -
propose prima alla moglie.
Ma questa rifiut.
- Oh, no! Sono stanca; abbiamo gi camminato
tanto!... E poi, lo sai, non mi piace ballare.
Invita piuttosto Arletta. Il ballo  per la sua
et. -
Il disegnatore, bonaccione, si volse verso la
giovane amica.
- Sicch, signora... volete farmi l'onore?...
Ecco appunto un fox-trott.
- Ballare? - interrog l'invitata i cui occhi
scintillavano dal desiderio. - Ma io non so, amico
mio! La mamma non mi ha mai fatto prendere
lezioni.
- Come? Non sei mai stata a un ballo? - si
stup Francina.
- No. La mamma non avrebbe mai permesso
che assistessi a un ballo qualsiasi. Ti pare? La
figlia del farmacista! E poich alle feste mondane
ci andava lei, io non ho mai avuto l'occasione
di imparare a ballare per benino.
- Ragione di pi per cominciare, - insistette
Andrea. - Venite, vi guider.
- Su, vai, cara, - la incoraggi Francina.
-  un'altra rivincita che ti viene offerta dalla
sorte.
- Una rivincita?  vero! -
E prendendo il braccio che il compagno le porgeva,
soggiunse:
- Peggio per i vostri piedi, Andrea: se ve li
schiaccio, povero amico, lo avrete voluto.
- Ma no, andremo benissimo, vedrete! -
Arletta era piuttosto agile e Andrea abbastanza
forte, e il fox-trott venne eseguito discretamente.
Con gli occhi chiusi, ridendo delle sue balordaggini,
la piccola operaia si sentiva invadere
da una gioia schietta, cordiale.
Che piacevole svago per lei! E ben necessario,
dopo tutta la triste monotonia dei mesi precedenti!
Finita la danza, la coppia stava ritornando verso
Francina, quando la ballerina divent a un
tratto ben pesa al braccio che la conduceva. Pareva
che i piedi le si fossero fermati, inchiodati
al suolo.
Credendo a un malessere comune alle donne
dopo aver ballato e girato, Andrea rallent il
passo.
Ma la vide pallida, sconvolta. Con gli occhi
sbarrati fissava la folla, come ipnotizzata.
- Che cosa  accaduto?... - egli chiese inquieto.
- Niente! Ma venite... andiamo via! -
Sorpreso, egli rivolse istintivamente lo sguardo
in direzione di quello della sua compagna.
Vide soltanto una folla compatta di spettatori
che guardavano ballare, col sorriso sulle labbra,
in un atteggiamento di indiscutibile serenit.
- Andiamo via, andiamo via!... - ripeteva
Arletta trascinando gli amici verso un'altra parte.
- Perch? Non sei contenta? - si stupiva
Francina seguendola, senza capire.
- Oh, mi divertivo tanto... ero cos felice!
Fin troppo. Non poteva durare! -
Andrea, che aveva prolungato invano la sua
ispezione, le raggiunse.
- Perch siete scappata, Arletta? - chiese un
po' sospettoso. - Avete avuto paura? C'era qualcuno
che non volevate incontrare? -
Cos dicendo egli scrutava il visino spaventato.
La giovane non rispose subito.
Ricordava due occhi che avevano fulminato i
suoi, e fremeva all'idea di avere sfiorato diverse
volte, ballando, e senza vederlo, il terribile sconosciuto
che la perseguitava.
Tuttavia, siccome Andrea insisteva, dovette rispondergli.
- S, - confess impacciata - uno sconosciuto
mi fissava con insistenza. Sono sciocca, lo
so, ma ho avuto paura che venisse a invitarmi.
Non avrei voluto ballare con lui.
- Al mio braccio, bambina mia, non avete
niente da temere, - la rimprover il disegnatore,
poco convinto della risposta. - Ditemi, chi 
quest'uomo che oserebbe invitarvi senza esservi
stato presentato?
- Oh! Non dico mica che mi avrebbe invitata...
dico soltanto che temevo che lo facesse.
- Sta bene! Ma non tergiversiamo, - insistette
Andrea. - Chi  quest'uomo? -
Credeva di confondere la ragazza e di vederla
arrossire; ma ci non avvenne.
Lo strano pallore persist nel viso di Arletta
mentre ella lo guardava senza nessun impaccio;
anzi, gli dette senza esitare questa assicurazione
formale:
- Non lo conosco, Andrea! Soltanto, mi  antipatico,
ecco tutto. -
E siccome il marito di Francina continuava a
scrutarla, sospettoso, gli sorrise amichevolmente.
- Non vi montate la testa, amico mio. Sono
una selvaggia, e nelle feste popolari ci sono tanti
signori con i quali non vorrei ballare.
- Lo capisco, - egli ammise. - Tuttavia non
c' ragione di scappare come se aveste il fuoco
alle calcagna. Mi avete spaventato, monella!
- Un'altra volta sar meno impulsiva, - ella
promise per finirla con quell'argomento che le
ripugnava.
Non era sicura di aver convinto Andrea, ma
non voleva assolutamente che il marito di Francina
sapesse subito tutta la faccenda. Vivace e
cavalleresco com'era, non avrebbe mancato di
raggiungere coraggiosamente quel tale e di interpellarlo.
Ora Arletta non voleva affatto che il
bravo Andrea avesse un alterco con l'uomo che
di solito la seguiva. Quest'ultimo poteva essere
un tipaccio, pronto anche a tirare qualche pugno,
e forse in quel momento gironzolava intorno
a loro. La giovane operaia preferiva dunque
aspettare di essere sola con gli amici per raccontare
gli incidenti che gi da qualche tempo turbavano
la sua tranquillit.
Parecchie volte si era gi chiesta se non doveva
informare i Montel di ci che la sconvolgeva
tanto.
Anche quella sera ella conveniva che i due
sposi erano per lei un grande appoggio e le sole
persone sulle quali poteva davvero fare assegnamento.
Perch dunque tergiversava tanto prima di affidarsi
al buon senso e all'autorit di Andrea?
Soltanto perch una strana angoscia la faceva indietreggiare
ogni volta che stava per parlare ad
Andrea delle sue inquietudini.
No, non voleva mischiare il marito di Francina
a una faccenda le cui conseguenze erano
imprevedibili!
Per questa ragione Arletta, di solito tanto sincera,
aveva mentito all'amico quella sera, quando,
senza sospettare l'importanza delle sue domande,
egli la interrogava appunto sull'uomo del
quale ella non osava parlare.
Quella mancanza di sincerit doveva essere per
Arletta cagione di momenti penosi. Ma non anticipiamo...
La domenica, regolarmente, Arletta si recava
nella chiesa di San Germano l'Auserrese.
Prediligeva quella vecchia chiesa storica della
quale aveva compitato il nome a scuola, quando
era ancora una bimbetta spensierata che sbadigliava
davanti alla storia di Francia e sonnecchiava
al racconto delle guerre religiose.
Quando s'inginocchiava sotto le navate, ai
piedi di uno degli immensi pilastri di pietra secolari,
le piaceva pensare che generazioni e generazioni
di credenti si erano succedute in quello
stesso posto per sussurrare le stesse preghiere e
ascoltare identici sermoni, al fine di raggiungere
lo stato di perfezione che il cattolicesimo predica
ai suoi fedeli.
E quando, terminate le sacre funzioni, le campane
si facevano udire, ella ascoltava non senza
una certa commozione i rintocchi che avevano
in altri tempi sonato per gravi occasioni: la
notte di san Bartolommeo e il massacro degli
Ugonotti!
I momenti che passava nel santo luogo erano
i migliori della settimana, oltre quelli trascorsi
nel suo grazioso alloggetto.
L'atmosfera della chiesa era confortante; l'orfana
si sentiva pi vicina a coloro che amava,
vivi o morti, dai quali era separata. E anche, si
credeva al sicuro dal persecutore.
Non oserebbe mai seguirmi qui, pensava.
Ma anche in questo s'ingannava!
Del resto, non  mai bene formulare simili apprezzamenti;
quando per inavvertenza lo facciamo,
il caso maligno si diverte a dimostrare
subito il contrario... forse per farci capire che 
padrone lui di decidere, e che noi quaggi siamo
soltanto dei poveri burattini nelle sue mani.
Comunque sia, la domenica che segu quella
imprudente affermazione, la giovane, mentre in
chiesa si sprofondava in una fervida preghiera,
ebbe l'impressione che una persona dietro a lei
la guardasse. A volte si prova questo turbamento
sotto la forza di sguardi troppo insistenti.
Ella fu sul punto di voltarsi per verificare la
esattezza di quel senso spiacevole, ma si sent
improvvisamente confusa, e il pensiero del suo
persecutore la trattenne.
Fino a quel momento non aveva sospettato che
egli potesse essere l, n durante il tragitto da
casa sua alla chiesa, n durante la prima parte
della funzione.
Ora si sentiva dominata dal magnetismo di quegli
occhi fissi sopra di lei.
Fin da quel momento la poverina fu meno assorta
nella preghiera. Nonostante la santit del
luogo i suoi pensieri ritornavano sempre sullo
sconosciuto.
 lui, ne sono certa! Mio Dio, proteggetemi!
Come ha osato venire qui? Abbiate piet di me,
Signore! Mi fa paura. Madonna, fate che se ne
vada, perch io possa uscire tranquillamente.
Senza volere Arletta mescolava le preghiere ai
timori.
Poi, accorgendosi della propria distrazione e
non ammettendo che pensieri profani venissero
a turbarla nella casa di Dio, la ragazza prefer
andarsene.
Ritorner. Ora sono troppo turbata; divento
irreligiosa.
Dopo una profonda genuflessione si allontan
a occhi bassi, verso la porta di uscita...
Camminava in punta di piedi, non soltanto
per non turbare il raccoglimento degli altri fedeli,
ma anche per passare inosservata, sforzandosi
di non guardare le persone che sfiorava, per
sfuggire allo sguardo temuto.
Giunse cos, con discrezione, all'uscita della
chiesa.
Mentre si avvicinava alla pila dell'acqua santa
per tuffarvi la punta delle dita prima di segnarsi,
una mano grande, lunga e ben curata si tese
verso la sua.
Sorridendo per ringraziare, Arletta accost le
dita.
Perch in quell'istante i suoi occhi si alzarono
fino al viso del cortese fedele?
Un urto al cuore, un fremito improvviso...
Arretr con tutto il suo essere...
Lo sconosciuto era l... cos accosto a lei che,
tranne dopo l'incidente dell'automobile nel quale
aveva rischiato di venire travolta, essi non si
erano trovati mai cos vicini.
Le pupille scintillanti fissavano quelle di Arletta.
Per un secondo gli occhi si presero... si frugarono.
Essi non ebbero agio di accorgersene,
tuttavia la ragazza era diventata rossa e l'uomo
era impallidito, in preda a un fremito inesplicabile.
Preso da un senso di angoscia, lo sconosciuto,
mordendosi il labbro inferiore, indietreggi per
lasciar passare Arletta. Era livido, e con gli occhi
dilatati cercava ancora di afferrare lo sguardo
della giovane... forse per far rinascere l'impressione
provata, cos conturbante, cos inattesa, che
egli stesso ne rimaneva sconvolto.
Anche Arletta pareva avesse perduto il suo
sangue freddo.
Rossa in viso, impacciata, pass davanti a lui
con un impercettibile cenno della testa che voleva
essere un grazie per l'acqua benedetta
offertale e per averle ceduto il passo.
Veramente conturbata, ella si allontan, sorpresa
di non avere pi paura di lui... inquieta
soprattutto per lo strano fremito che gli occhi
di quell'uomo le avevano fatto provare.
In quanto allo sconosciuto, era rimasto fermo
davanti alla pila dell'acqua benedetta, e continuava
a mordersi il labbro inferiore, come per
masticare una preda che gli fosse sfuggita...
Il santo tempio di Dio aveva forse avuto un
effetto calmante sui rancori segreti di quell'uomo?
In quel momento il fulgore dei suoi occhi
era senza durezza e la sua anima pareva incline
all'indulgenza... a un perdono insospettabile.
Sospir profondamente, poi a passi lenti usc
di chiesa.
Restava serio, smarrito nell'abisso dei suoi pensieri.
Sotto il portico si ferm, indeciso.
In lontananza una figurina nera andava svanendo.
Egli la segu con gli occhi finch fu scomparsa.
Soltanto allora si mosse.
Fu forse la commozione provata in chiesa,
nello sguardo scambiato con Arletta, che il giorno
dopo spinse lo sconosciuto a fermare le compagne
della vedova, mentre essa era ancora con loro?
Bisogna credere di s, giacch questa volta
l'uomo sembrava meno spavaldo nel suo tentativo
galante.
Quella sera, per l'appunto, le quattro compagne
non si erano separate alla porta del laboratorio.
Un'importante ordinazione di vestiti era stata
data nel pomeriggio da una ricca cliente per il
matrimonio della figliuola, e le giovani operaie,
con la fantasia eccitata da tutti i maravigliosi capi
di vestiario da preparare, facevano a gara nell'immaginare
i modelli pi originali e le guarnizioni
pi complicate e pi nuove.
In questo allegro entusiasmo parlavano a voce
alta... cos alta, anzi, che una voce maschile
dietro a loro articol in tono ironico e cortese
al tempo stesso:
- Se lo innaffiassimo con un buon bicchierino
di Porto, questo magnifico vestito da sposa! -
Un po' sorprese essi si voltarono, e riconoscendo
colui che le aveva gi invitate una volta, si
misero a ridere.
- Guarda chi c'! Buon giorno, signore, -
disse Maurizietta che era la pi audace del gruppo.
- Un bicchierino non si rifiuta mai... e poi,
per farvi piacere, signore, che cosa non accetteremmo? -
Prendendo per il braccio le compagne essa
volle trascinarle, ma Arletta si ritrasse con garbo.
Bench lo sconosciuto non la guardasse in
modo speciale, ella intuiva che l'audace invito
era stato lanciato soprattutto per lei.
- Ho fretta, amiche. Vi lascio. A domani, -
disse con vivacit.
E fece per allontanarsi.
- Oh, signora! Non volete farmi l'onore di
venire con noi? - egli disse, rivolgendosi direttamente
a lei, questa volta.
Ma ella per risposta si accontent di accennare
di no con la testa.
- No, grazie... scappo! Arrivederci.
- Via! Vieni con noi, - insistette Gaby, che
indovinava il motivo speciale dell'invito fatto a
tutte.
Era una buona figliuola, e le vicende di amore
la rendevano ancora pi indulgente. Siccome per
lei un signore che si occupava di una donna non
poteva essere che un innamorato, provava una
certa piet per lo sconosciuto, e si stizziva contro
Arletta perch si mostrava cos inflessibilmente
riservata.
- Su, vieni, dunque! Per un momento... -
Seccata da quella insistenza, la interpellata rispose
in tono asciutto:
- No, sono aspettata. Vado.
- Ma tu vivi sola, dunque sei libera... se
vuoi! -
Arletta era gi lontana e gridava familiarmente,
facendo con la mano un cenno di addio:
- Buona sera, ragazze!... Divertitevi. A domani. -
E fugg, felice di essersi liberata da loro, mentre
il gruppetto si dirigeva a passi lenti verso il
caff.
Maria Minars espresse la sua disapprovazione.
- Bisogna essere stupide per rifiutare un invito
cos gentile! -
Le compagne l'approvarono, scotendo la testa.
-  orgogliosetta, la piccola Lussan, - osserv
Maurizietta. - Non sta mai con noi, salvo
nelle ore di lavoro.
- Oh, non  questo! Ma ha delle idee tutte
sue! -
Gaby non precis; tutte avevano capito che
Arletta aveva un'altra mentalit, pi seria di
quella della maggior parte delle sartine di Parigi.
Fino a quel momento pareva che lo sconosciuto
non avesse fatto attenzione ai loro discorsi. Forse
la sua mente era altrove?
A un tratto si un alla conversazione.
- La vostra amica ha detto di essere attesa.
Forse vive in famiglia? - soggiunse, col desiderio
di sentir parlare di colei che si allontanava.
- No, no, vive sola; i suoi parenti abitano
in provincia, - spieg Maurizietta.
- Ma... il marito... o l'amico?
- No, Arletta ha sempre vissuto sola, anche
prima di sposarsi.
- Ah! Ha marito?
- Ora non pi. E morto. Non avete visto? Ne
porta ancora il lutto.
- Allora  forse per questo che non  voluta
venire con voi tre? -
Diceva voi tre, pur comprendendo benissimo
che Arletta aveva voluto fuggire soltanto lui.
- Ma che! Il suo  stato un matrimonio bizzarro.
Ella non vedeva mai il marito che era
sempre in viaggio. Quando lo spos, non aveva
mai parlato di lui. Una bella mattina ci annunzi
che si era sposata e che il marito era subito tornato
al suo impiego... in provincia. Doveva essere
una coppia non comune, quella, ve lo dico
io. Lei qui, e lui l! -
Maria Minars sviluppava tutte le considerazioni
possibili, felice di sentirsi ascoltata.
- Questo  forse il mezzo migliore per andare
d'accordo nel matrimonio! - osserv ironicamente
lo sconosciuto il cui viso era ritornato
serio.
- Pu darsi! In ogni modo, quando il marito
mor, fece come nulla fosse: una giornata libera
per andare a sotterrarlo non so in quale paesucolo;
e il giorno dopo, vestita di nero, riprese
il suo posto tra noi, ugualmente silenziosa, ma
anche ugualmente operosa. Nulla era cambiato
nella sua esistenza... la stessa vita continuava...
- E come spieg la morte di quel marito
che non vi aveva mai presentato? -
L'interessamento dimostrato da quelle parole
in apparenza indifferenti non sfugg alle ragazze,
che guardarono il loro interlocutore e che erano
pi che mai convinte di trovarsi di fronte all'innamorato
di Arletta.
- Un colpo, credo, - spieg Gaby. - Pare
che fosse ammalato gi da un pezzo. -
L'uomo ascoltava avidamente quei particolari
che esse davano senza farsi pregare.
- E lo pianse? - s'inform.
- No... almeno davanti a noi. Un matrimonio
non comune, ve l'ho pur detto! E poi la piccola
Lussan non  espansiva!
-  una buona figliuola, - protest Maurizietta.
- Non ha pianto per un marito che alla
fine i suoi genitori l'avevano costretta a sposare.
No, ma  stata dignitosa: porta il lutto, non
cerca avventure, nemmeno per passare il tempo...
cos, come stasera facciamo noi.
- Perbacco!  superbietta, ve lo dico io, -
ripet Maria Minars.
- Non  colpa sua, - protest generosamente
Gaby. - L'ha nel sangue! -
A quella frase ambigua lo straniero aggrott
le sopracciglia.
- Come, nel sangue? - chiese.
- S. I suoi genitori sono signori... in provincia.
In fondo Arletta  una povera figliuola che
non ha avuto fortuna! Se avesse voluto, avrebbe
potuto vivere senza lavorare. No, non mi guardate
cos, signore; vi dico la verit: la nostra
amica  una ragazza ricca, e il matrimonio le
ha assicurato un patrimonietto. Soltanto, avendo
bisticciato con i suoi di casa, ha preferito guadagnarsi
la vita. Del resto  affar suo, se ci le
piaceva di pi! Io ne ho conosciute tante, di
ragazze cos, che non potevano restare in casa
dei genitori... -
Lo sconosciuto non rispose, ma fin da quell'istante
non ascolt pi il cicaleccio delle operaie.
Il suo pensiero seguiva un'esile figura stretta
in un mantello tinto di nero... una figurina che
si allontanava, rimpiccioliva, spariva... quella
stessa che egli aveva seguita a lungo con gli occhi,
il giorno prima, all'uscita dalla chiesa.
E bench non avesse voluto provarla, e se ne
difendesse come di una debolezza imperdonabile,
una commozione nuova per lui gli stringeva
la gola.
Gli appariva ora, a un tratto, un'immagine
diversa da quella che egli seguiva giornalmente:
la immagine di una fanciulla triste, seria, che
pregava con fede all'ombra di una colonna. Perch
bisognava che quell'infelice avesse un giorno
sposato un marito quasi ottantenne?... Un marito
che... con una piccola rendita...
Quando l'uomo lasci le compagne di Arletta,
una specie di amara soddisfazione gli gonfiava il
petto: aveva udito parlare per due ore di seguito
di colei che l'ossessionava.
Odio, disprezzo, semplice diffidenza? Chi pu
sapere ci che lo aveva fatto agire fino a quel
giorno? Eppure vi era una cosa che ancora egli
non voleva riconoscere: che cio uno sguardo di
donna era rimasto impresso in lui, e che da allora
tutti i rancori che gli inacidivano l'anima
pareva si fossero misteriosamente dissoluti a poco
a poco.
Dovette enumerarli per farli risorgere, e, acre,
con la fronte contratta, l'occhio duro, diceva con
rabbia:
Ah, bisogner bene che si spieghi, costei! Se
crede di cavarsela col suo sorrisetto riservato e i
suoi occhioni innocenti, si sbaglia! Con me, piccina
mia, tutto si paga, ed  inutile cercare di
fuggire. La pagherai, questo  certo, cara mia!
Ma tutta quell'ira era forse pi nelle intenzioni
e nelle parole che nel cuore, in verit!
Una sera Francina Montel and a trovare in
casa sua la piccola signora Lussan.
- Che cosa ti accade? Ci abbandoni? Nessuna
visita, nessuna notizia. Eravamo inquieti. Vai
un po' a sentire... mi ha detto Andrea sar
ammalata... Non  lecito far stare cos in pensiero
gli amici! -
Arletta sorrise, contenta di averla l e di udirla
parlare.
Tuttavia restava pensosa, quasi malinconica.
- No, per fortuna la salute  buona, - rispose.
- Ma in questi ultimi tempi mi sentivo
un po' abbattuta... un po' stanca; non  niente,
stai tranquilla! -
- Non ti venga l'idea di ammalarti, per carit!
- No, no davvero! Sto benissimo. Piuttosto,
sono un po' malinconica.
- Ancora?!
- Mah! Effetto della solitudine, della concentrazione.
Lo sai,  una cosa che capita quando
siamo sole!... Ma passer. Tutte le donne conoscono
questi momenti di depressione che nascono
appena c' qualcosa che non va. -
Francina approv con la testa, e osserv il
viso dell'amica. I lineamenti fini e mobili avevano
un certo languore. Quale muto dolore si
nascondeva sotto quel sorriso forzato?
La visitatrice non os formulare l'inquietudine
che nasceva in lei.
- E al laboratorio? - chiese. - Sempre soddisfatta?
C' qualcosa che non va?
- No, tutto va bene per ora, - rispose la ragazza
con una spallucciata che voleva dire che
non si deve chiedere l'impossibile. - La signora
Limay  contenta di me... mi ha perfino aumentato.
- Allora, va bene.
- Non ho da lamentarmi, - approv con modestia
l'operaia. - Tanto pi che dopo la morte
del povero Lussan posso tenere per me tutto il
mio guadagno.
- Per fortuna! Quel povero vecchio ti costava
molto. -
Ma Arletta alz le spalle; non le pareva giusto
rimpiangere un debito volontariamente contratto.
- Me la sono cavata... grazie a voi! - afferm.
- Anzi, ho qui una sommetta che ti dar
per consegnarla ad Andrea.
- Non c' fretta.
- S. Preferisco rimborsarvi a poco per volta...
riesce meno gravoso. E poi voglio far vedere
a tuo marito che non ha aiutato una spensierata
spendacciona. Tanto pi che ho fatto delle
pazzie... -
Si alz e mostr una stoffa stesa sulla tavola.
- Guarda. Mi faccio un vestito di tre pezzi,
grigio... per il mezzo lutto.
- Oh, oh! La signora Lussan diventa civetta!
Forse che, per caso...? -
Il tono bonariamente ironico di Francina fece
arrossire Arletta.
- No, non ti fare delle idee! - disse sorridendo.
- Tutto si riduce a questo: ho dovuto
far tingere di nero il mio vestito, e la stoffa non
regge pi. Eppoi, il cappotto  consumato fino
alla corda. Siccome tra poco verr la bella stagione,
ho pensato che un vestito a giacca mi
sar pi utile, per ora, che un altro mantello.
Come vedi, tutto si riduce a una saggia necessit. -
Non diceva invece che un sentimento di amor
proprio la spingeva a non farsi vedere sempre
con lo stesso vestito vecchio davanti all'uomo
misterioso che la perseguitava.
Ragionamento o calcolo? No... semplice rispetto
di se stessa, ella affermava in cuor suo.
Anche se  un poliziotto, pensava non voglio
sembrare una stracciona. Ora guadagno benino,
ho un appartamentino mio. Molte persone
sono da compiangere pi di me.
Ma il fatto di cui non si accorgeva era che
quella preoccupazione per l'eleganza le era venuta
recentemente... da quando un incontro in
chiesa pareva avesse ammansito due occhi, prima
duramente implacabili...
Infatti, ora, quando rifletteva sul suo enigmatico
inseguitore, Arletta non si spaventava pi.
Senza dubbio lavora per conto del Commissariato,
pensava senza troppa amarezza. Cerca
di cogliermi in fallo!...  il suo mestiere. Questa
gente della polizia sospetta sempre il peggio.
 il mestiere che lo richiede. Siccome la mia
vita  limpida e senza mistero, non troveranno
niente di biasimevole nella mia condotta. Il mio
inseguitore deve essersene accorto, e a poco a
poco si ammansisce!
Questa supposizione le faceva piacere ed ella
vi pensava spesso nelle sue fantasticherie...
Ma ritorniamo alla visita di Francina.
Scambiate le prime frasi di circostanza, questa
intavol un argomento che aveva gi discusso
con Andrea prima di uscire, circa una lettera
che avevano ricevuto.
- Hai mai avuto notizie da Battenville fino a
oggi? - chiese per entrare in argomento e informarsi
della disposizione di spirito dell'amica
verso il paese nativo. - Parlo di lettere provenienti
da gente di laggi.
- Mai! - fece Arletta stupita che la sua compagna
intavolasse quel soggetto che risvegliava
sempre in lei una inutile tristezza. - Se avessi
saputo qualche cosa te lo avrei detto...
- Talvolta, il caso... dalla signora Lobligeois,
per esempio?
- No. Nessuno pensa a me. Tutti mi hanno
dimenticata.
- Dimenticata?... Oh, no, non crederlo! -
Una commozione alter il viso della giovane
donna.
- Mio Dio! Che sai? Ti hanno detto qualche
cosa? Ah, parla! -
Quegli occhioni chiari esprimevano una curiosit
ardente.
- Ho avuto notizie, infatti! Oh, niente di straordinario,
ma abbastanza interessanti tuttavia!
- Notizie! - esclam l'altra. - Finalmente!
E... dimmi prima di tutto: posso essere tranquilla,
rassicurata? Non c' nessuno malato, nessuna
disgrazia, ne sei sicura? -
Col cuore palpitante di commozione pensava
prima di tutto alla mamma e alla sua salute.
- S... s... s!... - afferm con forza Francina.
- Tutti stanno benissimo di salute... se
pure i cervelli vaneggiano.
- Questo non ha importanza! -
S'interruppe, per riprendere subito, con un
sorriso sfiduciato:
- Se i cervelli vaneggiano vuol dire che vengo
accusata di molte cose. Ho tutti i vizi, pi che
mai, non  vero? -
Ebbe a un tratto un gesto di scoraggiamento
e gli occhi le si empirono di lacrime. A che cosa
era dunque servito il suo assurdo matrimonio,
se le male lingue si accanivano ancora contro
di lei?
L'amica la rimprover con dolcezza.
- Via, Arletta, sei sciocca a immaginare subito
le cose peggiori. Ascoltami prima e lasciami
parlare. Ho forse l'aria tanto funebre?... Dunque!
-
L'operaia si asciug gli occhi nervosamente.
- S, sono una sciocca, hai ragione; ma vedi,
cara Francina, ho sofferto tanto dell'odiosa supposizione
fatta dalla mamma, soprattutto accompagnata
dall'infame accusa dalla quale non potevo
discolparmi, che senza volerlo, tutto ritorna
a galla. Ma ora  passato, ecco. Parla pure, sar
tranquilla. -
Francina riprese il racconto.
- Prima di tutto devi sapere ci che abbiamo
fatto Andrea ed io. Avendo ancora degli amici
e dei parenti a Battenville, e volendo mio marito
sapere a che punto erano le cose a tuo riguardo.
con discrezione, e senza volertelo dire prima di
avere avuto delle informazioni abbastanza complete,
scrivemmo, ciascuno per conto nostro... in
modo da ravvivare molte relazioni epistolari, trattando
di tutti, con ciascuno, fuor che di te, naturalmente.
Bisognava non insospettirli n far
sapere che ti vedevamo regolarmente. Un giorno
vi fu chi alluse alla tua partenza improvvisa...
- Era naturale, fra tanti chiacchiericci...
- Gi.
- E allora? Che cosa ti scrissero? -
Diventava impaziente dal desiderio di sapere
la verit.
- Ci che immagini, probabilmente... niente
di pi. L'opinione pubblica parteggiava per i Lebredel
e proferiva le sue maledizioni, come un
coro antico. -
Arletta sospir.
- Non poteva essere diversamente. E poi?
- Poi... la notizia del tuo matrimonio fu un
fulmine a ciel sereno. Tutto il paese lo seppe.
C'era da aspettarselo.
- Io stessa cercai di spargere pi che potei la
mirabolante notizia! Avevo anche fatto una spesaccia,
e le mie partecipazioni produssero il loro
effetto.
- Pi di quanto tu possa immaginare.
- Benissimo.
- Te la do in cento... in mille... a indovinare
ci che fu detto. -
Arletta esit.
- Che ero pazza? - sugger.
- No.
- Che avevo sedotto un uomo sposato o che
mi ero lasciata sedurre da lui?
- No.
- Ho capito: avranno detto che avevo avuto
un bambino.
- Niente affatto.
- Ah! Sar dunque qualche cosa di pi straordinario.
- S, e molto diverso.
- Perbacco, non ci pensavo: ho lasciato il marito
per entrare in convento?
- No. Nemmeno questo. Non ti sforzare... 
inutile, non troveresti. Arrenditi.
- Volentieri! Di che cosa si tratta dunque?
- Fu detto che la signorina Arletta Dalimours
aveva sposato un uomo ricchissimo... un uomo
della migliore societ... un signore che  in diplomazia...
- Ah! Un bel matrimonio! - esclam l'orfana,
colpita; poi soggiunse con un sorriso triste,
scotendo la testa: - Questo  l'amor proprio
della mamma...
-  probabile.
- Sarebbe molto umiliata, la mia bambinona,
se la gente sapesse la verit!
- Perch dovrebbero saperla? Lascia ai Battenvillesi
le loro illusioni.
- Certo. Penso soltanto che questo  un altro
sogno della mamma che non posso effettuare. Un
bel matrimonio! Sono proprio su quella strada!
- E sai il pi bello?
- No.
- Quest'uomo ha condotto la moglie in colonia,
dove egli occupa un posto di prim'ordine:
ha l'amministrazione di una provincia!
- Nientemeno!
- Mio Dio! Quando la gente ci si mette, sa
inventare!
-  vero. E dove mi ha condotta questo magnifico
personaggio?
- Laggi con s!... Non so se in Concincina
o in Indocina... non lo hanno precisato.
-  meglio. -
Francina si mise a ridere.
- Che te ne pare, Arletta? Ne hai fatta della
strada, eh, da quando hai lasciato i tuoi! Non
ti fa ridere sapere ci che sei diventata? Andrea
era raggiante. Si  fatto un po' di buon sangue,
credimi.
- Infatti,  comico! - e ironicamente continuava:
- Si pu dare dei particolari ai Battenvillesi.
Immagina un po' La piccola signora
Lussan in un castello... o in un tempio, o in un
palazzo maraviglioso! Molti schiavi sono al suo
servizio, e se uno di essi manca di soddisfare
al pi piccolo dei suoi desiderii, a un cenno di
sua maest offesa l'infelice viene impiccato pubblicamente
affinch il castigo del delitto abbia
effetto su tutti gli altri schiavi. Devo essere felicissima! -
Arletta aveva messo un tal brio canzonatorio
nel dipingere l'esistenza immaginaria creatale
dai suoi concittadini, che Francina non pot trattenere
le risa. E tutt'e due insieme fecero delle
belle risate.
Fu anzi una serata piacevole per Arletta che
da parecchio tempo non era pi stata tanto allegra.
Oltre a ci, le buone notizie avute 'dall'amica
sulla salute della signora Lebredel l'avevano sollevata.
La mamma ha sopportato benissimo la mia
partenza, diceva tra s e s con commovente
soddisfazione. Ora pensa a me senza troppa
amarezza giacch  convinta del mio brillante
matrimonio e del mio stato magnifico. Povera
cara! Certo, per ora non posso procurarle un
piacere andando a trovarla. La piccola lavorante
della signora Limay non  degna di mostrarsi
laggi.
Francina, mentre stava accomiatandosi dall'amica
per ritornare a casa, si ricord a un
tratto che aveva ancora qualche cosa da dirle.
- Ah! Dimenticavo! - esclam a un tratto.
Un uomo... un signore molto distinto, ti segu
un giorno fino a casa nostra. Figurati che mentre
tu eri da noi, and a interrogare la portinaia.
S'inform di noi... di Andrea, anzi... e pi che
altro di te. Mio marito era seccato. -
Arletta era stata sorpresa e felice di questa notizia.
Aveva subito pensato, ascoltandola, che in
quella sera in cui erano entrambe cos di buon
umore, il momento era bene scelto per dire tutto
all'amica e raccontarle le piccole noie di quella
strana persecuzione che ora non poteva pi supporre
provenisse dalla sua famiglia.
Ma l'ultima frase dell'amica raffredd il suo
entusiasmo: Andrea era seccato.
Quale senso attribuire a quelle parole?
Il bravo ragazzo pensava forse a qualche scappatella
della giovane vedova, che egli non voleva
tollerare? O aspettava un'inchiesta della polizia
che lo preoccupava e lo seccava in pari tempo?
Nel dubbio ella non os confidarsi apertamente;
tuttavia pens che era necessario rassicurare
gli amici pur conservando su certi fatti un silenzio
prudente.
- S, credo di aver capito... - rispose senza
precisare troppo. - Mi accade un fatto strano,
infatti. Un signore come quello che hai descritto
si accanisce a seguirmi... non so perch. Devo
dirti per che io non faccio niente per incoraggiarlo...
tutt'altro! Ci nonostante, persiste. So
che ha interrogato le mie compagne di laboratorio
e anche la portinaia. Un mattoide, forse,
perch non ha niente del corteggiatore. Ebbene,
passer, e quando vedr che perde il tempo, la
smetter. -
Questa lunga spiegazione permetteva alla buona
Arletta di non mentire, pur non dicendo niente
di preciso.
Ella soggiunse poi, con maggior fervore:
- Scusami presso Andrea. Sono desolata di
questa faccenda, bench non ne abbia alcuna
colpa. Ma capisco che quell'interrogatorio intempestivo
non deve avervi fatto piacere. Quell'individuo
 davvero sfrontato! -
Prendeva tanto a cuore l'incidente, che Francina,
generosamente, la rassicur.
- Ormai la cosa  chiarita, non ne parliamo
pi. Spiegher tutto ad Andrea, e sai, se fosse
necessario... interverrebbe. Un paio di scappellotti,
una pedata ben assestata, bastano talvolta
per richiamare al rispetto della libert altrui. Non
fare complimenti! -
Siccome Arletta sorrideva sgranando gli occhioni
impauriti, l'altra insistette:
- Se hai bisogno, non fare complimenti. Certe
commissioni non si possono eseguire da s, per
quanto si possa provarne la voglia. -
Mentre Francina se ne andava ridendo ancora
del suo discorso, l'orfana cerc di immaginarsi
la scena: Andrea che dava una lezione allo sconosciuto
troppo curioso.
L'immagine evocata non le fece piacere.
Bench costui la perseguitasse, ed ella, sua vittima,
desiderasse molto spesso di mandarlo al
diavolo, pure non poteva immaginarlo in una
scena di strada. Era troppo compito, troppo riservato.
Per la verit, fino a quel momento l'aveva
in certo qual modo rispettata, e questa  un'attenzione
che una donna riconosce subito.
Un profondo sospiro le gonfi il petto, dopo
tante diverse riflessioni. E a un tratto, illanguidita
da chiss quali considerazioni:
Ah, perch i suoi occhi sono tanto severi in
certi momenti?... pensava. E perch, soprattutto,
quell'uomo mi segue soltanto per poter cogliermi
in fallo e per perdermi?
Vi sono dei perch che non osiamo risolvere.
Li formuliamo, ed  gi molto, perch ci
basta a farci soffrire come di una ferita.
Per qualche giorno Arletta ebbe l'impressione
che lo sconosciuto rallentasse la sorveglianza. Se
anche la seguiva, non l'avvicinava, giacch ella
stette otto lunghi giorni senza scorgerlo.
Forse, pensava mi segue da lontano...
senza che io lo veda. E siccome il suo sguardo,
a distanza, perde il suo potere, eccomi sbarazzata
di lui.
Liberata da una suggestione indefinibile, incomprensibile,
la giovane si sentiva pi leggera,
senza tuttavia essere pi allegra. Ella provava,
s, un senso di sollievo a non sentire pi attorno
a s la minaccia continua di una persecuzione
giudiziaria; ma, pur respirando meglio, non riprendeva
la spensieratezza di una volta... quella
di cui aveva goduto nelle poche settimane di pace
vissute dopo la vedovanza... prima di incontrare
l'indesiderato individuo.
Trascorse una settimana.
La straordinaria avventura si avviava dunque
verso un epilogo normale per ammortizzamento?
V'era da supporlo senza tema di ingannarsi, e la
interessata ne era convinta.
Grazie a Dio, l'importuno ha compiuto la
sua missione! diceva con malizia. Le indagini,
i pedinamenti, non devono avergli dato i
frutti che si aspettava. Scacco... quasi matto,
mio bel giovanotto!
Cercava di rallegrarsi, con una certa ironia
verso se stessa e i suoi passati terrori.
Ecco il solo uomo che fino a ora  riuscito a
incuriosirmi e a preoccuparmi. Egli non pu supporre
fino a qual punto mi esasperasse. Come ho
potuto essere tanto sciocca? Insomma, ora tutto
 finito.
Una specie di amara soddisfazione la confortava
per qualche momento; ma subito dopo riconosceva
che vi sono altri scopi per una donna
della sua et.
Dopo tutto, avrei preferito aver a che fare
con un vero innamorato... quello che le mie compagne
credevano di vedere in lui. Sarebbe stato
pi divertente! E anche pi dolce, forse, rifletteva,
con un vago rimpianto che non avrebbe
saputo definire.
Ora, quando usciva dal laboratorio, Arletta si
indugiava per la strada, inseguendo il suo sogno
di pastorella che spera nel principe azzurro.
Le giornate si erano fatte pi lunghe, e a poco
a poco si spogliavano delle brinate dell'inverno.
La primavera si annunziava, e tutta Parigi
scintillava sotto lo splendore di una rivoluzione
che faceva aprire i boccioli e rendeva le donne
pi belle.
Vestita col suo elegante abito grigio, felice perch
aveva avuto buone notizie da Battenville,
rassicurata perch non sentiva pi pesare su di
s la freddezza di certi sguardi che la sgomentavano,
la giovane rifioriva.
Da'quando aveva lasciato la madre, non aveva
mai avuto il viso cos fresco e gli occhi cos scintillanti.
Diventata coraggiosa e spensierata, giacch
anche finanziariamente era pi tranquilla, non ritornava
pi tanto presto a casa. I grandi magazzini
l'attiravano, come pure le mostre delle vetrine,
ed ella combinava nuovi vestiti che erano
ancora da comprare, ma nei quali prevedeva che
sarebbe stata piacente.
A volte, istintivamente, si fermava davanti a
una grande vetrina, e dopo una rapida occhiata
alla propria immagine che gli specchi le rimandavano,
cercava sulla superficie riflettente una figura
maschile che non aveva ancora avuto il tempo
di dimenticare e che temeva sempre di scorgere.
Nessuno!
Era una certezza che le toglieva ogni giorno
un po' delle sue deboli illusioni.
Eh! Meno male che non mi sono montata la
testa! Se mi fossi illusa che egli mi seguisse per
i miei begli occhi, ora starei fresca!
E a poco a poco si abituava a non vederlo pi.
Quel giorno, per, in lontananza, tra la folla, le
parve di riconoscere l'alta figura. Per un istante
dubit di avere le traveggole.
Ma no! Sono allucinata!  una mania: lo
vedo dappertutto. Era tempo che questa faccenda
finisse, altrimenti perdevo la testa.
Guard meglio. No... non era lui.
Eppure...
A un tratto trasal.
Ma s,  lui!... Il mio carnefice  ritornato.
Anzi, mi cerca con lo sguardo!
Non c'era pi dubbio... era proprio lo sconosciuto,
di nuovo sulle sue tracce.
Allora, senza riflettere, per non dargli il tempo
di riconoscerla, si volt, e visto un autobus che
stava per partire, attravers il marciapiede, sal
sul predellino e s'infil dentro.
Il pesante veicolo si metteva in marcia quando
Arletta, ansante, si lasciava cadere sui sedili di
prima classe.
Quella fuga era stata impetuosa; ella non si
aspettava di vedere lo sconosciuto, quel giorno!
Aveva agito istintivamente, nell'ambascia che
provava sempre alla vista del misterioso inseguitore.
Seduta, riprese fiato e ritorn in se stessa.
Nella precipitazione di saltare nell'autobus non
aveva pensato alla spesa inutile che ne sarebbe
derivata. Una sola idea, un solo scopo aveva dettato
i suoi movimenti: il bisogno di sfuggire all'inseguitore.
Ora pensava che sarebbe stato gravoso per lei
andare molto lontano. Gi era salita a un limite
di sezione, e per questo avrebbe dovuto pagare
doppia tariffa. D'altra parte la vettura si allontanava
da casa sua. La spesa di quel viaggetto
avrebbe uguagliato quella del suo pasto principale,
che era la cena della sera.
Ma intanto era convinta che colui che la seguiva
non l'avesse vista. Mentre ella si lasciava
trasportare verso la porta Orlans, l'uomo doveva
attendere inutilmente laggi, sul marciapiede
di via Raumur.
Tuttavia ella evitava di voltare la testa: guardava
soltanto i viaggiatori che le stavano di faccia
come se avesse paura, voltandosi, di scorgere di
nuovo colui che voleva evitare.
Gliel'ho fatta... e come bene! Eppure mi fa
tanto effetto, costui, che ho sempre l'idea di vedermelo
alle spalle.
Ma era davvero tanto sicura che non ci fosse?
In lei vi era il bisogno di sfuggirgli, e nello stesso
tempo una sorda irritazione per essere ridotta,
lei, l'assennata e ragionevole ragazza, a fuggire
davanti a uno sconosciuto... soltanto perch la
guardava e la seguiva.
Ah! Brutto antipatico! pensava con collera.
Quando dunque mi lascer in pace?
Tolse dalla borsa uno specchietto e per
rincorarsi, per assicurarsi di tutta la sua libert di
niente, fece uno sberleffo al pezzetto del suo viso
che vi si rifletteva... monelleria che le permetteva
anche di vedere riflesse nello specchio le persone
che le stavano attorno.
A uno a uno, pot cos osservare, senza voltarsi,
i viaggiatori dell'autobus.
Un movimento brusco, un rumore secco...
In una violenta contrazione di tutto l'essere
essa aveva rialzato la testa, chiuso gli occhi, e
le sue dita avevano nervosamente spezzato lo
specchio che le serviva da osservatorio indiretto.
L'uomo era l, sulla piattaforma!
La caccia ricominciava... caccia conturbante,
in cui la selvaggina umana era una donna sola
e senza difesa.
Gli occhi della poverina si riempirono di lacrime...
lacrime di dispetto, di rabbia... o di
angoscia? Chiss!
Ci che provava non era pi paura, era piuttosto
un sentimento venuto dal pi profondo dell'essere...
una sofferenza dell'anima.
Era ritornato!
Ah, perch quell'uomo faceva proprio un simile
mestiere?
In ogni tempo gli uomini della polizia sono
stati uguagliati nello spirito del pubblico alle
spie; per Arletta colui che la perseguitava poteva
forse essere qualcosa di meglio di uno sparviero
che spia la preda per ipnotizzarla e perderla?
Senza dare importanza alle fermate regolamentari
del pesante autobus l'orfana l'attravers
per il lungo, e nonostante gli avvertimenti del
conducente scese al primo rallentamento del veicolo.
La sua sorda irritazione le dava anche questa
volta la voglia di fuggire, di camminare, di
mescolarsi alla folla per meglio nascondersi.
Era passata davanti allo sconosciuto facendo
finta di non vederlo, ma i suoi occhi avevano uno
sguardo altero, mentre il suo viso si contraeva
in una espressione sprezzante. Voleva fargli capire
che le era profondamente antipatico.
Sul marciapiede si orient. Si trovava in prossimit
dei magazzini del Buon Mercato.
Senza pi riflettere, vi si diresse.
In mezzo a tanta gente riuscirebbe facilmente
a far perdere le sue tracce all'inseguitore. Una
donna riesce meglio di un uomo a sgattaiolare
tra i diversi reparti e i banchi dei grandi magazzini.
Era l'ora della chiusura, e gli impiegati si affaccendavano
a rimettere dentro le mostre esterne.
Compratori e venditori si sospingevano a vicenda.
La giovane donna si mescol alla folla, camminando
in avanti.
Dietro, il suo persecutore si sforzava di seguirla.
Era a pochi metri da lei, quando a un tratto
non la vide pi.
Laggi nello specchio, non era forse il suo
cappello che egli scorgeva?
Dieci corpi umani gli impedivano di raggiungerla
direttamente... ora non la distingueva pi.
Aveva un bel cercare: Arletta era sparita.
Questa, come desiderava, era riuscita a ingannare
l'importuno.
A forza di giri e rigiri aveva raggiunto l'uscita
e, a piedi, prendendo una stradina poi un'altra,
attraversando un viale e varcando un ponte, percorrendo
una lunga distanza che le fiaccava le
gambe, era finalmente arrivata a casa.
Quella fuga l'aveva messa di buon umore. Rideva
all'idea del bel giovanotto, come a volte
chiamava lo sconosciuto, che girava laggi nel
magazzino affollato, alla ricerca di colei che lo
gabbava.
Che bel tiro gli ho giocato! pensava.
Era divertente, infatti! Ma al momento di attraversare
il marciapiede, di faccia a casa sua, Arletta
sussult: lo straniero stava passeggiando
davanti al suo portone.
Dapprima ebbe un sorriso di trionfo.
Ah, Ve l'ho fatta! pareva dicessero gli occhi
canzonatori.
Nella sua soddisfazione, ella avrebbe voluto potergli
lanciare sul viso mille riflessioni ironiche.
Per farvi ingrugnire, avrei potuto non ritornare
qui... oppure farvi correre dietro a me tutta
la notte e magari tutto domani...
Ma egli la guardava... e l'acuit di quello
sguardo duro, glaciale, fece morire il suo sorriso.
L'uomo pareva non ammettere che ella si prendesse
giuoco di lui.
Tu non hai il diritto di agire cos con me!
pareva le dicesse aggressivamente.
E la giovane operaia, irrigidita, abbass la
testa passando davanti a lui per entrare nell'atrio
di casa sua.
Un piccolo fremito le faceva tremare le labbra
e sul viso rabbuiato si leggeva come un'angoscia
mista a irritazione.
Ah, perch sta l a trionfare di me? Se ne
vada! Non ritorni pi! Mai. Ero cos tranquilla,
prima!
E in uno slancio brusco sal a quattro a quattro
gli scalini che pareva moltiplicassero in altezza
la distanza che separava il suo alloggio da
colui che, pi che mai, le appariva odioso.
Mezza quaresima.
Le strade erano affollate e rumorose.
Vi era il sole nell'aria e il viso dei passanti rifletteva
l'allegria che procurano le prime giornate
primaverili. '
Quel giorno Arletta non lavorava. Dopo una
breve visita in chiesa girellava per la strada, e
fermandosi davanti alle liste attaccate sulle
porte dei ristoranti, pensava:
Oggi... un anno e mezzo di matrimonio. Sei
mesi di vedovanza. Come  passato presto il
tempo dal giorno in cui il mio desiderio fu esaudito
I... Non ho coraggio di fare il bilancio. Ho
perduto?... Ho guadagnato?... Del resto, che importa?
Mi pare che la mia vita stia per ricominciare.
 forse il risveglio della natura che mette
in me questa allegria? Ho l'impressione, dopo i
tormenti che mi sono stati inflitti in questi ultimi
mesi, che tutto stia per accomodarsi. Ho ben diritto
a qualche compenso!
E tutta briosa, senza pi indugiare, entr in
un ristorante. Alla porta, due prezzi scritti in cifre
immense mettevano limiti precisi alla spesa
delle persone che, in ogni caso, sono costrette a
fare i conti! col loro borsellino. La ragazza era
dunque tranquilla su questo.
Pranzo fuori, oggi! pens con allegra ironia.
La signora  stufa della propria cucina:
l'uovo al tegamino, la salsiccia arrostita e il pezzetto
di formaggio! Ah, che bel pranzetto voglio
fare!
Che festa! Mangiare pietanze preparate da un
cuoco, stare seduti tutto il tempo del pranzo, essere
serviti, come i ricchi, da un cameriere che
spia ogni nostro desiderio,  un gran lusso per i
poveri.
Molte tavole erano gi occupate. Il direttore,
vestito di nero, col tovagliolo sulla spalla, and
incontro alla cliente.
- Siete sola, signora?... Allora accomodatevi
qui: in questo angolo starete molto bene. -
Si trov subito seduta davanti a un tavolino
apparecchiato per una sola persona, ricoperto di
principii messi a sua disposizione.
Stava arrabattandosi a sbucciare un gambero,
quando un'ombra attravers la tovaglia come
una rapida pennellata. Qualcuno si sedeva alla
tavola pi vicina, proprio di faccia a lei. Ella alz
istintivamente gli occhi... il gamberetto le rest
sospeso tra le dita e un rapido aggrottare delle
ciglia contrasse il suo bel visino.
Oh! pens, disgustata. Lui! Non  finita,
dunque?
Era lo sconosciuto, infatti... sempre lui!
Lo squadr un secondo con alterigia. Ora che
sentiva lo sguardo dell'uomo meno ostile, la ragazza
provava il bisogno di far risaltare di pi
il suo disprezzo e la sua irritazione.
Questo brutto tipo comincia a seccarmi,
pensava pi con rabbia che con sincerit.
Ma  superfluo dire che il pranzetto di Arletta
perse ogni gusto e ogni piacevolezza. Ora ella
aveva un solo desiderio: mangiare in fretta, pagare
il conto e andarsene.
Per sfuggire a certe equivoche promiscuit,
disse con ira, tra s e s.
Tuttavia troppa precipitazione avrebbe rivelato
allo sconosciuto lo spavento che cagionava alla
sua vittima, la quale invece non voleva fargli capire
come egli potesse farle paura. Bisognava
dunque far presto senza dimostrarlo troppo. Cosa
difficile a effettuare, per, giacch costui non la
perdeva d'occhio mettendo in giuoco tutta la sua
perspicacia.
Contrariamente alla propria volont Arletta
ogni tanto guardava davanti a s; e i suoi occhi
corrucciati, ma involontariamente inquieti, si offrivano
alle occhiate acutissime che le lanciava
l'enigmatico individuo.
Cos, quel pranzo che doveva recarle tanta gioia
e che rappresentava un sacrificio non indifferente
per il borsellino, divenne per l'orfana una vera
pena. Come continuare ad avere appetito, mentre
l'uomo di faccia a lei persisteva a tenerla sotto il
fluido magnetico dei suoi occhi, e a volte lasciava
perfino errare sulle labbra un sorriso un po' urtante?
S, molto urtante!
Che cosa gli prendeva dunque di sorridere,
quando fino a quel giorno si era mostrato tanto
malevolo? Voleva forse farsi beffe di lei, per
giunta?
Appena pagato il conto Arletta si alz; si sforzava
di essere calma, di fare gesti naturali, quasi
lenti, assumendo un viso chiuso e un'aria profondamente
indifferente. Tutte cose con le quali intendeva
di dissimulare il suo intimo turbamento.
Ma lo sconosciuto aveva regolato i suoi movimenti
su quelli di lei, tanto che lui stesso fece
girare il tamburo della porta. Ella gli pass davanti
senza neanche ringraziarlo; ma aveva appena
fatto pochi passi sul marciapiede, che una
voce grave la interpellava:
- Avete molta fretta, signora Lussan? -
Arletta si ferm, come inchiodata al suolo.
Gi da qualche istante prevedeva che l'uomo
le avrebbe rivolto la parola.
Una donna non s'inganna mai sul senso di
certi sguardi maschili, e tutto, nel contegno dell'uomo
che aveva fatto colazione di faccia a lei,
indicava che egli attendeva l'occasione di poterle
parlare.
Questa quasi certezza fece s che la donna,
avendo previsto ci che stava per accadere, sapesse
gi quale contegno tenere.
Alle parole dello sconosciuto rispose subito con
bastante naturalezza:
- Dite a me, signore? Ma... non vi conosco.
- Questa  dunque una bella occasione per
fare finalmente conoscenza, - ribatt l'altro con
ironia. - Non vi disturbo? -
Arletta fece una smorfia per significare una
indifferenza che era molto lontana da provare.
- Dipende, signore, da ci che desiderate.
- Soltanto dirvi due parole. Potremmo prendere
il caff insieme, se accettate. -
Ella alz lo sguardo decisa a rifiutare; ma negli
occhi che la fissavano scorse una volont inflessibile
che la dominava, e cap che ogni resistenza
sarebbe stata inutile. Era dunque meglio
accondiscendere. A che scopo ribellarsi inutilmente?
Distolse lo sguardo da lui con indifferenza.
- Sia pure, - rispose, facendo buon viso a
cattiva sorte e ammantandosi di una serenit pi
apparente che vera. - Forse ho anch'io da chiedervi
uno schiarimento. -
Egli ebbe un sorriso di uomo superiore.
- Bene! - rispose semplicemente. - Ecco,
sediamoci qui, nell'interno del caff... davanti
alla vetrata. Posti ottimi... poca gente... cos
va bene. -
Ella non discuteva. Ubbidiva, ma senza voler
confessare a se stessa che era profondamente conturbata
per ragioni ben diverse dalla paura.
Si erano seduti uno di faccia all'altra come due
nemici pronti al combattimento.
L'uomo non aveva ancora detto una parola pi
cordiale n fatto un gesto meno rigido. Restava
compito, cortese, ma freddo e dominatore; i suoi
occhi badavano appena allo sguardo orgoglioso
che esprimeva tanto disprezzo.
Dapprima parl del bel tempo e della pioggia,
i soliti argomenti di circostanza prima di intavolarne
altri pi gravi. Era facile capire che quei
discorsi insulsi venivano fatti a sommo studio e
che la conversazione non poteva mantenersi su
quel comodo terreno.
Dal canto suo Arletta rispondeva sforzandosi
di simulare la indifferenza. Si sentiva sicura in
mezzo alla folla che riempiva le strade: pensava
che per il momento non doveva fare altro che
sostenere coraggiosamente la parte di benevola
interlocutrice.
Una cosa anche le appariva certa: lo sconosciuto
la spaventava molto meno da vicino che
da lontano.
L'impressione provata nella chiesa di San Germano
l'Auserrese non era dimenticata e poteva
rinascere. Le pareva che le sarebbe bastato incontrare
il suo sguardo, fissare a lungo gli occhi
negli occhi di lui, per vedere vacillare la superbia
di costui.
La forza di quell'individuo, insomma, proveniva
dalla volontaria debolezza di lei. Senza spiegarsi
questa anomalia, l'orfana la intuiva, ma
non cercava di farsene un'arma, giacch il turbamento
che ella poteva far nascere nel suo interlocutore
avrebbe avuto per conseguenza, lo capiva,
un turbamento identico in lei. E per non
provare quel senso di languore che le aveva fatto
tremare le gambe qualche giorno prima, la ingenua
ragazza preferiva subire l'altezzosit del signore
e far finta di piegare dinanzi al suo potere.
In definitiva, era l'istintivo pudore dei sensi
risvegliati che si ribellava e, nello stato di
purezza nel quale ella era vissuta fino allora, non
poteva rimanervi indifferente.
Restava dunque l, buona buona, davanti a lui
che la dominava e cercava di ammaliarla.
A un tratto, dopo qualche frase insignificante,
il forestiero orient in modo diverso la conversazione.
- So che vivete sola e che lavorate per vivere...
non avete marito, n altri legami. Come
vedete, sono abbastanza bene informato su ci
che vi concerne. Possiamo mettere le carte in
tavola... -
Non lo lasci finire. Si sentiva a un tratto invasa
da un ardore belligero, e tale ardore era
provocato tanto dal bisogno di sapere perch
egli si accaniva a seguirla, quanto da un impeto
di ribellione dinanzi alle pretese di quell'uomo
che pareva arrogarsi il diritto di occuparsi di lei.
- Scusate se v'interrompo subito, signore, -
disse con vivacit. - Siete bene informato su
me, avete detto. Volete spiegarmi dunque che
cosa pu interessarvi dei fatti miei? -
Gli occhi cupi dello sconosciuto parvero volerla
far rientrare sottoterra.
- Non abbiate paura, lo saprete! - egli ribatt
in tono asciutto. - Dovete capire che non
perderei il mio tempo a seguirvi continuamente
se non fossi indotto a questa persecuzione da
motivi imperiosi. -
Ella divent rossa.
Quell'uomo ammetteva di averla spiata, perseguitata.
I suoi occhi ebbero un attimo di smarrimento;
ma fu un lampo. Si riprese subito e afferm con
fierezza:
- Non ho nulla da nascondere della mia vita.
Tutta la mia esistenza si svolge alla luce del
sole.
- In apparenza almeno, - egli corresse.
- Oh, anche in realt! - ribatt lei con un
lampo d'orgoglio nei grandi occhi battaglieri. -
Sfido chiunque a trovare qualche cosa di irregolare
o di sconveniente nella mia vita. -
Si aspettava che egli le rinfacciasse il suo matrimonio...
tanto era persuasa che la seguisse col
consenso della polizia e soltanto per assicurarsi
della sua condotta e delle conseguenze derivate
dalla sua unione con Lussan.
Ma non fu cos.
L'uomo non rilev la protesta. E lei attacc di
nuovo:
- Non capisco affatto quale interesse possa
avere la mia vita per voi. Mi seguite senza alcuna
ragione apparente.
- Eh! - egli esclam con ironia. - Deve essere
una cosa molto rara che un uomo della mia
et segua una donna della vostra! -
Una fiamma arross il viso di Arletta.
- No, - rispose - ci potrebbe anzi essere
naturale, se si trattasse di un inseguimento interessato.
- Interessato?
- Diciamo... sentimentale, la parola  pi
giusta.
- E voi avete indovinato subito, vedendomi
dietro a voi, che nessun sentimento dettava la
mia condotta?
- Nessun sentimento? - ella osserv con spavalderia.
- Forse non si pu dire, perch, infatti,
se dal vostro contegno non trapela nessuna bont
nascosta, non si pu negare che non vi animi
invece un odio ben visibile. -
Un amaro sorriso contrasse le labbra di costui
prima che dicesse:
- E l'odio di un ignoto per voi vi  parso normale? -
A questa domanda i grandi occhi della ragazza
restarono fissi nel vuoto. L'uomo aveva colpito nel
segno. Ella aveva infatti sospettato subito l'animosit
del suo inseguitore; mai le era venuto in
mente che egli potesse avere verso di lei delle
buone intenzioni.
A mezza voce, ne convenne.
-  vero, vi giudicai fin dal primo sguardo:
mi sembravate uno di quelli che sarebbe meglio
non incontrare mai sulla propria strada! E il
peggio  che non ho mai avuto la bench minima
illusione circa le vostre mosse: istintivamente,
ho sempre sentito che cercavate di farmi del
male.
- Istintivamente, avete detto? Ci significa
che nella vostra vita vi  un punto vulnerabile
che io potevo colpire I Poich, infine, uno sconosciuto
non pu costituire un pericolo per una
persona che nulla ha da rimproverarsi. -
Se un'altra persona si fosse permessa un'osservazione
cos scortese, Arletta l'avrebbe certamente
rimessa a posto senza complimenti. Ma in
presenza di quello sconosciuto che a forza di seguirla
non era pi uno sconosciuto per lei, non
sapeva reagire; cosicch, nonostante la sorpresa,
rispose senza troppa acrimonia:
- Non ho niente di vulnerabile nel mio passato,
vi dico. La mia vita  sempre stata irreprensibile!
Devo tuttavia ammettere che la vostra
persecuzione mi ossessiona e che vorrei sapere
perch mi seguite con tanta insistenza.
- Figuratevi che mi senta attratto da voi...
che agisca per amore. -
Ella alz le spalle.
- No! Ho abbastanza buon senso per non illudermi
di cose impossibili.
- Eppure sono un uomo! - egli insistette
quasi di buon umore. - Siete giovane e bella.
- Smettete questo scherzo! - ella protest. -
 indegno dell'avversario cortese che indovino
in voi. -
A questo complimento giustificato lo sconosciuto
sorrise e i suoi occhi sfiorarono con pi dolcezza
il visino giovanile alzato verso di lui.
- Riconosco - ammise - che mi aspettavo
di trovare in voi una donna del tutto diversa.
- Di trovare in me? - ella chiese, riafferrata
dall'inquietudine al ricordo della misteriosa persecuzione.
- Insomma, che cosa volete? Quale
donna immaginavate che io fossi? E perch proprio
io?
- Perch di voi, e non di un'altra, mi occupo.
- Di me?
- S.
- Mi conoscevate dunque prima di avermi vista?...
- No, giacch vi ho confessato or ora che sono
stato sorpreso di vedervi quale siete, e che per
questo, istintivamente (giacch anche in me, lo
ammetterete, pu parlare l'istinto), per questo vi
ho trattata con cortesia fin dall'istante in cui vi
ho conosciuta.
- Eppure, l'uomo educato che voi convenite
di essere non ha capito che sorpassava i limiti
della discrezione accanendosi a seguire una donna
seria che vive onestamente tra il suo alloggetto
deserto e il suo laboratorio.
- Ah! Ecco il punto! La mia innata correttezza
ha cozzato contro qualche cosa di pi forte
a cui non potevo resistere. -
Arletta, che pesava ogni parola del suo interlocutore,
rilev l'ultima frase.
- Qualche cosa? Di che cosa parlate?
- Dell'odio, giacch non ammettete che possa
essere amore, - egli rispose ridendo.
- Oh! - esclam la giovane, sdegnata. -
Con quale astuzia vi sottraete a tutte le mie domande!
 gi mezz'ora che ci scambiamo delle
parole inutili, e siamo allo stesso punto di prima.
- Stiamo facendo conoscenza, signora. -
Ella scosse la testa, urtata da quelle leziosaggini
che non concludevano niente.
- Ebbene, io non ci tengo affatto a parlare con
uno sconosciuto. Mi avete detto che la mia vita
vi interessa, che sapete tutto ci che mi concerne.
-  vero, non ve ne ho fatto mistero.
- Ma io non vedo in che cosa tutto ci possa
importarvi, e me ne vado, senz'altre chiacchiere,
se non mi dite subito chi siete e perch siete cos
curioso. -
Egli si mise di nuovo a ridere, ma la sua risata
non era spontanea, e Arletta ne fu urtata.
- La mia curiosit non ha altro motivo che
l'attrazione che sento per voi, - rispose ironicamente
senza scusarsi.
- Ne sono molto commossa, - rispose la ragazza
- ma spero che non troverete niente da ridire
se anch'io ne user con voi. -
Lo sguardo dell'uomo vag nel vuoto, in attesa
di qualche cosa di inatteso.
- Che cosa volete dire? - chiese poi.
- Mio Dio! Vi chieder semplicemente il vostro
nome, signore... e la vostra professione. Sapete
tutto di me... tutta la mia vita, avete detto.
Forse sarebbe stato bene che, prima di occuparvi
tanto di me, vi foste presentato. -
La timida Arletta mai aveva mostrato tanta
fermezza, n pronunziato parole cos sgarbate.
Le parti si invertivano. Sotto la sferza dello
sdegno provocato dall'audacia sistematica dello
sconosciuto, la degna figliuola del professore Dalimours
ritrovava la sua baldanza di ragazza di
alto ceto.
Anzi, trovando che l'interlocutore non
soddisfaceva abbastanza in fretta alla domanda, insistette,
a sua volta ironica e mordente:
- Ma forse, signore, avete dimenticato il vostro
nome... e in quanto alla vostra professione,
senza dubbio preferite non parlarne. -
L'uomo sussult e sgran gli occhi per la sorpresa.
- Eh? - esclam, sbalordito e scrutandola.
- Che cosa supponete? Mi chiamo Pietro, nome
piuttosto comune in Francia. In quanto alla mia
professione, mi piacerebbe molto, signora, che
voi stessa me la indicaste, giacch credete che io
non voglia parlarne. -
Ella non si lasci intimorire.
- Siete un poliziotto, - rispose senza scomporsi.
L'altro scoppi in una franca risata.
- No, non sono un poliziotto, ve lo assicuro. -
E soggiunse dopo una breve riflessione:
- Almeno, nel senso spregiativo che date a
questa parola... -
Arletta, non comprendendo quella restrizione,
aggrott le sopracciglia.
- Volete dire, - osserv in tono acre - che
siete della polizia senza averne il titolo... oppure
che fate questo mestiere di nascosto... non ufficialmente,
come dilettante?
- Ma io non faccio quel mestiere, come dite
voi; - egli protest - che cosa ve lo fa pensare?
- La vostra insistenza nel seguirmi, signore...
niente altro.
- Oh!... Un uomo pu interessarsi di una
donna e seguirla, senza per questo far parte della
polizia.
- In tal caso, - ella ribatt risoluta - aspetto
che mi diciate le ragioni che vi spingono a ci.
Aspetto anche che mi diciate quale  la vostra
professione, quella vera. Pietro  un nome e basta.
In quanto a presentazione, siete piuttosto
avaro d'informazioni. -
Egli la guardava con visibile stupore. Le aspre
risposte che ella gli serviva con tanta sicurezza
lo sbalestravano.
Fino a quel momento la piccola operaia della
signora Limay gli era apparsa timorosa e insignificante,
vale a dire non troppo cattiva n troppo
astuta. Le compagne di laboratorio dicevano
che era scontrosa e timida. Ed ecco che a un
tratto si rivelava un'avversaria spiritosa e seria,
che egli non doveva disprezzare.
La sua fronte si rannuvol.
- Pietro  il mio nome, - rispose in modo
asciutto. - Giungo dalle colonie dove sono rimasto
quattro anni occupando un posto di fiducia.
Sono a Parigi da tre mesi soltanto... in licenza,
naturalmente. Forse trascorso il termine
rester qui, forse ripartir. Dio solo lo sa per il
momento!
- Chi deve decidere?
- I miei superiori.
- E chi sono... questi superiori? -
Questa domanda, formulata a fior di labbra,
con sarcasmo, come se la giovane donna conglobasse
nello stesso disprezzo l'uomo e tutto ci che
lo concerneva, lo fece andare in collera.
- Il nome dei miei superiori non vi direbbe
niente! - esclam, animandosi forse pi di
quanto non fosse necessario. - Questa domanda
 senza interesse e non ha niente a che vedere
tra noi, ve lo assicuro. Continuiamo a fare la
conoscenza, invece! In seguito saprete chi sono,
non ne dubitate. Per ora parliamo di voi, della
vostra famiglia, di vostro marito. -
Arletta ebbe un leggero sussulto. Ogni volta
che un'allusione risvegliava in lei il ricordo di
Anatolio Lussan perdeva le staffe. Forse quello
strano uomo aveva alluso apposta al suo vecchio
consorte.
Avrebbe voluto saperlo, e per far questo era
forse meglio per il momento assecondarlo.
- E sia! - fece conciliante. - Parliamo del
mio paese: sono nata in Normandia.
- La campagna  bellissima laggi, non 
vero?
- A me sembra magnifica. Dipende da chi la
guarda.
- Forse dipende dalla volont o dalla fede.
- No. Ma v' chi preferisce il mare azzurro,
chi l'oceano agitato, chi preferisce i torrenti e i
precipizi, e chi le cime aride e nevose. Di modo
che  difficile formulare un giudizio che risponda
al gusto della persona che ci ascolta. -
L'uomo cap che ella voleva tenersi sulle generali
e che misurava le sue risposte. Non ne fu
sorpreso; fin dall'inizio di quella conversazione
aveva capito che ella stava in guardia; e quell'inattesa
prudenza gliela rendeva ancora pi sospetta.
- Non siete molto comunicativa quando parlate
del vostro paese, - osserv senza complimenti.
- Avete forse lasciato dei brutti ricordi
in Normandia? -
Ella alz le spalle, gi seccata da quell'ozioso
interrogatorio.
- No davvero! - afferm energicamente. -
Soltanto, non credo di essere obbligata a gridare
ai quattro venti l'amore che ho per il mio paese
nativo.
- Sicch amate la vostra Normandia?
- Certamente, questo si capisce: l'amo perch
vi sonO nata, perch vi ho vissuto, bench non
sempre felice! L'amo per i suoi bei paesaggi,
la sua calma benefica, l'amo perch i miei cari
vi riposano.
- Tutti i vostri cari? - egli chiese bruscamente,
come se cercasse di coglierla in fallo.
Ma ella non parve accorgersene.
- Quasi tutti, s. Mio padre, i miei nonni, pi
tardi anch'io, forse, e tutti i miei parenti.
- Anche vostro marito? -
Arletta arross.
Quell'allusione diretta al marito morto la colpiva
perch confermava sempre pi i suoi dubbi;
era proprio a cagione del suo matrimonio che lo
straniero si interessava di lei.
 vero che chiunque si sarebbe potuto stupire
che ella concedesse cos poco posto nella sua vita
al povero Lussan. Non dimenticava perfino di
annoverarlo tra le persone di famiglia?
Ella pens che il suo interlocutore non poteva
ignorare la sua vera condizione. Di ci ora era
certa! Tuttavia egli le aveva lanciato un tale
sguardo di riprovazione, che ella non sapeva pi
che cosa supporre.
Ed ora, con ironia ancor pi accentuata, egli
riprendeva le sue domande sul defunto.
- Anche vostro marito era nativo della Normandia?...
Ed  sotterrato con tutti quelli che
avete amato?
- No, - ella rispose. -  sotterrato nei dintorni
di Parigi. I miei mezzi non mi hanno permesso
di fare di pi, per il momento. -
Che cosa avrebbe potuto dire lo sconosciuto,
dopo una cos penosa confessione? Niente.
Rimase zitto, con le sopracciglia aggrottate e il
viso duro.
Qualche cosa faceva bollire in lui una collera
improvvisa che nasceva da non si sa quale angolo
misterioso delle sue reminiscenze.
In verit, quella donnina dai grandi occhi innocenti
e infantili lo teneva a bada. Aveva una
risposta per ogni argomento. Ma non sapeva egli
dunque che un commissario di polizia non era
riuscito nemmeno lui a coglierla in fallo sullo
stesso tema?
Passarono alcuni istanti prima che l'uomo riuscisse
a ricomporre i suoi lineamenti e ritornare
alla calma.
Il tono tuttavia era ancora irritato, bench egli
si scusasse.
- Sono stato indiscreto, circa vostro marito.
Ho meritato che mi rimetteste a posto, - ammise.
Perch non lo avete fatto? -
Ella fece una risatina ambigua, come se volesse
mettere in evidenza la sua superiorit.
- Perch penso che non vi  alcuna umiliazione
a confessare di essere molto poveri, e che
non sempre basta la buona volont per fare certe
spese.
- Siete davvero tanto povera? - egli osserv,
quasi incredulo.
- Il mio modesto guadagno  la mia unica
ricchezza, - ella rispose fieramente.
- Oh! Oh! Non l'avrei mai pensato! Come?
Vostro marito non vi ha lasciato niente? -
Arletta ebbe un lieve sussulto.
- Questa volta, - osserv con voce un po' tremante
- voi diventate... indiscreto. Deploro la
vostra insistenza. -
Egli si mise a ridere.
- Non devo forse giustificare la professione
di poliziotto che mi avete gratuitamente affibbiata?
- Allora, tanto peggio per le nostre relazioni
future, - ella rispose in modo secco. - Odio i
curiosi, i poliziotti e le spie, tenetevelo per detto
se desiderate parlarmi ancora.
- Poco fa ho ammesso che solo l'innocenza
non teme la curiosit.
- Come credete, signore. Non desidero affatto
convincervi. E con questo, finiamola e accomiatiamoci.
-  molto pi comodo eclissarsi che proseguire
un colloquio pericoloso. Siete prudente, signora
Lussan! -
Questo seguito di frecciate quasi sarcastiche
aveva un po' riscaldato i due interlocutori. Le
risposte si erano fatte vivaci, gli occhi scintillanti,
le guance arrossate.
Dopo la risposta piuttosto netta del giovanotto
un silenzio ostinato pose tra loro un abisso di tenebre.
I due interlocutori si ritrovarono a un
tratto ricollocati ai posti di partenza.
Quella presa di contatto, accettata da entrambi,
pareva dovesse portare a qualche schiarimento
che poteva essere seguito da una intesa cordiale.
Bruscamente l'incanto fu rotto. I due giovani si
ritrovarono sul piano di guerra nel quale vivevano
da qualche tempo.
Ma perch entrambi si rinchiudevano cos in
loro stessi?
Una spiegazione netta, chiara e franca, rimette
tanto bene le cose a posto I Invece l'uomo si irrigidiva,
si ammantava di nuovo nella sua aria
tragica e impassibile, mentre Arletta si faceva
pi lontana, meno accessibile, e anche meno sicura!
Ognuno cercava di sfuggire la spiegazione
che l'altro desiderava... perch di certo nessuno
dei due aveva il coraggio di chiederla o di darla,
come sarebbe occorso.
E mentre la volont dell'uno cedeva, l'altro ne
profittava per rendere pi ferma la sua. Schermaglia
nella quale le anime venivano scosse,
sballottate...
Quando verrebbe trovato l'equilibrio?
Ora il silenzio era pesante, opprimente, ed essi
evitavano di guardarsi, giacch ormai erano soltanto
due avversari pieni di rancore.
Alla fine, seccato, reso nervoso da uno stato
d'animo troppo teso, lo sconosciuto si alz e pag
le consumazioni.
- Vi lascio, perch sono atteso, - si scus
correttamente, col cappello in mano. - Ma ci
incontreremo ancora. A domani, signora. -
E usc, non senza averla salutata compitamente...
forse anche troppo, pare, dopo quell'ora di
conversazione.
L'orfana rest pensosa per qualche istante. Non
aveva avuto il tempo di dire una parola in quell'addio
cos breve.
Che selvaggio!... sospir alla fine. Avevo
creduto di potere scoprire alfine il mistero di
questa sorveglianza che mi esaspera... e a un
tratto, patatrac, pi niente! Un palloncino che
si  sgonfiato davanti ai miei occhi! Mio bel giovanotto,
mi pare che io vi imbarazzi quanto voi
mi annoiate. Eppure... avrei fatto tutto per soddisfare
la vostra curiosit, a patto, s'intende, che
voi non vi foste sottratto alla mia. E invece non
vedo affatto a che cosa mirino le vostre domande.
Si alz a sua volta e usc, dirigendosi verso i
giardini delle Tuileries.
Alcuni ragazzi giocavano presso le loro mamme
o le bambinaie, e la isolata gettava su di essi
degli sguardi che diventavano teneri.
Uno dei piccini, seguendo il cerchio, venne a
gettarsi tra le sue gambe.
In uno slancio d'improvvisa espansione la giovane
lo prese sotto le braccia, lo sollev fino all'altezza
del suo viso e lo baci diverse volte sulle
guance fresche e grassottelle, prima di rimetterlo
a terra.
- Ah, caro! La tua mamma  davvero felice
di possedere un bel bambino come te. -
Senza sapere perch, si sentiva a un tratto il
cuore,gonfio di tenerezza, e quel breve sfogo le
dette una gioia immensa e benefica. Prosegu la
sua passeggiata con maggiore libert di spirito.
Per quel pomeriggio non era ella forse liberata
dal suo urtante inseguitore?
Eh! Eh! Il signorino non le pareva pi tanto
pericoloso, ora che gli aveva parlato! E siccome
egli aveva dovuto accorgersi che non era una
ingenua pronta a lasciarsi divorare senza reagire,
probabilmente da ora in avanti l'avrebbe lasciata
in pace!
Invece fin dal giorno dopo dovette subire di
nuovo la sua presenza.
Egli era sempre l quando Arletta usciva dal
lavoro, _e ostentava di camminarle accanto come
se fosse in sua compagnia. Ora che avevano
preso insieme una consumazione al caff, non
erano forse vecchie conoscenze? La cosa pi difficile
 trovare l'entrata in materia, ma una volta
scambiate le prime parole, ecco creato il legame
dal quale verr fuori l'abitudine. Appunto per
ci le ragazze fanno bene a evitare questo primo
contatto, quando non vogliono correre rischi
ignoti.
Dunque l'enigmatico signor Pietro si incrostava
nella sua vita.
Pi che mai le compagne canzonavano Arletta
sul suo innamorato, anche perch seguendola
egli non si peritava a rivolgerle la parola.
Come avrebbero potuto, le tre sartine, pensare
diversamente dinanzi al nuovo contegno della
loro amica?
- Ti fa la corte? - aveva chiesto Maurizietta.
- Niente affatto! - aveva protestato Arletta
senza che nessuno lo credesse. - Parliamo di
cose indifferenti.
- Che fandonia! Ma via! Ci credi stupide! -
aveva esclamato Maria, indignata.
E Gaby aveva soggiunto:
- Ors, signora misteriosa, serbate i vostri segreti...
e scusate alle vostre amiche la loro indiscrezione...
poich vi disturba.
- Ma vi assicuro che...
-  inutile! - interruppe Maria, stizzita. -
Non ti tormenteremo pi giacch non vuoi dirci
niente. Avete capito, Gaby e Maurizietta? Bisogna
lasciare in pace la signora Arletta! -
Eppure la giovane donna diceva la verit.
Niente le permetteva di supporre che lo sconosciuto
fosse innamorato.
Hanno ragione, pensava sembra che io lo
incoraggi. Mi compromette, quell'orribile poliziotto!
Il peggio  che non posso proibirgli di
camminare accanto a me: il marciapiede  di
tutti! E cos quando parla! Ho un bello stare
zitta, non rispondergli una parola: lui seguita
a parlare!
Tuttavia avrebbe voluto penetrare il mistero
di quel pedinamento instancabile; ma invano
studiava ogni parola di costui.
Niente! Non mi dice niente quel gelido accompagnatore
che ho sempre tra i piedi! Le mie
amiche possono canzonarmi quanto vogliono e
dire che egli mi fa la corte: io sono sicura che
quel tipo non  un corteggiatore.
Infatti la maggior parte del tempo essi scambiavano
tra loro parole insulse alle quali Arletta
non dava nessuna importanza. Altre volte invece
tra le osservazioni del giovanotto s'inframmettevano
alcune domande sempre concernenti il passato
della ragazza. La diffidenza di quest'ultima
era diminuita; non si sorvegliava pi come nei
primi giorni e smesso senza accorgersene dava dei
particolari che l'altro teneva bene a mente.
Del resto, sotto la sua aria correttamente indifferente
il suo interlocutore sapeva benissimo toccare
il punto vulnerabile e procedere nelle sue
investigazioni.
Il suo contegno, sempre altero e quasi aggressivo,
provocava delle risposte piuttosto vivaci nell'impulsiva
ragazza. Ed egli otteneva cos informazioni
di cui non poteva mettere in dubbio la
veridicit.
Quando Arletta si accorgeva di quelle sue sbadataggini
era furente contro se stessa che non
riusciva a far progredire la sua contro inchiesta,
mentre invece raccontava i fatti suoi all'avversario.
Immaginava poi le cose peggiori su quell'uomo
che non si palesava mai, e da alcune risposte
categoriche ottenute da lui il primo giorno
traeva mille argomenti contro di lui.
Viene dalle colonie! pensava. Chi viene
da lontano pu dare a intendere quello che vuole!
Alle colonie vi  un bagno penale; vi sono i battaglioni
d'Affrica; vi  un sole che fa male agli
uomini; vi sono gli stupefacenti e gli alcoli. Che
cosa faceva in colonia il bel giovanotto?
E altro ancora: quell'estraneo dai modi enimmatici,
dal tono autoritario, dallo sguardo che si
imponeva alle donne fino a terrorizzarle, non apparteneva
invece alla malavita? E che cosa voleva
in tal caso, se non che affiliarsi la ragazza?
O era forse una spia?
No, perch di quale utilit ella gli sarebbe stata?
O forse un avventuriero qualunque a cui era
necessaria la presenza di una donna, magari soltanto
per procurargli un alibi? Chiss! Tutto era
possibile, insomma, giacch lo strano individuo
la rassicurava e la preoccupava nello stesso tempo,
nonostante le sue maniere corrette e cortesi.
E le sue meditazioni finivano sempre con lo
stesso ritornello:
A quale scopo quel tipo si accanisce a seguirmi?
Ci diventa intollerabile!
Una domenica mattina fu bussato alla porta
della stanza occupata dalla giovane donna.
Credendo che fosse la portinaia che le portava
la posta come faceva qualche volta, Arletta apr
senza diffidenza e arretr sussultando.
- Ah! -
Non avrebbe mai creduto possibile un fatto
simile: il misterioso signor Pietro era l, davanti
a lei.
Quell'apparizione la spavent tanto, che ella
cerc di richiudere la porta; ma lo strano visitatore
aveva messo un piede tra i due battenti e
Arletta fu costretta a lasciarlo entrare.
Per un attimo la vedova ebbe voglia di gridare,
di chiamare aiuto; ma lo sguardo del visitatore,
quello strano sguardo, la domin anche questa
volta. Egli l'aveva bens salutata con infinito rispetto.
Pallida, con gli occhi dilatati da un terrore
segreto, ella vide la porta richiudersi.
Egli si era messo le mani in tasca, e senza
neanche pensare a spiegare la sua venuta, inventariava
con lo sguardo la modesta mobilia:
il letto alla turca graziosamente ricoperto di cuscini,
il cassettone sormontato da uno specchio
ovale, la piccola tavola rotonda ricoperta da un
centro di trina, tutto pulito, personale, grazioso,
nonostante l'estrema semplicit.
Soltanto dopo un attento esame, quando i suoi
occhi si furono posati sopra ogni cosa, e particolarmente
sulla stoffa di cotone a fiorami che
copriva il divano, egli disse:
- Dunque-questo  il vostro alloggio, piccola
signora? -
Arletta si era irrigidita pronta a tener testa a
quell'uomo la cui audacia inverosimile pareva
non avere limiti.
- Mio Dio, s: - rispose con una certa baldanza
- questo  il mio alloggio. Ci vi stupisce? -
Egli le lanci un nuovo sguardo che parve far
rientrare in lei ogni velleit di ribellione.
- Abitate qui dopo il vostro matrimonio...
quel matrimonio! Che orribile visione: la primavera
e l'inverno! E questa  la camera nuziale,
vero?
- Ma... signore...
- Voglio credere che la mia domanda in se
stessa non sia imbarazzante.
- Ah, no!
- Eppure esitate. Avete qualcosa da nascondere,
dunque? -
Arletta si stizz e le sue guance impallidite
sotto il fluido magnetico degli occhi inquisitori
divennero rosse, tanto la collera la sconvolgeva.
- Non ho niente da nascondere, - protest
con fermezza. - Quante volte devo ripetervelo?
La mia vita  sempre stata limpida e la vostra
domanda non mi turba. Tuttavia credo che non
abbiate niente a che vedere nella mia vita privata,
e rifiuto di darvi delle informazioni che non
vi riguardano. Per cominciare, intanto, uscite di
qui; non ho niente che fare con voi e non accetto
la vostra intrusione in casa mia. -
Le parole erano perentorie, ma l'uomo non si
scompose. Fece qualche passo per la stanza, poi,
assorto, si avvicin ad Arletta.
- Per quanto io possa apparire indiscreto, signora,
vi assicuro che non voglio farvi alcun
male. Forse, anche nel vostro interesse, potreste
darmi qualche informazione.  meglio che non
cerchiate di sottrarvi.
- Non capisco, - ella disse intimorita dalla
velata minaccia. - Se almeno mi diceste di che
cosa si tratta! Anche agli accusati dalla giustizia
si d un difensore. Che cosa mi rimproverate,
insomma? -
Pallidissima, disperata, a un tratto si era
messa a piangere.
Egli le si avvicin con gli occhi cupi.
- Ve ne prego, non piangete, - disse con voce
improvvisamente cambiata. - Le lacrime delle
donne sono una prova della loro debolezza, ma
non della loro innocenza.
- Innocente o colpevole, voglio sapere di che
cosa mi accusate.
- Io non vi accuso.
- Eppure sento aleggiare intorno a me il sospetto!
Non vi stancate di seguirmi.  tremendo
tutto questo, quando non si ha niente da rimproverarsi. -
Egli fece un gesto per rassicurarla, e per qualche
istante il suo sguardo divenne quasi dolce.
- No, - rispose con voce alterata - non piangete...
e non temete niente da me. Vi giuro che
vorrei poter mettere la vostra personalit all'infuori
della faccenda che mi costringe a occuparmi
di voi. Non avreste niente da temere da
me, neppure se foste colpevole. -
La commozione gli strozz la parola, e con voce
pi bassa, pi rauca, continu:
- Siate indulgente, signora; non mi opprimete
con la vostra ostilit. Se sapeste quanto mi
costa, ora, dover sospettare di voi!
- Vedete, dunque? Voi sospettate di me, lo
avete confessato!
- Non posso fare altrimenti. Il compito che
devo condurre a termine mi  gravoso appunto
per questo, ve lo assicuro.
- Ma insomma, che cosa cercate? Se posso
aiutarvi, non chiedo di meglio, purch dopo mi
lasciate in pace!... Via, parlate. Che cosa devo
fare? - insistette asciugandosi gli occhi.
- Prima di tutto, non piangere pi. Le vostre
lacrime mi sconvolgono. Non posso veder piangere
una donna!
- Questo  gi fatto, - ella rispose, irrigidendosi
coraggiosamente per contenere la propria
commozione. - E poi? -
Egli le lanci una rapida occhiata come se
avesse temuto di vedere i suoi occhioni di bambina
velati di lacrime.
- Va bene! - esclam poi, voltando la testa
per timore di lasciarsi intenerire da quel povero
sguardo di cane frustato ch'ella fissava su di lui.
- E ora, siate gentile, lasciatemi restare un poco
con voi, nella vostra atmosfera, a cercare di partecipare
un poco col pensiero alla vostra vita, di
condividere la vostra esistenza. -
Aveva preso una seggiola e si era seduto accanto
alla tavola sulla quale aveva posato i guanti
e il cappello.
- Modesto alloggio di una brava donna che
lavora, - mormor, come tra s e s. - Nessuna
frivolezza nell'arredamento; ogni posto 
utilizzato, e ci nonostante tutto  lindo, pulito,
chiaro, senza nascondigli sospetti... -
Aveva di nuovo posato gli occhi su lei che lo
guardava, sbalordita da quello strano monologo.
- Tutto  lindo e chiaro, senza nascondigli
sospetti, - ripet lentamente - come colei che
vive qui, come era normale che tutto dovesse essere,
per chi crede di conoscervi, o vorrebbe credere
in voi! -
E cambiando tono, col viso trasfigurato a un
tratto:
- Ah, signora! - esclam. - Voi non immaginate
la gioia che provo in questo momento in
cui vi scopro in casa vostra, in mezzo agli oggetti
familiari e all'atmosfera che avete saputo creare
tra queste quattro mura cos anguste.
- E il mio alloggetto vi dice qualche cosa? -
chiese Arletta che seguiva ogni suo gesto con gli
occhioni inquieti.
- Mi parla di voi, di voi cos seria e assennata;
di voi come desideravo che foste, come mi
siete apparsa, bisognosa, quasi povera, nonostante
tutte le probabilit che possono starvi contro. -
Lasciando il dolce viso di Arletta, lo sguardo
dell'uomo si pos un istante sul piccolo divano
basso sul quale ella doveva dormire.
- Vi sono cose che parlano tutto un linguaggio, -
egli riprese commosso. - Non credo che
pi persone possano abitare in questa stanza.
- Infatti, - ella convenne con fierezza - ho
sempre vissuto sola, modestamente, lavorando,
facendo delle privazioni all'occorrenza.
- Anche quando viveva vostro marito?
- Mio marito non poteva abitare con me. Aveva
altre occupazioni, un'altra vita, che lo teneva
lontano. -
Sotto quelle domande in apparenza insulse Arletta
sentiva l'interrogatorio, ma non vi si sottraeva.
Lo aveva gi detto: non aveva niente da
nascondere e poteva mettere in mostra tutta la
sua esistenza alla luce del giorno.
Da quello scambio di domande e di risposte sarebbe
venuta fuori un po' di luce? Dalla integrit
delle sue risposte il signor Pietro doveva capire
che ella era innocente di tutto ci di cui veniva
sospettata, e lealmente avrebbe dovuto ammetterlo.
Per questo ella si prestava al suo esame
con tanta buona volont.
Intanto egli, col solito tono indifferente, riprendeva:
- Eppure la condizione sociale di Lussan gli
avrebbe permesso di mettere a vostra disposizione
un altro alloggio pi lussuoso. Vostro marito
avrebbe potuto assicurarvi una vita facile... senza
pensieri, senza mediocrit. -
La fanciulla alz verso di lui gli occhi attoniti.
- Oh! - protest con un triste sorriso. -
Capisco che non sapete niente di ci che mi concerne.
Mio marito era ancora pi povero di me,
signore. -
Egli aggrott le sopracciglia, poi osserv, un
poco irritato:
- Ma no, perbacco! Aveva avuto un'eredit,
un bel patrimonio! -
Un lampo di gioia illumin il dolce viso di Arletta.
- Finalmente! - esclam con un grido di
gioia. - Sapevo bene che non avevo fatto niente
per meritare i vostri sospetti! Voi mi confondete
con un'altra. E l'uomo ricco di cui parlate non
era mio marito, non pu essere il povero diavolo
di cui porto il lutto... -
S'interruppe, colpita da una riflessione, e quasi
con tristezza continu:
- Se siete qui perch mi credete ricca, signore,
sbagliate strada e perdete il vostro tempo.
Senza dubbio la giovane vedova di un uomo
molto vecchio dovrebbe essere ricca; ma disingannatevi.
Bench la cosa possa sembrare inverosimile,
io sono soltanto una povera operaia
senza un soldo, da cui nessuno pu ricavare
niente. Ah, signore, perch non mi avete detto
prima che cercavate delle ricchezze? Vi avrei avvertito
subito che sbagliavate. -
La sua voce sonava dolorosamente ironica, piena
di delusione e di sollievo a un tempo.
Il signor Pietro non rispose. Il suo sguardo
acuto non la lasciava. Egli aveva pur dovuto afferrare
l'ironia delle sue riflessioni, ma restava
impenetrabile.
- Non credo di essermi ingannato, - riprese
dopo un silenzio. - Voi siete proprio Arletta
Dalimours, vedova di Anatolio Lussan?
- S.
- Ebbene, ricca o povera, siete proprio voi
quella che io cerco, e non altre.
- Allora non capisco pi ci che volevate dire, -
ella rispose di nuovo sconcertata.
- Ma io, io m'intendo! - egli rispose. -
E vedrete che finiremo col trovarci d'accordo.
Sentiamo: dove abitavate prima di venire a rifugiarvi
in questo misero alloggio?
- Ero in una camera ammobiliata.
- In provincia?
- No, in via dei Piccoli Campi.
- Ma prima?
- A casa mia.
- In Normandia?
- S.
- Dove? Mi avete parlato di un paese di cui
ho scordato il nome. -
Ma questa volta ella scosse la testa. Ecco che
ricominciava! Come il giorno in cui avevano
preso il caff insieme, egli mischiava di nuovo la
sua famiglia in quella faccenda. Inoltre, ella non
si ricordava di avergli mai dato l'indirizzo dei
suoi parenti. Perch fingeva di averlo dimenticato,
se non per conoscerlo davvero?
Ora Arletta non ammetteva che i suoi parenti
venissero tirati in ballo a proposito del suo matrimonio.
Del resto era forse possibile che la madre
e il patrigno avessero a che fare qualche cosa
con quello strano uomo che la seguiva sempre?
No, era impossibile!
Allora perch quell'insistenza inopportuna dello sconosciuto cos misteriosamente sospetto?
Arletta si sarebbe fatta uccidere prima di dire
una parola che potesse orientare l'uomo verso
Battenville.
- Quello che volete sapere riguarda me soltanto,
- rispose irritata. - I miei genitori non
hanno niente a che fare con voi. -
E a un tratto, urtata che egli toccasse coloro
che le erano pi cari della vita, and in collera
sul serio.
- E poi, sono stufa delle vostre domande!
Non vi risponder pi, se non mi dite prima il
vostro scopo preciso.
- Eppure... -
Ma ella lo interruppe con forza.
- No, no! E inutile. Vi dico che non mi caverete
pi una parola. Mi date noia. Andate via! -
Vi fu un silenzio. Pietro rifletteva, con lo
sguardo pensoso fisso senza rancore sul viso rabbuiato
della sua interlocutrice.
A un tratto parve prendere una decisione e
cambi di tono.
- Non parliamo pi di quanto vi ho chiesto,
se ci vi secca, - fece, conciliante. - Oggi  bel
tempo.  la fine dell'inverno e gi il sole sembra
pi caldo. Ho avuto in prestito da un amico
un'automobile per tutta la giornata e sono venuto
a prendervi... -
Siccome Arletta abbozzava un gesto di rifiuto
egli insistette:
- S, signora, sono venuto a prendervi perch
ho pensato che una passeggiata a San Germano,
dove l'aria  pura, vi farebbe bene. Ho osservato
che da qualche tempo avete brutta cera. -
Arletta aveva sussultato: a siffatta proposta si
era sentita invadere dalla paura. Era pazzesco
quell'invito in un momento simile, mentre stava
per mettere alla porta il molesto visitatore!
Aveva una bella faccia tosta, costui!
Sola con lui in automobile? pens. Ma vaneggia!
Non commetterei mai una simile imprudenza.
I giornali sono pieni di fatti di cronaca
ammonitori per l'ingenuit delle ragazze che fossero
inclini ad accettare offerte simili. No, no,
con me non attacca!
A voce alta trov la forza di rifiutare con gentilezza
lo strano invito.
- Vi ringrazio del vostro interessamento; ma
davvero, no, non posso accettare. -
Egli la guard, accigliato.
- Perch? -
Sotto lo sguardo imperioso ella perse di nuovo
un po' della sua sicurezza.
- Non posso, dovete capirlo. Che cosa ne direbbe
la gente? La mia reputazione...
- Oh, la vostra reputazione! Prima di tutto,
chi lo saprebbe? Non vi basta la vostra coscienza?
E poi una donna sposata, una vedova...
- Tuttavia preferisco... no, no. -
Ella perdeva un poco la calma.
- Via, - egli insistette - perch volete ostinarvi
a rinunziare a questa bella passeggiata?
Ormai non vi faccio pi paura, almeno lo spero.
Non  la prima volta che usciamo insieme, mi
pare. Ebbene? -
Ella avrebbe voluto protestare, gridargli: Di
solito, non  per mia volont. Mi imponete la vostra
presenza e io devo subirla. Per carit, lasciatemi
vivere in pace, liberata dalla vostra assiduit,
ma le parole uscivano dalla sua bocca
diverse da quelle che avrebbe voluto pronunziare:
lo sguardo, quello sguardo che si fissava
nel suo, annientava ogni sua forza di resistenza.
Avrebbe dunque ceduto anche questa volta? La
paura le dette l'audacia di mentire.
- Del resto, anche se volessi non potrei: sono
attesa dai miei amici Montel.
- Montel? Conosco questo nome.
-  probabile, giacch siete andato a informarvi
di me fino dal portiere della loro casa, a
rischio di procurarmi delle noie.
- Se ci sono andato vuol dire che era necessario.
Ma voi come avete fatto a saperlo? Mi
pareva di aver pagato abbastanza quel cerbero
perch tacesse! Insomma, ora non si tratta di
questo. Vi chiedo di venire con me... anche se
avevate pensato di disporre diversamente della
vostra giornata.
- Ma perch dovrei accettare? -
Egli esit; poi piano, con voce rauca:
- Perch mi siete necessaria, oggi.
- Necessaria?
- S; ho un'automobile, sono solo, ho bisogno
della vostra presenza.
- Bisogno della mia presenza?
- S; di sentirvi accanto a me, di vedervi, di
udirvi. -
Per un attimo ella chiuse gli occhi; quelle parole
l'avevano fatta fremere.
Bisogno di lei? Che strana confessione! Bisogno
di udirla, di vederla!
Si pass la mano languida sulla fronte scottante.
Mio Dio! Porse anche lei, in quegli ultimi
tempi, aveva a volte... no, no!
Che cosa le veniva in mente?... L'unica cosa
vera era che dopo il loro incontro nella chiesa di
San Germano l'Auserrese ella provava un'impressione
indefinibile tutte le volte che lo rivedeva.
S, era proprio cos.
Un'impressione, niente altro.
E se a volte provava un certo piacere nel ritrovare
il suo persecutore, per la strada, fedele
al proprio posto, che l'attendeva, le parlava, sempre
educato e un po' ossequioso, ci avveniva soltanto
perch era felice di vedergli perdere il tempo
dietro a lei, senza che potesse scoprire niente
di riprovevole nel suo contegno... n nella sua
vita, n nel suo passato.
Questa amara soddisfazione le dava una gran
gioia. Niente di pi!
D'altra parte quell'uomo la irritava con i suoi
sospetti, il suo instancabile inseguimento e le sue
arie di dominatore. La snervava, ecco, quel signore!
La seccava, s!
Ella respingeva con forza qualunque altra supposizione...
Siccome era rimasta pensierosa, colui che si
faceva chiamar Pietro le si avvicin.
- A che cosa pensate, piccola signora?... -
chiese, posandole con delicatezza una mano sulla
spalla.
- A niente, - ella rispose liberandosi istintivamente.
- Si pensa sempre a qualche cosa... o a qualcuno.
- Ammettiamo dunque che io pensassi a voi,
forse a capirvi, semplicemente! -
Egli scosse la testa e disse con umilt:
- Non vi affaticate. E inutile che cerchiate
di indovinare ci che accade in me. Lo so io
forse? Vi sono tante cose che mi tormentano!
- Infatti, siete molto incoerente. A momenti
sembrate amabile e convinto che io non possa
essere una creatura cattiva... un minuto dopo,
sento in voi un nemico implacabile, capace di
schiacciarmi, senza piet.
- Un nemico implacabile... senza piet! -
Egli la guard cupo e mand un sospiro.
- In un uomo - disse amaramente - vi sono
delle lotte interiori difficili a conciliare con la logica.
Egli dubita, esita, perch sente il punto
debole che lo far vacillare quando vorr agire.
Spesso quando se ne accorge  troppo tardi; ha
aspettato troppo. Mi domando se anch'io non mi
trovo a questo punto morto. -
Tacque, a testa china sotto il peso di pensieri
troppo gravi o di una inesplicabile languidezza.
Ma subito si scosse e si raddrizz come se volesse
respingere ogni pensiero o dominare a qualunque
costo gli eventi.
Cambi di tono cambiando di argomento.
- Venite a passeggiare con me, piccola signora.
Gli uomini hanno talvolta dei crucci, o dei
progetti inesorabili, che la presenza di una donna
pu addolcire o volgere alla clemenza. Siate buona,
signora Lussan... datemi l'oblio e la mansuetudine
col vostro dolce sorriso! Non lasciatemi
solo, oggi! -
Ella scoteva la testa, non ancora decisa, nonostante
le sue preghiere, ad affidarsi a lui per una
passeggiata che l'avrebbe condotta lontano.
- Ho paura! - diceva. - Non sono tranquilla
in automobile. E poi, sola con voi, non mi piace.
- Vi ho forse mai mancato di rispetto?
- No, lo so... ma preferisco non venire.
- Anche se vi do la mia parola d'onore che vi
ricondurr qui stasera sana e salva? -
Ella esit. Ora era lei che esaminava lui.
Perch insisteva tanto affinch lo accompagnasse?
- Dove avete detto di volere andare?
- A San Germano, dove c' una festa dell'aviazione.
Dal piazzale vedremo benissimo. Faremo
colazione laggi. Insomma, vi offro una
giornata all'aria aperta!
- Sola con voi per diverse ore! - schern lei,
un po' rallegrata tuttavia al pensiero di quella
gita.
- Non potremo dire di essere soli in mezzo
a una folla di spettatori!... - egli osserv sorridendo.
- In ogni modo, sar sola con voi.
- Con me e con le migliaia di persone che ci
circonderanno.
- S, certo.
- Dunque accettate? Andiamo? -
Ella ebbe un movimento istintivo di ripulsa.
- No, no!
- Ma insomma, perch? -
Ella cerc un'ncora di salvezza, e timidamente:
- Sapete, non sono mai uscita sola con un
uomo, - confess.
Era una ben debole difesa, di cui il visitatore
osserv subito l'incongruenza.
- Se non con vostro marito, probabilmente,
- ribatt subito, animato a un tratto da un certo
rancore.
- Ah! - fece ella, come colpita dal tono e
dall'osservazione. - S, mio marito... mio marito!
La voce si era fatta incerta, ma subito ella si
riprese.
- Lasciate in pace la memoria del povero
Lussan. Non mi piace udire il suo nome sulle
vostre labbra!
- Infatti, stona! - egli ribatt con un freddo
sguardo.
- S, ci mi urta, - rispose Arletta in modo
asciutto. - Non mi ha mai tormentata, lui! Al
contrario di voi, che vi accanite contro me senza
motivo. -
Aveva fatto il raffronto tra i due uomini senza
pensare a tutte le riflessioni che potevano derivarne,
cosicch non si aspettava il lampo di collera
che sconvolse per un attimo il viso maschile.
- Va bene! Non parliamo di Lussan, specialmente
per farne l'elogio, - grid quasi con cattiveria.
- Quell'uomo, io lo odio! Quando penso
che voi...! Ecco, sentite: anche voi vi detesto se
penso che avete accettato di essere sua moglie e
di ricoprire le sue azioni.
- Di ricoprire le sue azioni? - ella balbett,
colpita. - Come? Come? -
Ma egli allung le braccia come per respingere
l'argomento doloroso che ella voleva intavolare.
- Non parliamo di lui! - continu con rabbia
crescente. - Vi assicuro che sarebbe meglio
che quell'orribile vecchio non fosse mai esistito.
Non ne parliamo pi. Lasciamolo dormire in
pace, giacch n voi n io proviamo piacere a
chiamarne il fantasma. -
Si ferm e fece uno sforzo per dominare la propria
collera.
- Dunque siamo d'accordo; vi conduco con
me a San Germano, - riprese con pi calma.
- Non ho ancora accettato questo. -
Forse ella ci metteva un po' di civetteria, o per
lo meno voleva ancora farsi pregare. In verit,
quella passeggiata l'attraeva, nonostante la sua
volont di resistere.
Ma la fronte del signor Pietro si era di nuovo
rannuvolata.
- Se non volete, non ne parliamo pi, - ribatt
con freddezza. - Osservo soltanto che con me,
non avete mai uno slancio di buona volont. -
Ancora una volta i suoi occhi ritornarono
freddi e cattivi, e Arletta ebbe paura di averlo
scontentato sentendolo osservare:
- Mi avreste fatto piacere, signora. In seguito
ne avrei tenuto conto; statene certa!
- Vi farei piacere, - ella ripet, senza parere
di osservare la promessa contenuta nelle ultime
parole. - Non so davvero di che cercate. Sono
per voi un'estranea... una donna sospetta. -
Egli non rispose. La guardava, mordendosi
macchinalmente il labbro inferiore.
Alzando gli occhi ella incontr la fiamma del
suo sguardo.
Per un attimo parve che si sfidassero a vicenda,
tanto ciascuno di loro, col respiro sospeso,
sembrava voler frugare il pensiero dell'altro.
Arletta divent rossa e distolse per prima lo
sguardo.
Un soffio di follia pareva emanare dall'uomo e
investirla, e la povera figliuola, presa di nuovo
dal turbamento che egli faceva nascere in lei,
sentiva di non potergli resistere.
- E sia! - acconsent finalmente, con la gola
secca. - Se vi faccio piacere e se mi date la vostra
parola...
- Accettate?
- S. Mi fido di voi. -
Egli lanci un grido di gioia.
- Grazie! Grazie! Sono felice, signora. -
Non dissero pi niente. Entrambi, un po' impacciati,
evitavano ora perfino di guardarsi, come
se il progetto di quella passeggiata insieme nascondesse
qualche segreta speranza.
Arletta, per nascondere il suo turbamento, si
moveva come una mosca ronzante per la stanza,
mentre il visitatore, con le labbra serrate, guardava
distrattamente la strada attraverso le tendine
bianche della finestra.
La giovane donna prese il mantello, se lo gett
in fretta sulle spalle, si calc un berretto in testa
con un gesto brusco, senza saper bene ci che
faceva. Era cos inverosimile che avesse accettato
di seguire lo sconosciuto fuori di Parigi, sebbene
per poche ore soltanto!
A un tratto sent di reagire: si ferm, e di sfuggita
guard con sospetto colui che le voltava le
spalle.
Non  una follia affidarmi a quest'uomo? si
chiedeva, tutta turbata.
Ma il fluido magnetico dei suoi occhi inquieti
fece voltare colui che ella temeva tanto, e di
nuovo, nonostante la loro volont di restare lontani,
i loro sguardi si confusero.
Chiss perch, Arletta si sent illanguidita.
Ne fu tanto conturbata, che non vide la mano
dell'uomo tendersi verso la sua e non pot prevenire
quel contatto troppo intimo. Sent soltanto
la calda pressione, la stretta prolungata delle sue
dita affusolate, con altre pi forti, e il senso che
ne prov fu cos sconvolgente, che un lungo brivido
la scosse dalla testa ai piedi.
- Ve ne prego... - balbett in un soffio.
Prima di allentare la stretta lo sconosciuto sollev
la manina fino alle labbra e la baci a lungo.
Poi, dopo averla lasciata ricadere con dolcezza,
osserv, subito pi familiare... gi quasi da conquistatore:
- Siete pronta, piccina? Venite, dunque. -
Docilmente, con la testa confusa, senza reagire,
Arletta lo segu. Egli la fece passare avanti
e chiuse lui stesso a chiave la porta della camera.
Quel gesto cortese confuse la nostra eroina; le
parve che l'uomo si fosse arrogato un diritto sulla
sua casa. Dopo averla costretta a subire la sua
presenza, pretendeva dunque di avere la facolt
di entrare in casa sua da padrone?
Profondamente turbata da quella specie di ingranaggio,
Arletta si sedette in silenzio nell'unico
posto disponibile accanto a lui nell'automobile
che egli diceva di avere avuta in prestito.
Soltanto prima di mettere in marcia la macchina
il misterioso individuo rese le chiavi alla
loro legittima proprietaria.
Forse aveva osservato l'aria sbigottita della sua
compagna, giacch osserv, rendendogliele:
- Mettetele al sicuro, signora.  sempre spiacevole
perdere delle chiavi. -
Quale ridicolo dubbio pass nella mente di Arletta
che a poco a poco stava ritornando in s?
Prima di mettere nella borsa il mazzo delle
chiavi si assicur che fosse proprio il suo.
Bench occupato a mettere in moto la macchina,
il suo vicino aveva visto il gesto e indovinato
il sospetto.
- Diamine! - esclam mettendosi a ridere.
- La fiducia non regna ancora completa. Davvero,
signora Lussan, avete sospettato che io volessi
impadronirmi delle vostre chiavi? -
Confusa, ella arross fino alle orecchie, ma non
lo neg, della qual cosa egli sembr mortificato,
giacch il suo sorriso fin in una smorfia.
La macchina filava per la strada, trasportando
quella coppia poco comune.
L'autista occasionale guidava a forte andatura,
con gesti precisi e sicuri che dimostravano una
lunga abitudine.
Vedendo che la giovane sarta si rannicchiava
in un angolo, pi lontana possibile da lui, egli
chiese:
- Va bene? State pure comoda, vi  abbastanza
posto. Perch vi tenete cos lontana da me?
- Bisogna lasciare all'autista la libert di movimenti
necessaria, dicono i manuali dell'automobile, -
ella rispose opportunamente.
- Oh, non siete grossa voi!... Credo piuttosto,
piccola signora, che abbiate paura. Vi sento poco
tranquilla. Forse vado troppo presto?
- No, no, voi guidate benissimo e io non ho
paura. -
Non disse per che aveva un altro motivo di
angoscia, assai pi preoccupante.
Dove mi conduce? Purch si vada davvero
a San Germano! E laggi, che cosa accadr,
perch egli abbia insistito tanto?
Dobbiamo dire per, a tutto onore del signor
Pietro, che questo timore di Arletta non la induceva
affatto a considerare qualche serio pericolo.
Ella si riportava sempre alla sorveglianza
della quale era oggetto.
Per recarsi a San Germano il giovanotto aveva
preso la strada pi lunga, attraversando Clichy,
Asnires, Colombes, senza che la invitata, la
quale non conosceva i dintorni di Parigi, se ne
accorgesse.
E quando, in pieno abitato, la vettura rallent,
la ragazza non aveva alcuna nozione dei luoghi.
- Che cosa accade? - chiese, vedendo che il
suo compagno accostava la macchina al marciapiede.
- Il motore perde dei colpi; voglio vedere. -
Scese, alz il cofano, poi ritorn verso Arletta.
- Se volete, potete scendere un momento per
sgranchirvi le gambe.
- Oh, non importa, sto benissimo anche qui! -
Egli prese un'aria imbarazzata e si scus.
- Mi dispiace di disturbarvi, ma ho bisogno
degli arnesi che sono sotto il vostro sedile. -
Ella si mise a ridere.
- Perch non me l'avete detto subito? -
Salt sul marciapiede mentre egli estraeva una
busta di tela nascosta sotto il sedile e si affaccendava
intorno alla vettura.
Arletta fece qualche passo in lungo e in largo.
Cantarellava. La mattinata era bella, l'aria un
po' frizzante, e quella fermata non era affatto
spiacevole.
A un tratto ebbe un colpo al cuore.
Aveva riconosciuto il luogo.
Quel portone, quell'ampia corte, quegli immensi
edifici allineati in fondo I Non era gi stata
un'altra volta in quel luogo?
Il ricovero di Nanterre! Il giorno del funerale
di suo marito! Quei due ricordi emersero dalla
sua memoria.
Che caso strano! pens. La macchina si
ferma proprio qui.
Frugando nel motore, l'autista la sorvegliava
con la coda dell'occhio. La vide immobile in mezzo
al portone, che guardava avidamente.
- Questo  il Ricovero dei Vecchi, - disse.
- Lo conoscete, signora? -
La sua voce era grave, quasi rauca. Parve ad
Arletta che fosse cavernosa, come se egli cercasse
di rendersi macabro.
Proprio in quel momento un gruppo di ricoverati
usciva dal portone e il signor Pietro complet
la sua osservazione.
- Vedete quel vestiario? Quell'uniforme vi 
certamente nota. La portano i vecchietti ai quali
viene dato vitto e alloggio gratuitamente. Essi
attendono il superfluo da una mano caritatevole,
o complice, o forse anche criminale! -
Ascoltando quella riflessione Arletta si fece piccina
piccina. Divent pallida, livida.
Che cosa voleva dire, costui?... Quale concorso
di circostanze aveva provocato quella fermata
dell'automobile e quelle parole inattese?
Caso? Coincidenza? O volont?
E perch appunto quelle riflessioni davanti a
lei e in quel luogo? Quella macchina ferma proprio
davanti all'asilo dove era stato ricoverato suo
marito!... Perch quelle riflessioni cattive circa
dei poveri uomini ricoverati, certamente privi
di tutto, giacch se avessero posseduto qualche
risorsa nascosta non sarebbero andati a finire in
un luogo simile; dei poveri vecchi come Lussan,
suo marito, che il signor Pietro aveva confessato
con violenza di odiare?
L'angoscia di Arletta aumentava a quelle riflessioni.
Che cosa aveva potuto mai fare nel passato,
quando era giovane e robusto, il vecchio
inoffensivo che ella aveva sposato?
E la ragazza, rimasta ritta, immobile davanti
al grande cancello dell'asilo di Nanterre, fissava
con occhi smarriti la grande casa dall'aspetto accogliente
e bonario, come se in essa fosse racchiuso
un terribile segreto...
La voce del signor Pietro la fece sussultare.
- Ora va bene. Venite, signora Lussan? -
Ella non osserv l'occhiata con la quale egli
l'aveva avvolta, e riprese il suo posto accanto a
lui senza dire una parola.
Si sentiva agghiacciata, improvvisamente.
Pensava ancora al misterioso enigma, quando
l'automobile part. Non aveva avuto il tempo di
cercare una risposta alle proprie domande, che
gi lo straniero le indicava il cimitero e commentava
con voce cupa:
- L vengono sotterrati i vecchietti! Quei poveri
vecchietti che forse nel loro passato hanno
commesso chiss quante cattive azioni! -
Egli sembrava cogitabondo. Sotto le ciglia aggrottate
gli occhi lampeggiavano.
Gli sfugg un'imprecazione.
- Ah, poveri noi! Pensare che vi sono delle
persone giovani che accettano di sfruttare i loro
delitti! -
Arletta si rannicchi, come se un pesante fardello
la schiacciasse.
Chi compiangeva egli dunque, o malediva?
Lussan... sempre Lussan, senza dubbio!
Ma insomma che cosa aveva fatto di cos terribile
il povero ricoverato?
 spaventoso voler frugare nel passato di un
uomo di cui non sappiamo niente, ma di cui
siamo in certo qual modo la erede!
In silenzio, finirono di attraversare la cittadina
che santa Genoveffa rese illustre, e dove viene
ancora mostrata la casa della santa, presso la
chiesa parrocchiale.
I due viaggiatori proseguivano ora la loro corsa
verso San Germano, e mezz'ora fu bastante per
sorpassare i cinque o sei comuni che separavano
quella citt da Nanterre.
Quando ebbero salito la costa del Pecq era l'ora
di colazione, e il signor Pietro ferm la macchina
nella piazza grande, di faccia al castello.
Sempre compito e cortese, aiut Arletta a scendere
dalla vettura.
- Andiamo subito a far colazione, - propose
con compiacenza.
Ma aggiunse questa riflessione che fece aumentare
il turbamento della sua invitata:
- Non c' niente di meglio delle commozioni
per ravvivare l'appetito. Infatti si suol dire che
fanno venire il languimento di stomaco! -
Perch provava il bisogno di fare simili osservazioni?
La giovane, che cominciava a calmarsi, si sent
di nuovo tutta sconvolta, tanto che si chiese se,
gi che era ancora in tempo, non avesse fatto
meglio a trovare una scusa e ritornare subito a
Parigi.
La stazione era proprio l, vicina al castello;
le sarebbe bastata un po' d'audacia per mettersi
al sicuro.
Ma quando si trovava sotto il fuoco degli occhi
del signor Pietro Arletta non poteva pi discutere;
e la poverina non os sottrarsi quando egli
la invit a entrare con lui nel ristorante.
Del resto durante la colazione egli si mostr
un gentiluomo compitissimo, nonostante i sottintesi
che aveva lanciati fino allora.
Insistette anche perch ella stessa componesse
la lista.
- Scegliete quello che vi piace. Desidero che
serbiate un buon ricordo di questa prima colazione
fatta insieme. -
L'intenzione era lodevole, ma nonostante tutti
i suoi sforzi per mettere un po' di cordialit nel
loro colloquio, egli non vi riusc. Forse anche involontariamente,
ma dominato da pensieri tenebrosi,
restava assorto per lunghi minuti.
Dal canto suo Arletta era impacciata dal contegno
forzato e sospetto del suo compagno. Spaventata
come un uccellino preso al laccio, non
sapeva pi come contenersi. Mangi senza voglia,
e intanto, inquieta del suo mutismo, ella lo
osservava di sfuggita, spiandone ogni gesto con
uno sguardo obliquo e spaventato.
Che bizzarro duetto!
La loro conversazione, scucita e insulsa, non
fece che accrescere le distanze invece di ravvicinare
le menti e i cuori. Un senso di malessere
persisteva in loro, mentre forse entrambi avrebbero
desiderato un po' di pace e di serenit.
- La mia presenza non vi rasserena come speravate,
- os osservare Arletta, alla fine del
pasto.
Quel richiamo alla galanteria fece trasalire il
suo compagno, che si raddrizz e la guard.
- Perdonatemi, - si scus. - Ho passato dei
momenti di intima rabbia e di disperazione atroce.
Sono imperdonabile, giacch vi ho lasciato
scorgere le mie preoccupazioni, mentre avendovi
invitata avrei dovuto sormontare tutto per circondarvi
di allegria. -
Ma Arletta scosse la testa con indulgenza.
- No, - disse con dolcezza - io piuttosto
avrei dovuto strapparvi ai vostri crucci. Non mi
avete detto che la mia presenza vi era necessaria
per rompere il cerchio dei pensieri tristi? Ho
dunque mancato io al programma che avevo accettato. -
Egli affond lo sguardo negli occhi scintillanti
alzati verso di lui, e si sent seccare la gola quando
li vide smarrirsi nei suoi.
- Siete molto carina, - balbett, allungando
la mano sulla tavola per afferrare le dita fini.
- Troppo carina, anzi, giacch non so sfuggire al
vostro incanto, mentre dovrei andare dritto davanti
a me, senza distrazioni e senza debolezze. -
E dopo un silenzio nel quale i suoi pensieri
si raccolsero sotto una forma pi concreta, continu:
- L'odio rende l'uomo forte e risoluto; lo conduce
diritto alla mta e sopprime ogni esitazione.
Disgraziato colui che si intenerisce e viene a patti
con se stesso; non  pi che un vinto senza possibilit
di azione. -
Arletta, seria, si sforzava di seguire il suo pensiero
dando alle parole il loro vero significato.
Quando egli tacque, scosse la testa lentamente.
- L'odio avvilisce l'individuo, - protest con
dolcezza - lo mantiene nei suoi istinti primitivi
ed egoistici riconducendolo al livello della bestia.
Soltanto la generosit e il perdono danno soddisfazione,
giacch elevano l'anima al disopra delle
passioni. -
Il signor Pietro trasal e guard quella bimba
pallida che enunziava tanto semplicemente delle
verit cos profonde. Come potevano uscire parole
s gravi dalla mente di una creatura dall'aspetto
cos fragile?
- Vi sono odii sacri, - cerc di spiegare.
Ma Arletta fece di nuovo un gesto di diniego.
- No, - corresse senza alzare la voce. - Nessun
odio pu essere idealizzato. Dite che vi sono
missioni sacre, compiti penosi, dolorosi, che talvolta
bisogna portare a termine mostrandosi implacabili
e facendo male a se stessi. Quei compiti
rendono nobile l'uomo quando egli sa essere giusto
e misericordioso... -
Vi fu un silenzio. Il signor Pietro, a fronte
bassa, rifletteva.
- Avete ragione, - convenne, rialzando la
testa. - Dobbiamo procedere verso la mta a
qualunque costo. -
E dopo un istante:
- Raggiunger quella che mi sono prefisso,
- concluse con voce pi bassa, sospirando.
Poi, con altro tono:
- La colazione  finita. Bando alle cose serie!
Andiamo a passeggiare! -
La giovane si alz.
- S, andiamo, - ripet. - A domani le cose
serie, giacch non si pu fare altrimenti. -
Gi egli la trascinava verso il grande parco
dalle fronde luminose.
Il tempo era splendido: il sole formava larghe
chiazze chiare sotto le piante, e la maravigliosa
foresta di alberi centenari attirava i passanti. Il
giovanotto condusse la sua compagna verso luoghi
tranquilli. Costeggiarono lo storico castello
senza neppur guardarlo, si inoltrarono un poco
nei giardini.
- Andiamo fino alla Croce di Noailles, - propose
il giovanotto. - Faremo una bella passeggiata
in mezzo al bosco; se per non preferite
andare verso il collegio delle figlie degli ufficiali. -
Arletta prov un vago senso di paura... una
paura irragionevole, che non avrebbe saputo spiegare,
ma che tuttavia provava.
L'idea di essere sola, nel bosco, con quel
compagno misterioso che ella temeva e sopportava
nello stesso tempo le dette la forza di rifiutare.
- No, no, non mi piace camminare nel bosco. -
Si ritrasse vivamente e ritorn di corsa verso
il piazzale come se l'uomo che la seguiva prendesse
ai suoi occhi la figura di un malfattore
pericoloso pronto a compiere un delitto.
Giunta alla balaustrata che separa la spianata
dai pendii ripidi declinanti verso la Senna, Arletta
prov quel senso che deve provare chi sta
per annegare e viene afferrato finalmente da una
mano salvatrice. Un sospiro di sollievo le sfugg
dal petto, tanto era felice di trovarsi l! Si appoggi
alla balaustrata per sentirsi ancora pi sicura
davanti al vasto paesaggio, davanti a Parigi, ai
sobborghi, davanti a uno spettacolo splendido
che si stende per centinaia di comuni fino all'orizzonte.
E per vincere la sua ridicola paura cominci
a parlare volubilmente.
- Che maraviglioso panorama! Quei vecchi
alberi giganteschi... e questo orizzonte cos vasto.
Com' bello! Ah, che cosa c' l a sinistra?
E l, pi a destra? -
Domandava senza neanche aspettare le risposte,
saltellando come l'uccellino della foresta, non
di ramo in ramo, ma di luogo in luogo. E il suo
dito accennava successivamente i quattro punti
cardinali.
Poi i suoi occhi scorsero sulla balaustra stessa
una maravigliosa tavola di orientamento che l'ufficio
del turismo con molta accortezza vi ha fatto
incidere per istruzione dei viaggiatori. Ella sembr
porvi un'attenzione comprensibile, ma tuttavia
un po' eccessiva. Che bel pretesto per non allontanarsi
da quel luogo pieno di gente in mezzo
alla quale si sentiva pi sicura!
Rassicurata, si sforzava di esser gentile, mostrava
di parlare volentieri col suo compagno.
- Oh, guardate, signor Pietro, laggi, quell'oasi
di verdura in mezzo alle case! E dall'altra
parte, quella torre alta! Non  il monte Valeriano
quello che sembra una topaia sopra le terre
uniformi circostanti? -
Il giovanotto, bench sempre un po' taciturno,
le rispondeva sorridendo, quasi maravigliato dall'esuberanza
della giovane che di solito era tanto
riservata.
L'aveva presa familiarmente a braccetto, e
piano piano, regolando il proprio passo col suo,
la faceva passeggiare per il piazzale soleggiato.
- Vedete, piccola signora, l'uomo  migliore
quando vive nella natura, perch veramente non
ha bisogno di molte cose. Soltanto la necessit
di guadagnare molto denaro per godere dei piaceri
creati dal progresso, rende i lavoratori delle
citt cos aspri nelle loro rivendicazioni. Se potessimo
far ritrovare all'operaio la pace intima
dei campi, egli sarebbe mille volte pi felice e
pi calmo. In verit la scienza e le sue scoperte
maravigliose ci hanno portato pi male che bene.
Abbiamo nuovi bisogni, pi fittizi, che veramente
s'impongono: la elettricit, le macchine,
la radio, il cinematografo, una quantit di cose
che non ci hanno dato la felicit, pur aumentando
il nostro desiderio di benessere. -
Arletta sorrise.
- Una volta, - disse - si considerava la vita
sotto questa forma, credo: una capanna e un
cuore.
- S, e la gente era felice con cento soldi al
giorno. Oggi il sogno umano  pi terra terra;
ognuno vorrebbe avere l'automobile, le calze sottili...
tutto ci costa molto di pi e non rende
felici. -
Senza dubbio egli non aveva messo nessuna intenzione
di biasimo in quel discorso; tuttavia la
giovane donna arross pensando che anche lei
portava delle calze sottili... oh, delle modeste
calze comprate a basso prezzo in un magazzino
a prezzo unico, veh!
Rimase per un istante pensierosa; non gi che
si sentisse colpevole per aver fatto quella spesa
piccola... per essere vestita come tutte le altre,
ma perch certe osservazioni si amplificano nelle
loro conseguenze e fanno nascere ogni sorta di
deduzioni. Attraverso non so quale associazione
di idee ella giunse a pensare che, umile operaia
destinata a portare calze a buon mercato, che
non le erano necessarie e delle quali avrebbe
fatto benissimo a meno, non conoscerebbe mai la
capanna e un caldo focolare costruito per lei da
un cuore innamorato. Una nube vel la sua allegria
fittizia, e pensando al suo isolamento, alla
sua miseria di ragazza povera verso la quale
nessuna tenerezza si chinerebbe mai, una lacrima
le sal agli occhi, poi le scese sulle guance.
Proprio in quel momento, stupito dall'improvviso
silenzio, il signor Pietro la guard.
Era appoggiata alla terrazza di pietra, col
mento un po' abbassato. Sul pallore del viso minuto
una lacrima scendeva, pesante come una
raffica che sconvolge le acque calme di un lago.
Per un attimo gli occhi dell'uomo divennero
fissi, in una durezza di stupore; poi, in uno slancio,
egli le si avvicin.
- Oh, cara! -
Col braccio circond le spalle esili e attir Arletta
sul suo petto per poterle meglio asciugare
le guance.
Fin dalla mattina egli si era talmente assorto
nei suoi tristi pensieri dai quali ella non era estranea,
che non gli venne in mente che ella potesse
essere triste per motivi diversi da quelli che addoloravano
lui stesso.
Si affrett a rincorarla.
- Non siate triste, piccola signora, tutto si accomoder!
Se sapeste come vorrei vedervi felice...
per mio mezzo, e nonostante tutto ci che
pu sorgere contro di voi! -
Delicatamente, col fazzoletto di seta che aveva
tolto dal taschino della giacca, egli le asciugava
gli occhi.
- Non piangete, cara! Ah, se potessi dirvi...
se poteste comprendere! -
Avrebbe voluto avvolgerla di tenerezza, dirle
le parole di amore di cui il suo cuore traboccava;
e tuttavia restava muto, domato da un pensiero
che non gli lasciava la facolt di agire.
In quella giornata di primavera, in quell'atmosfera
radiosa in cui l'uomo  preda delle sue
aspirazioni primitive, forse che egli non riusciva
pi a dominare il desiderio istintivo che lo avvicinava
ad Arletta e gli faceva dimenticare tutto ci
di cui di solito l'accusava?
Il tepore della giovane lo fece fremere, ed egli
si sent languire. Aveva la gola secca, e per la
seconda volta dopo colazione si accorse del turbamento
che ella provocava in lui.
Se ella volesse!... pens. Dimenticherei
tutto!
Quel tutto doveva essere qualcosa di formidabile,
giacch egli si morse le labbra dopo un
tale pensiero.
Era dunque cos debole che i grandi occhi innocenti
della sua compagna bastavano a sconvolgere
tutti i suoi propositi, tutti i suoi desiderii di
vendetta?
Siffatta supposizione lo scosse, ed egli osserv
con occhio cupo il fine profilo che si appoggiava
a lui.
Arletta non gli era mai apparsa cos bella n
cos desiderabile come in quel momento in cui,
per nascondere le lacrime, teneva la testa nascosta
contro il suo petto.
Dai battiti precipitosi del proprio cuore egli
cap che per un bacio di quella bocca infantile
avrebbe commesso le peggiori debolezze.
Ah, tenere stretta tra le braccia quella donna!
Rabbrivid.
Allora, perdendo la testa, si chin sui capelli
morbidi che parevano tendersi verso le sue labbra,
e devotamente, con affetto, la bocca si pos
sui riccioli bruni. Fu un lungo istante di ebbrezza
nel quale l'uomo mise tutta l'anima in un bacio.
Arletta si accorse della carezza inattesa?... Lentamente,
senza sdegno, si sciolse da quelle braccia
troppo accoglienti, e asciugandosi gli occhi col
fazzoletto di seta che egli le aveva dato, si mise
a ridere.
- Eh! Che sciocchezza piangere cos! -
Egli non rispose: non avrebbe potuto pronunziare
una parola; ma la donna, incontrando il
suo sguardo appassionato, arross un poco.
- Vogliamo andare? - fece confusa, colpita
a un tratto da un senso di angoscia accorgendosi
che in quell'angolo della terrazza erano rimasti
soli. - Ritorniamo a casa. Il sole sta per tramontare. -
Dette ella stessa il segnale della partenza voltandosi
a un tratto per ritornare da dove erano
venuti.
Egli la segu docilmente, ma turbato fino nel
pi profondo del suo essere guardava con occhio
febbrile il bosco deserto dove avrebbe voluto trascinare
la sua compagna.
Istinti aviti, diritti primordiali di propriet dell'uomo
sulla donna, tutto sconvolgeva la coscienza
dell'infelice. Eppure non fece un gesto che potesse
inquietare la giovane, non disse una parola
che potesse turbarla. Con la mente tesa a una
mta che doveva raggiungere, il signor Pietro
sapeva dominare i propri nervi.
Arletta non doveva mai sospettare quale pericoloso
avversario egli era stato per lei in quel
momento...
Ci nonostante, fu con un certo sollievo che
ella risal in macchina per il ritorno. Eppure
riconosceva che tutto era andato bene. Il suo compagno
era stato compitissimo. Aveva, s, cercato
di intimidirla la mattina, davanti all'asilo di Nanterre;
forse in qualche momento si era mostrato
anche un po' spavaldo; ma ella doveva riconoscere
che era stato veramente gentile, n poteva
accusarlo di aver voluto sopraffarla.
Comunque, durante il ritorno silenzioso, Arletta
decise di non accettare pi cos alla leggera
l'invito di una passeggiata in automobile con
qualcuno che non conoscesse molto bene. Diceva
tra s e s che si ricorderebbe per un pezzo di
quella passeggiata con quel compagno enigmatico
dai silenzi inquietanti.
D'altra parte non le sfuggiva l'effetto che aveva
prodotto sul suo vicino. Questi doveva essersi accorto
del suo imbarazzo e del suo terrore, ed ella
capiva che tutti i suoi sforzi per mostrarsi gentile
e sorridente non avevano ingannato la perspicacia
dell'uomo.
Credeva anzi che fingesse, per disprezzo o per
calcolo, di non essersi accorto della sua apprensione;
ma in questo si ingannava, giacch al momento
di separarsi, mentre ella metteva il piede
sul marciapiede per scendere davanti al portone
di casa sua, l'automobilista le lanci questa riflessione
inattesa:
- Dunque, piccola signora timorata e prudente,
vi ho fatto molta paura, a quanto pare.
- Oh, no, non ho avuto paura!
- Ma s. Un giovanotto come me non  rassicurante
per una giovane donna come voi... non
abbastanza almeno come potrebbe esserlo un vecchio
cadente... -
Arletta trasal di nuovo.
Un'altra allusione ad Anatolio Lussan.
Il vecchio ricoverato di Nanterre era proprio
la bestia nera del signor Pietro! Diventava una
fissazione.
Ma in seguito a quali misteriose circostanze un
uomo pieno di vita ardente come quest'ultimo
poteva essere ossessionato dal ricordo del senile
marito di Arletta?
E appunto il nostro eroe soggiungeva con lo
stesso tono pungente:
- Vi lascio ai vostri sogni, bella signora. Sognate
visi grinzosi, capelli bianchi e bocche sdentate,
giacch  ci che vi piace! Addio! -
Senza lasciare ad Arletta il tempo di rimettersi
dalla sorpresa, era partito bruscamente, ghignando...
un ghigno che forse era soltanto un singhiozzo!
Il rombo del motore si era gi confuso tra i
rumori multipli della grande citt, prima che Arletta
si fosse rimessa dallo stupore.
Ella rimase qualche istante sul marciapiede,
con le gambe tremanti per quella bislacca osservazione,
con uno sgomento improvviso nei grandi
occhi infantili.
Ah, quante me ne ha fatte provare, quel bel
signorino!
Per tutta la giornata, come uno strumento che
vibra e piange sotto le mani abili dell'artista, il
suo essere intimo aveva vibrato di angoscia e di
dolcezza sotto le parole a doppio senso del suo
compagno!
E ora, ritornata in casa, si chiedeva se davanti
allo strano contegno di quest'ultimo non avrebbe
fatto meglio a fuggire, fuggire pi presto possibile...
a nascondersi in qualche luogo... specialmente
ora che il suo inseguitore aveva osato venire
a cercarla fino a casa.
Eppure l'idea di non vedere pi il suo bizzarro
persecutore le era penosa. Cos penosa, anzi, che
per conciliare le cose rimand al giorno dopo
ogni decisione sul da farsi.
Se non mi lascia in pace, partir.  il meglio
che possa fare. S, tra qualche giorno, se le
cose non cambiano, me ne andr!
Strani misteri del cuore umano! Arletta voleva
allontanarsi da colui che la tormentava tanto, ma
provava un certo sgomento all'idea di non vederlo
pi.
Eppure mi fa paura! diceva tra s e s in
buona fede.
E chiamando in aiuto il soccorso divino supplicava
con fervore:
Proteggimi, Signore, sono tanto infelice! Non
so quale pericolo mi minaccia, n quale decisione
prendere. Non so nemmeno io ci che voglio.
Quell'uomo mi sconvolge addirittura!
Certe decisioni non si prendono cos facilmente
come sembrerebbe a prima vista.
Arletta ne fece l'esperienza, giacch anche dopo
diversi giorni ella era sempre l e il signor Pietro
continuava a imporle la sua presenza, le sue
osservazioni importune, le sue domande e il suo
sguardo insopportabile.
Dopo quella giornata trascorsa a San Germano
pareva che le loro fantasie lavorassero in senso
inverso.
L'operaia aveva finito col farsi un'idea molto
originale di quell'uomo enigmatico. Facendo oscillare
le sue supposizioni dall'innamorato pericoloso
al terribile poliziotto, a volte era incline
anche all'ipotesi del pazzo inoffensivo, per poi
lasciarsi convincere da quella del criminale predestinato.
Ma pur rassegnandosi alla soluzione peggiore,
senza risolversi a sviluppare i suoi dubbi o a informarne
gli amici Montel e le compagne di laboratorio,
si sentiva vittima della fatalit: una
fatalit che spingeva l'esecutore destinato a interrorirla,
a condursi con lei da tiranno, da carnefice
o anche da ammiratore piuttosto pericoloso.
Sfuggirgli? Non c'era nemmeno da pensarci,
tanto egli sapeva sventare le sue precauzioni e
raggiungerla quando meno se l'aspettava.
Tuttavia l'istinto della conservazione che giace
in fondo a ogni individuo non diceva anch'esso
qualcosa? Non aveva forse suggerito all'orfana di
fuggire, di nascondersi? Che cosa aspettava ella
dunque?... E perch rimetteva sempre tutto al
giorno dopo?
In verit Arletta esitava, ed esitava perch aveva
dovuto osservare che un altro signor Pietro
si rivelava a poco a poco davanti ai suoi occhi:
un uomo molto diverso dal primo e che cominciava
a turbarla in un modo del tutto opposto a
quello provato fino allora.
Ella si stupiva delle sue nuove impressioni e
aveva paura di analizzarle.
Che cosa accade in me? E spaventosa, una
demenza simile! Prima quel giovanotto mi faceva
paura, e ora...
Taceva, rifletteva.
E ora, continuava ridendo non ho pi
paura, no davvero! Ma penso a lui tutto il giorno
e, lo confesso, con un certo piacere.  straordinario!
Bisogna dire che dal canto suo quegli che occupava
tanto la mente di Arletta era anch'egli cambiato.
Non usava pi con la sua vittima quello sguardo
speciale, lo sguardo delle persone animate di
forte volont, come se una viva collera o un odio
segreto ne aumentasse il potere. Quando voleva
ottenere da lei qualche cosa, si contentava di fissare
gli occhi nei suoi e, un po' pallido, un poco
commosso, attendeva in silenzio che ella decidesse
come lui desiderava. Quando la ragazza
rifiutava, egli non diceva niente: sospirava e distoglieva
lo sguardo, e il dispiacere che egli non
nascondeva bastava a far s che Arletta cambiasse
subito parere.
Insomma una certa calma si era prodotta in
lui. Non ricorreva pi all'espressione dura dei
primi tempi; a volte anzi un pallido sorriso gli
illuminava il viso serio, dandogli una dolcezza
naturale molto pi piacevole a vedersi.
Quando passeggiavano insieme, cosa che ora
accadeva spesso, bastava una scenetta divertente
per la strada per provocare in lui qualche uscita
spiritosa: Arletta si divertiva, e lo approvava con
una risata fresca e allegra.
Viceversa, l'ironia che metteva nel criticare un
articolo di un giornale o un racconto, risvegliava
nella mente della giovane donna dei cattivi ricordi.
Ripensava allora alle riflessioni che egli aveva
fatte sui poveri vecchi, sul cimitero, sulla loro
passeggiata a San Germano. In lui pareva vivessero
due persone diverse.
Ma se la curiosit di Arletta si ravvivava, i suoi
timori assopiti erano sempre pronti a risvegliarsi
giacch le stesse domande le si affacciavano alla
mente: che giuoco giocava egli? Perch, e per
conto di chi? A quale scopo? La piccola signora
Lussan se lo chiedeva sempre e restava sgomenta
nel comprendere che le era impossibile risolvere
quell'enigma.
Intanto i giorni passavano senza che Arletta si
decidesse a partire.
Una sera il signor Pietro propose:
- Andiamo al cinematografo?  tanto tempo
che non ci sono stato. Volete venire con me? -
Questa volta il suo compagno si era mostrato
in uno dei suoi giorni migliori, e l'orfana esit
appena.
- Oh! Volentieri! Io non ci vado mai. -
Ma aveva appena accettato che si pent e si riprese:
- Ci anderemo tra qualche giorno.
- No, perch rimandare? Stasera stessa. -
E la guard con quello sguardo che turbava
Arletta e la faceva fremere dalla testa ai piedi.
Come al solito la giovane donna cedette.
Nel petto, il cuore le batteva a grandi colpi:
era una delizia e una pena nello stesso tempo,
e le toglieva la forza di rifiutare.
Il cinematografo produce su certe persone una
profonda impressione, anche troppo profonda in
certuni.
Davanti ai due spettatori seduti uno accanto
all'altro si svolgeva una pellicola d'amore. Era la
seconda parte dello spettacolo, quella che lo chiudeva
e lasciava il pubblico in uno stato d'animo
piacevole.
Occorre incriminare quella serata per ci che
accadde in seguito? Oppure il signor Pietro cedette
a un bisogno di espansione dal quale si
era difeso fino allora e che corrispondeva a un
sentimento sorto da poco in lui? Non vogliamo
perdere il tempo a discuterne.
Il fatto  che, per la prima volta, egli prese
a braccetto con maggiore intimit colei che stava
riaccompagnando a casa, e con le dita intrecciate
alle sue, stringendola a s, la tenne cos senza
parlare, in quella dolce vicinanza, fino al portone
di casa sua.
Arletta aveva lasciato fare senza protestare,
senza ribellarsi; era cos dolce quel contatto protettore!
Quando giunsero nel luogo dove dovevano separarsi,
il giovanotto non si content di salutarla
in modo semplice come di solito.
Trattenne le dita di lei tra le sue, poi baci
la manina... e siccome quella carezza non parve
spaventare la giovane donna, divenne pi ardito.
Lentamente, le mani ardenti salirono lungo le
braccia... fino alle spalle dove si fermarono tremando,
mentre lo sguardo scintillante dell'uomo
afferrava quello di Arletta. Un attimo appena di
sosta... poi, non resistendo pi, con un gesto
brusco, attir a s la fragile creatura.
Arletta vide il viso del suo compagno avvicinarsi
al suo, non ebbe il tempo di sciogliersi. Gi
sentiva le labbra dell'uomo posarsi sulle sue in
un dolce bacio.
Niente aveva fatto prevedere un tale contegno
nel giovanotto, e il gesto temerario era durato
soltanto pochi secondi.
 credibile, poi, che in cos pochi istanti possano
sorgere sentimenti contraddittori in un
cuore umano e sconvolgerlo completamente?
Arletta, che fino a quel momento non sembrava
spaventata dalle attenzioni galanti di lui,
aveva invano cercato di sottrarsi a quel bacio
inaspettato.
Ma appena si fu sciolta dalla stretta dell'impudente,
passando da una certa involontaria soddisfazione
alla collera, si raddrizz davanti a lui.
Con un gesto rapido di andata e ritorno, assest
due schiaffi magistrali sulle guance del presuntuoso
giovanotto. Poi, mentre egli restava l sbalordito,
portando istintivamente le mani alle parti
doloranti, diventate rosse per le sferzate ricevute,
la ragazza fugg.
Con un salto varc la soglia e sbatt il portone
sul naso dello sfacciato. Dopo aver salito gli scalini
a quattro a quattro si chiuse in casa, e scoppiando
in singhiozzi convulsi grid:
- Mascalzone! Perch ho tardato tanto? -
A che cosa servirebbe avere degli amici se non
si potesse ricorrere a loro in caso di sconforto e
dimenticarli quando tutto va bene?
Arletta, che forse negli ultimi tempi aveva un
po' trascurato i Montel, dopo quella memorabile
serata non ebbe che un pensiero: chiedere aiuto
a loro.
La mattina dopo riun gli oggetti personali indispensabili
e ne fece un involto. Nella valigia,
quella della madre che aveva portato via fuggendo
da Battenville, riun i pochi vestiti.
Finiti quei preparativi, invece di recarsi al laboratorio
come al solito, si rec a Batignolles.
- Vengo a chiedervi ospitalit! - disse subito
a Francina che le apriva la porta.
E questa, davanti al viso angosciato della ragazza,
esclam:
- Dio mio! Che cosa  accaduto? Mi sembri
tutta sconvolta, Arletta!
- Non ne posso pi. Ti racconter tutto. Andrea
 in casa?
- S, non  ancora uscito, per fortuna! Vieni,
entra. -
Il giovane ingegnere manifest un certo stupore
nel vederla l, allora in cui sarebbe dovuta
essere al laboratorio.
- Ecco, cari amici: - ella spieg subito con
nervosa volubilit - ho paura. Un pericolo che
ignoro mi circonda... un pericolo che mi sforzo
invano di definire, di comprendere e di sfuggire.
Non so di che cosa si tratta, ma ho paura,
tanta paura... al punto di perdere la testa.  una
cosa orribile, allucinante! Divento pazza. -
Andrea che non poteva comprendere, in quel
fiume di parole, l'esagerazione che il racconto
di Arletta comportava, ascoltava sbalordito, senza
capire.
- Via, figliuola, calmatevi e ditemi con esattezza
di che si tratta. Se la faccenda risale a qualche
tempo fa, cominciate fin dal principio, perch
si possa capire subito qualcosa. -
Il tono calmo del disegnatore, la sua voce serena,
il suo bel viso tranquillo, calmarono un
poco l'agitazione di Arletta, la quale rispose con
pi moderazione alle domande rivoltele, rannodando
il filo rotto dopo la visita di Francina.
Riassumeva i fatti, e insisteva sulle impressioni
provate da qualche mese sotto lo sguardo del signor
Pietro. Pareva anzi che mettesse un certo
accanimento ad accusare l'assente... come se il
bacio che le aveva dato fosse stato un delitto di
lesa maest. Ella si guardava bene da riconoscere
che, in fondo, aveva la sua parte di colpa
nell'incidente, giacch non aveva saputo fermare
in tempo le galanti cortesie. Ma di questo non
voleva convenire nemmeno con se stessa.
- Capite, Andrea? Quell'uomo, che non conosco,
si impone a me. E inconcepibile!
- Senza dubbio, a prima vista ci non rivela
intenzioni molto pure, e nemmeno molto benevole
a vostro riguardo.
- Quell'uomo non ha delicatezza. Si comporta
con una fatuit, un'audacia, come un villano! -
Ecco fatto! La grande parola era detta. Un villano.
Perfettamente.
Il signor Pietro si era condotto con lei come
un villano. Da quando in qua un uomo ben educato
bacia per forza una ragazza! Mascalzone!
Un uomo di cui non conosceva la vera condizione
sociale, un tipo che non aveva detto nemmeno
perch la seguiva sempre!
- Non ha niente di un innamorato, senza dubbio!
- complet Francina.
- Oh, non l'ho mai pensato! Agisce con me
come un gatto col topo... come se si beffasse dei
miei sentimenti. Ora fa finta di farmi la corte;
ma sul principio credevo che si trattasse del pedinamento
di un poliziotto.
- Mi pare inverosimile. Un poliziotto non vi
importunerebbe tutti i giorni e non si farebbe riconoscere
cos scioccamente.
- Allora, non so che cosa pensare. Pu darsi
che sia un maniaco... un mezzo pazzo!
- Dite piuttosto che le sue azioni sfuggono
alla nostra comprensione... ma possono essere
naturalissime. -
La vedova scoteva la testa.
- Mi ci perdo! - disse. - A volte temo che
sia uno della malavita... per questo fino a ora
non avevo voluto parlarvene: avevo paura che si
vendicasse su Andrea. Ma ora, con quelle pretese
! Mi pare che si sia talmente incastrato nella
mia vita che io non possa liberarmene.
- Via, procediamo con ordine: - osserv Andrea
che era metodico e amava catalogare i fatti
prima di esaminarli uno dopo l'altro - eliminiamo
il famoso effetto del suo sguardo su voi,
che mi pare soltanto soggettivo. Che cosa resta?
Un uomo che vi segue ogni giorno, che vi fa una
quantit di domande, soprattutto quelle concernenti
il vostro passato. In compenso non cerca
di nascondersi n di farvi violenza...
- Tranne ieri sera, che volle baciarmi per
forza. -
Andrea non sembr affatto scandalizzato.
- Eh!  una cosa grave ai vostri occhi, certo;
ma in realt non  tale. Il bacio sta al delitto
come l'intenzione sta al delitto stesso. D'altra
parte suppongo che quell'uomo stia per innamorarsi
di voi, in questo momento. A forza di seguirvi,
di occuparsi di voi... sono cose che capitano,
figliuola mia!
- Ma io non voglio! - esclam Arletta senza
troppo rendersi ragione dello sconvolgimento che
quella supposizione provocava in lei. - Non lo
posso soffrire, l'odio, quel signore che non conosco
e che mi avvelena l'esistenza.
- Va bene, va bene! Calmati... non ti arrabbiare, -
diceva Francina vezzeggiandola.
- La vostra fermezza sarebbe stata molto pi
utile qualche settimana fa, - osserv Andrea che
rifletteva. - E evidente che avete dato troppa
confidenza a quel signore: passeggiate, incontri,
colazioni! Ora  molto pi difficile trovare una
via d'uscita. Sarebbe invece bastato mostrarvi
energica fin da principio: lo avreste messo con i
piedi al muro, ed egli sarebbe stato costretto a
spiegarsi.
- Non ho osato, Andrea.
- Ma c'ero io! Perch avete aspettato tanto a
informarmi?
- Ve l'ho detto: ho avuto paura di immischiarvi
in una faccenda pericolosa. Siete impulsivo...
se aveste attaccato lite con quell'individuo
ed egli vi avesse fatto del male, Francina non
me lo avrebbe perdonato. Io stessa non me ne
sarei mai consolata. Finch quell'uomo si limitava
a seguirmi, la cosa non aveva grande importanza;
ma oggi passa dalle parole ai fatti, e
io ho paura. Conosce il mio domicilio, osa venire
a cercarmi in casa, sicch non tergiverso pi e
vengo a chiedervi asilo.
- Adagio! Adagio! - intervenne il disegnatore.
- Continuiamo prima l'esame dell'uomo
che definite pericoloso.
- Vi assicuro, Andrea, che  misterioso. Mi
segue tenacemente, come un'ombra. Alla fine mi
sgomenta.
- Forse a torto, amica mia. Del resto, osservo
un'anomalia: quell'uomo, di un'autorit inconcepibile,
che parla soltanto con frasi interrogative,
staccate, rade,.mi fa l'effetto di un tipo
senza grande personalit. Sono gi delle settimane
che vi segue senza prendere nessuna decisione,
come se non riuscisse a concludere niente. 
molto difficile dunque immaginare che sia un
soggetto pericoloso.
- S, avete ragione. Devo anche aggiungere,
a tutto ci che vi ho detto di lui, un'altra cosa
a sua discolpa: un giorno stavo per essere travolta
da un'automobile, ed egli mi salv la vita.
- Come and? -
Arletta raccont lentamente come si erano
svolti i fatti.
- Aggiungo altres, - concluse - che l per
l non mi seppi raccapezzare... anche perch egli
non si era ancora ammansito: sembrava veramente
un nemico.
- Eppure vegliava alla tua sicurezza, - obiett
Francina.
- S,  vero! - approv l'orfana. - Lo capii
pi tardi.
- Insomma, - prosegu la giovane madre con
grande buon senso - mi pare che tu ti preoccupi
a volte troppo e a volte troppo poco. In ogni
caso, avresti dovuto tenermi informata, - soggiunse
in tono di rimprovero. - Con me non
avevi da temere che andassi a provocarlo. -
Arletta chin la testa.
-  cos difficile dire certe cose! - esclam,
impacciata. - Un uomo ci segue per la strada.
 ridicolo parlarne, pare di volersene vantare;
tanto pi che gi le compagne mi canzonavano
perch erano convinte che si trattasse di un ammiratore.
Temevo di apparire stupida. Se ti avessi
detto che ero impaurita perch uno sconosciuto
mi guardava per la strada, confessa che mi avresti
dato della sciocca.
- Cos ci allontaniamo dalla questione, - borbott
Andrea che da uomo positivo non amava le
digressioni. - Ritorniamo al nostro esame, ve
ne prego. Dunque, Arletta, quel tale vi ha interrogata
spesso sul vostro passato?
- S, e specialmente sul mio matrimonio...
e con certe frasi...
- Precisate. -
La giovane operaia riport qualche discorso, e,
da una parola all'altra, dette tutti i particolari
sulla passeggiata domenicale a San Germano. Il
marito di Francina ascoltava attentamente, pur
senza farsene accorgere. Alla fine, per, non pot
fare a meno di mostrare il suo scontento.
- Sentite, ma perch avete agito cos? - protest,
di cattivo umore. - Il primo venuto vi
porta con s, e se non fosse stato uno stupido
anche lui, vi avrebbe avuta in suo potere. Formate
una bella coppia davvero! Non vi faccio
i miei rallegramenti, cara figliuola.
- Oh, Andrea, abbiate piet della mia angoscia!
Vi dico che davanti a lui sono come una
povera lodoletta davanti allo sparviero. Mi affascina
addirittura. -
Francina intervenne generosamente:
- Via, Andrea, non sgridarla! Vedi bene che
i tuoi rimproveri le fanno male. -
Andrea alz le spalle. Non gli piacevano tutte
quelle smorfie femminili che gli sembravano
piuttosto una mancanza di sincerit.
- E va bene, - rispose in modo asciutto. -
Voialtre donne siete sempre pronte a trovare naturali
le vostre piccole civetterie. Insomma, non
ne parliamo pi; ma ho voluto dire quello che
penso. Continuiamo dunque. -
E dopo un attimo:
- Senza dubbio, - riprese - quelle domande
sul vostro matrimonio preoccupano In quanto a
questo, dovete riconoscere, Arletta, che non avevo
torto quando mi opponevo alla vostra unione con
quel vecchio. Dovetti cedere per mancanza di seri
argomenti razionali da contrapporvi; ma ora i
fatti mi danno ragione. E sarebbe una bella seccatura
se vi fosse un seguito a quel ridicolo matrimonio!
- Oh, Lussan  morto! - esclam Francina
con un sorriso rassicurante.
- Lui, s. Ma lo sconosciuto che segue Arletta
che cosa ci combina? Quali intrighi nasconde
questa faccenda? -
Successe un silenzio. Con la mente assorta tutti
esaminavano sotto vari aspetti il quesito che, indiscutibilmente,
a prima vista non appariva simpatico.
Andrea riprese, dopo un momento:
- Bisogna rifletterci bene. Una situazione
anormale, misteriosa, enigmatica non si risolve
in un momento. Bisogna pensarci con calma. Ma
ci che occorre fare subito,  prendere delle misure
per far cessare questa strana persecuzione.
- S, consigliatemi, amici miei. Sono venuta
a rifugiarmi da voi appunto con questo desiderio.
- In ci vi approvo. Questo vostro gesto vi
torna a onore. Non potete ritornare in casa vostra.
Provvisoriamente abiterete qui... metteremo
una materassa per terra...
- S, s. Eppoi, gi da cinque minuti io sto
pensando che su al sesto piano abbiamo due stanzette
una delle quali ci serve da ripostiglio. Forse
potremmo prepararle l una camera. Arletta ci
starebbe benissimo.
- Che buona idea! Grazie, Francina. Bisognerebbe
che facessi portare subito i miei mobili. -
Davanti a quell'accettazione franca e semplice,
la fronte di Andrea si schiar. Pens che la sua
giovane amica era stata pi ingenua che colpevole.
- Non vi preoccupate, bambina, ci penso io.
Questo  il meno. Sar bene che per molto tempo
non ritorniate da quelle parti. Restate qui ed evitate
di uscire, per ora. Avete capito?
- S, e sono felice di trovarmi con voi, cari
amici. Per l'affitto tutto va bene: ho pagato un
trimestre pochi giorni fa.
- Benissimo. Ma dovrete lasciare anche il laboratorio.
-  vero. Come far a spiegare alla signora
Limay...?
- In modo semplicissimo: nessun particolare.
Ve ne andate, ringraziate, vi scusate, e tutto 
a posto. Il caso di forza maggiore esiste. Non
sar menzogna se lo invocherete nel vostro racconto,
affinch esso non vi nuoccia ulteriormente
per qualche indiscrezione o in altro modo. Cos
tutto  sistemato. Spero che il vostro persecutore
perder definitivamente le vostre tracce. Avvertir
la portinaia... per il caso che venisse a informarsi
qui.
- S, s, benissimo! - approv Arletta con
aria preoccupata. - Ma penso che perdo il lavoro.
- Questa mi pare una cosa facile a riparare!
- esclam Francina. - In un grande casamento
come questo vi sono tanti inquilini, che una sarta
 sempre la benvenuta. Svelta e abile come sei,
non ho paura per te. Ti trover le prime clienti,
le altre verranno in seguito, vedrai. Presto guadagnerai
pi qui che al laboratorio.
- Sarebbe un fatto maraviglioso!
- E ora un'ultima cosa da sistemare, - soggiunse
Andrea. - Quel signorino che ha tanta
autorit e tanta astuzia con le donne sole, mi incuriosisce.
Dovete mostrarmelo senza che egli vi
veda; voglio sapere che cosa ha nel cervello, quel
tipo!
- Oh, no, Andrea! Per niente al mondo vorrei
che vi accadesse qualche cosa di increscioso
per colpa mia. Lasciamolo perdere,  meglio.
Dato che non potr trovarmi. Non chiedo altro,
per il momento. -
Il disegnatore non rispose, ma guard Arletta
con la coda dell'occhio.
- Va bene! Preferite cos? - disse, sorpreso.
Scoteva la testa piano piano, osservando la fanciulla.
Francina, stupita dal tono del marito, lo guard.
Si accorse che sorrideva ironicamente e segu
la direzione dei suoi occhi. Un sospetto venne
alla mente anche a lei.
Che Arletta, per caso, non abbia detto tutto
quello che pensa? Questa sarebbe buffa davvero!
Ma siccome Andrea non disse altro, Francina
non precis il suo pensiero, e suo marito se ne
and per recarsi all'ufficio, senza che l'orfana si
fosse accorta come il suo amico fosse pi perspicace
di quanto ella non sospettasse.
- La signora Lussan non  ancora arrivata? -
chiese la signora Limay in tono acido; e volendo
fino all'ultimo sostenere la sua parte di
padrona autoritaria, soggiunse: - Fa proprio il
suo comodo! Oh, ma la vedremo! Non posso
permetterlo. -
Quando se ne fu andata le tre operaie presero
spunto da quel leggero rabbuffo per chiacchierare
e scambiare le proprie impressioni.
Maria Minars, birichina, imit la padrona, e
forzando il tono scherz:
- Ah, ah, signora Lussan, vi permettete di
arrivare tardi, e di luned?... Ebbene, la cosa
non ander cos liscia. Se ricominciate, vi metter
alla porta; avete capito? Alla porta!  l'ultimo
avvertimento. Su, signorine, al lavoro, al
lavoro! -
Gaby e Maurizietta si misero a ridere. Poi, ritornando
serie, discussero le ragioni di quel ritardo.
-  colpa dell'innamorato, senza dubbio! -
disse Gaby. - Quando  giunta l'ora, siamo tutte
ammaliate, noi donne!
- No, non si tratta di questo, - ribatt Maurizietta.
- Arletta Lussan  seria, ne sono sicura,
e non si lascerebbe trascinare in un'avventura
scabrosa. L'assenza mi preoccupa appunto perch
non  nelle sue abitudini.
- Aspettiamo.  passato soltanto un'ora. -
Ripresero il lavoro.
Dopo pochi minuti riapparve la signora Limay.
- Non  ancora arrivata? Ci comincia a seccarmi.
Tuttavia  soltanto la seconda volta, da
quando lavora qui, che dimentica l'ora.
- Che sia ammalata? Oppure che le sia accaduta
qualche disgrazia?... E facile, con le automobili
che ci sono in giro...
- Eh! Potrebbe anche darsi. Sarebbe bene
andare a prendere notizie. Signorina Minars,
volete andare voi?
- Ci vado subito, signora. Non  lontano, e
sar presto di ritorno. -
Nel laboratorio, di solito tanto allegro, pesava
ora un certo disagio; le ragazze e la padrona
stessa erano in preda a quel vago malessere che
si chiama presentimento, contro il quale ci sforziamo
invano di lottare con la riflessione.
Quando Maria Minars ritorn, un quarto d'ora
dopo, tutti gli occhi si puntarono su lei con la
stessa espressione interrogativa.
- Ebbene? - chiese la signora Limay.
- Non c' nessuno in casa. Ho bussato alla
porta: nessuna risposta. Ho domandato notizie
alla portinaia: la signora Lussan ieri sera torn
a casa molto tardi e stamattina l'ha veduta uscire
con due pesanti valige.
- Ci pianta in asso, - mormor Maurizietta.
- E non ci ha detto niente, quella sciocca.
-  inutile lambiccarsi il cervello! - interruppe
la padrona. - Non potremmo fare che
congetture, una pi assurda dell'altra. Conviene
aspettare, - soggiunse uscendo.
- Assurde!... Assurde!... Perch la signora
Limay non sa tutto quello che sappiamo noi, -
borbott Maria.
- S,  probabile che quel tipo che veniva
ad aspettarla... - approv Maurizietta senza
precisare.
Ma nella mente di ognuna di esse si precisava
la forma di un giovanotto alto, freddo, elegante.
E le supposizioni ricominciavano.
- Purch non le sia capitato niente di male!
- pens Gaby ad alta voce. - Quelle valige indicano
un viaggio, evidentemente. Essa ha una famiglia.
Pu darsi che qualcuno stia male e che
l'abbiano chiamata. Oppure qualcosa di peggio.
- Gi, la famiglia! Sarebbe sempre meglio,
credo... - soggiunse Maurizietta.
- Fai bene a dire credo. Che puoi saperne,
tu? Un'avventura non deve essere spiacevole, -
protest Maria lasciando trapelare il suo sentimento
nascosto.
- Spiacevole o no, a volte certi incontri sono
pericolosi. Ho conosciuto... -
La conversazione si animava, le voci salivano
di tono, e la signora Limay riapparve.
- Siete in laboratorio o in visita in salotto,
signorine? Un'operaia assente, tre che chiacchierano
mentre dovrebbero lavorare di pi... insomma,
ora mi arrabbio davvero! -
Le tre ragazze chinarono la testa sul lavoro e
tutto fu silenzio, interrotto soltanto dal fruscio
delle stoffe, dallo stridore delle forbici, dallo scivolio
dei ferri da stiro.
La mattinata pass senza portare nessuna notizia
della compagna assente.
Prima di ritornare al lavoro, nel pomeriggio,
le ragazze ricominciarono le loro supposizioni.
- Bah! Si vedr stasera se verr ad attenderla,
il bel signorino! - disse Maria.
- La sua presenza non proverebbe niente, -
osserv Gaby.
- Come? Non proverebbe niente?
- Voglia dire che proverebbe soltanto che egli
 estraneo all'assenza di Arletta, ma non ci direbbe
perch la nostra amica non  venuta oggi.
- In ogni caso, la signora Limay dovr bene
essere informata! Aspettiamo che la piccola Lussan
le scriva, - concluse Maurizietta.
Purtroppo la signora Limay non era ancora
stata avvisata. Bastava vederla andare e venire,
agitata, per capire il suo stato d'animo.
- Niente di nuovo? - chiese diverse volte
nelle prime ore del pomeriggio. - Aspettiamo
fino a domani. Se non avr saputo niente, me
ne occuper io. -
Quella sera le tre ragazze uscirono dal laboratorio
spinte da un vivo sentimento di curiosit.
Avrebbero visto alla porta colui che chiamavano
l'innamorato di Arletta?
Per l'appunto egli non comparve e le tre ragazze
restarono molto deluse.
Fino allora esse erano convinte della seriet
della loro compagna, e bench avessero parlato
dello sconosciuto che le aveva invitate due volte
a prendere l'aperitivo, non ammettevano che
avesse un potere qualsiasi su Arletta. Era impossibile
che questa lo avesse seguito! Purtroppo
ora l'assenza di lui, che coincideva con quella
dell'amica, dava agio a tutte le supposizioni.
Mentre si guardavano intorno, furono colpite
da un signore distinto che sembrava sorvegliasse
il loro gruppetto. Camminava in su e in gi davanti
al magazzino scrutando ogni passante.
Nello stato di eccitazione in cui la misteriosa
assenza della compagna le aveva messe, le tre
amiche fissarono la loro attenzione su quel passante
solitario che non si allontanava.
Lo guardarono, sospettando che la sua presenza
si collegasse a ci che le preoccupava tanto.
A volte proviamo dei presentimenti perch i
pensieri degli altri si irradiano intorno a noi;
basta uno stato di recezione speciale perch essi
divengano intuizione; come pure basta non incontrarli
perch essi restino confusi e cadano nel
nulla.
Tre ragazze con una preoccupazione cercavano
dunque con forza una preoccupazione analoga
alla loro. Ci che le scombussolava era quella
sostituzione di persona: colui che si aspettavano
di trovare non c'era, e un altro lo sostituiva.
Il giorno dopo la padrona non aveva ancora
notizie, e le commozioni individuali salirono tutti
i gradini delle supposizioni tragiche.
La sera, sempre con lo stesso stato d'animo,
le operaie cercarono invano con gli occhi lo sconosciuto
che erano solite trovare sulla loro strada,
ma il signore della sera prima attir tutta la
loro attenzione. Cos, di giorno in giorno, ebbero
la stessa delusione, e cominciarono, per effetto
dell'abitudine, a trovare meno conturbante la
scomparsa di Arletta.
Un incidente, verso la fine della settimana, rimise
tutto all'ordine del giorno.
Quella sera il signore distinto che le ragazze
avevano gi scorto due volte di seguito si avvicin
a loro quando uscivano dal laboratorio. Lo
riconobbero subito, e si scambiarono certe occhiate
che volevano dire:
Avete visto?... Avevamo indovinato.
Intuivano che avrebbero sentito parlare di Arletta.
Infatti il signore le interpell cos:
- Scusate, signorine: siete le impiegate del
laboratorio Limay, le compagne della signora Arletta
Lussan? -
All'assenso unanime dato dalle tre ragazze con
una mimica espressiva, egli continu:
- Potreste mostrarmi un certo individuo che
si occupava di lei e che la importunava ogni
giorno?
- Probabilmente, - rispose Maria - Arletta
se la intende col giovanotto di cui parlate, perch
da quando ella non viene pi a lavorare, non
abbiamo pi visto neanche lui.
- Chiss che non l'abbia uccisa I - esclam
Maurizietta rabbrividendo. - Ci sono degli innamorati
che provano il bisogno di fare delle
tragedie.
- Potrebbe anche trattarsi di un doppio suicidio;
a volte ne accadono... - soggiunse Maria
Minars.
Gaby Varlette alz le spalle.
- Siete pazze tutt'e due!... Poich Arletta ha
scritto alla signora Limay per scusarsi e per dire
che non sarebbe tornata pi,  segno che  viva.
 andata in provincia, di certo! Ha bene il diritto
di andare dai parenti.
-  vero, - approv Maria Minars. - La lettera
giunse ieri l'altro sera con l'ultima distribuzione.
Per portava il timbro di Parigi... la
padrona l'osserv. -
Ma Maurizietta non abbandonava la sua idea.
- Il fatto di essere in provincia non le impedisce
di tubare col bel giovanotto.
- In ogni modo, - riprese Gaby - se siete
venuto per Arletta Lussan, signore, siete arrivato
troppo tardi! L'uccello ha preso il volo, ecco
tutto.
- Purch invece non si sia messa in gabbia
volontariamente, - osserv Andrea Montel, giacch
era proprio lui che, mettendo in esecuzione
il suo proponimento, cercava di ritrovare l'enigmatico
signor Pietro.
Il marito di Francina era risoluto a intervenire
presso lo sconosciuto che turbava tanto Arletta,
e voleva domandargli qualche spiegazione sul
suo contegno equivoco.
Cambiando tono, salut le fanciulle e le ringrazi.
- Vi sono molto grato, signorine, per la vostra
gentilezza. Ritorner tra qualche giorno, e
se allora avrete saputo qualcosa di nuovo, vi sar
molto riconoscente se me ne informerete. -
Quindi si allontan.
Andrea non trovava pi necessario, ora, di stare
di piantone in via del Louvre.
Eppure, quanto poco manc che egli non riuscisse
nell'intento!
Giacch, come mai il signor Pietro non si era
presentato come al solito all'uscita del laboratorio?
Semplicemente perch non poteva digerire
i due schiaffi di Arletta, e, ferito nella sua dignit
di uomo, aveva preferito di evitare colei alla
quale pensava gi fin troppo.
Per qualche giorno mantenne questo programma,
naturalmente... ma fu appena il tempo necessario
perch l'interessamento, la curiosit o
l'amore che lo animavano riprendessero il sopravvento.
D'altra parte un uomo metodico come Andrea
Montel non si scoraggia per avere usato tutti i
procedimenti di investigazione di cui dispone.
Non avendo scoperto niente al laboratorio della
signora Limay, si rec nella casa abitata da Arletta
e per prima cosa si rivolse alla portinaia.
Purtroppo la ciarliera signora Vaillard non
pot dargli nessuna informazione interessante,
quantunque il giovanotto le avesse dato degli incoraggiamenti
pecuniari.
La brava donna afferm che nessuno, all'infuori
di una ragazza (senza dubbio Maria Minars
inviata dalla padrona di Arletta), era venuta a
informarsi dell'inquilina. Questa era in viaggio;
la portinaia non sapeva altro.
Andrea dovette rassegnarsi. Colui che egli cercava
era dunque sparito dall'orizzonte di Arletta,
soltanto perch si era ella stessa eclissata?
Una tale supposizione era piuttosto strana, e
Andrea, poco soddisfatto, si chiese con diffidenza
e inquietudine che cosa la sua giovane amica sapesse
di pi, e non avesse voluto dirgli.
- Arletta, se volete, tra poco avrete i vostri
mobili. Bisogna decidersi, - disse Andrea la mattina,
all'ora della prima colazione. - Ho qualche
ora libera e ne profitter. Prender un tass
o un carretto col cavallo e mi far aiutare dal
conducente.
- Ne sar felicissima, Andrea, - rispose Arletta
con gratitudine, ma senza quello slancio
di soddisfazione al quale il disegnatore era avvezzo
ogni volta che le faceva qualche piacere.
Ella soggiunse poi, volendo correggere la freddezza
del suo ringraziamento:
- Mi pare di svegliarmi da un brutto sogno.
Ritrovarmi in casa mia e non essere pi perseguitata
da quell'uomo inquietante! Non sentire
pi intorno a me quello sguardo che mi impediva
di compiere qualsiasi serio sforzo. Che
liberazione! -
A Francina non parve che il sentimento di sollievo
provato dall'amica fosse cos schietto n cos
completo come la fanciulla affermava.
Nelle parole di lei sentiva qualche cosa di forzato.
Non gi che dubitasse della sincerit dell'amica,
ma le pareva che il tono della sua voce
rivelasse una incosciente incertezza.
Seduta di faccia a lei, Arletta seguiva qualche
mesto pensiero; il suo sguardo fisso nel vuoto era
senza vivacit e difficilmente vi si sarebbe trovato
un segno rivelatore di quella gioia che a parole
ella esprimeva con tanta cortesia.
Dal canto suo Andrea non mancava di fare alcune
osservazioni. Arletta non era pi la fanciulla
esuberante di una volta: mangiava poco,
era pallida, dimagriva...
E il bravo giovane si sforzava di capire perch
l'amica di sua moglie prendesse tanto a cuore gli
avvenimenti, giacch ella stessa, spontaneamente,
era venuta a cercare asilo in casa loro, pregandoli
di intervenire.
Che cosa accade ora in quella testolina di
venti anni? pensava. Chi conoscer mai l'intimo
pensiero di quella ragazza, simile in questo
a tante altre donne in et pi avanzata, le cui
labbra si suggellano sul proprio cuore? E poi le
donne... ah, le donne! Quando dicono nero pensano
bianco, quando dicono bianco gi pensano
verde!
Intanto Arletta, che rifletteva sulle proposte di
Andrea circa il trasporto dei suoi mobili, credette
bene di rompere il silenzio.
- S, io sono proprio fortunata di avere due
amici come voi; - riprese con dolcezza - sono
tanto sola! E nel mio alloggetto, con i miei mobili,
davanti a quei gingilli fatti da me stessa,
mi sentir pi felice. -
Andrea scosse la testa, un po' scettico.
- Bisogna pur confessare che il matrimonio
non vi ha giovato molto, Arletta, - egli disse
con ironia. - Non avete profittato affatto dei vantaggi
che cercavate, e siete stata privata di quelli
che il vostro nuovo stato avrebbe dovuto normalmente
assicurarvi. Peggio ancora!... Vedova
consolata, non avete nemmeno provato quel dolore
che tempra il carattere e l'animo, che li fortifica
e d loro modo di manifestarsi. Io feci male
a darvi retta, e voi a impormi la vostra volont.
Sono stato vittima di una truffa sentimentale,
giacch avete saputo estorcere dalla mia amicizia
una serie di debolezze che l per l parevano
necessarie alla riuscita del vostro piano, e che
veramente vi hanno cagionato soltanto delle
noie. -
Era davvero preoccupato e scontento.
Arletta lo guardava senza avere il coraggio di
giustificarsi.
Francina intervenne, scherzando, ma un poco
agrodolce tuttavia:
- Che cosa vai dicendo? Divaghi, caro. Non
si tratta del passato, sul quale non puoi nulla,
ma del presente, sul quale puoi molto. Ci che io
approvo completamente,  l'idea dello sgombero.
Ma hai pensato che vi sono alcune formalit da
espletare?
- Grazie, donna pratica!
- S, canzonami. Il fatto  che se tu andassi
cos pari pari al domicilio di Arletta a prendere
i mobili, avresti presto la polizia alle calcagna.
-  vero. Perci occorre che stamattina io
parli con l'amministratore, per il quale mi scriverete
un biglietto, Arletta. E stasera potr fare
il trasporto. -
Queste piccole formalit furono sistemate e la
giornata pass.
La piccola signora Lussan aspettava buona
buona la sera per rientrare in possesso dei suoi
mobili.
Da brava personcina assennata ella non s'illudeva.
Sapeva che la vita non riserba spesso mirabolanti
colpi di scena, e che non sarebbe bastato
il trasporto dei mobili e la loro sistemazione
in un nuovo alloggio per far cessare la sua malinconia.
No, ci sarebbe voluto ben altro, qualcosa
che ella aveva fuggito e che non tornerebbe
pi... qualcosa a cui la sua mente non doveva
neppure lontanamente pensare...
Era una ragazza onesta e tale voleva restare.
Questo era il programma della sua vita; non doveva
cercarlo altrove.
Ma il destino, talvolta brutale,  anche spesso
ironico; e fece s che il signor Pietro fosse testimone
del trasloco di colei che lo aveva cos bene
ringraziato del suo tentativo galante: due schiaffi
per un bacio. Era un prezzo un po' caro in questi
tempi liberi in cui le ragazze, purtroppo, non
lesinano le loro rosse guance!
Il giorno dopo la scena che si era prodotta all'uscita
del cinematografo, il giovanotto aveva
provato un'ira vivissima. Poi il sentimento del
ridicolo prevalse, e si sent molto umiliato.
Per quanto sembrasse forte il signor Pietro era
sempre un uomo! Del resto giudicava che quegli
schiaffi erano stati una lezione salutare, per ricordargli
a tempo che Arletta era in verit una
nemica e che era follia, dal canto suo, volerlo
dimenticare.
Dopo alcuni giorni di riflessione durante i
quali il rancore gli imped di rivedere la piccola
signora Lussan, una bella sera non pot pi resistere
al desiderio di seguirla almeno da lontano,
senza che ella se ne accorgesse, soltanto per osservare
il suo contegno, ora che credeva di averlo
per sempre allontanato dalla sua strada. Forse,
bench non volesse ammetterlo, non poteva resistere
al bisogno di rivederla. Vi sono cose di
cui non ci accorgiamo subito. Fatto sta che, ferito
nel suo amor proprio, stette una settimana
senza ritornare in via del Louvre. Per questo Andrea
Montel non lo aveva incontrato.
Gi da due giorni Pietro assisteva di nuovo all'uscita
delle operaie della signora Limay. Contrariamente
alla sua abitudine, si nascondeva tra
la folla, non volendo essere visto dalle compagne
di Arletta. Le avrebbe interrogate pi tardi, in
caso di bisogno.
Sorpreso dell'assenza della giovane donna, fece
diverse volte la spola tra il laboratorio e l'abitazione
di colei il cui ricordo lo ossessionava. Fu
cos che il secondo giorno osserv il viavai di due
uomini che effettuavano uno sgombero di poca
importanza, uno sgombero da sartina.
Quasi involontariamente, egli osservava quella
scena. Vide cos apparire una valigia, una piccola
tavola, un divano. Un pezzo di stoffa a fiori
color porpora su fondo nero gli colp lo sguardo:
non era quella la stoffa che aveva visto nella camera
di Arletta il giorno della passeggiata a San
Germano?
Riconosceva il tessuto a fiorami...
Non vi era pi alcun dubbio, ora: colei che
egli cercava cambiava casa.
Probabilmente doveva aver lasciato il laboratorio
della signora Limay per lavorare altrove...
Lo sfuggiva, dunque?
Non aveva mai fatto allusione con lui a un
cambiamento di domicilio.
Il bacio che egli le aveva dato l'aveva forse spaventata
a tal punto?
Questa supposizione fu per lui un vero disastro.
Si accorgeva all'improvviso che tutto ci che
lo aveva condotto dietro alla bella operaia non
aveva pi nessun valore.
La sua inchiesta? I suoi propositi di vendetta?
La necessit di condurre a termine una faccenda
che lo toccava personalmente, in tutte le fibre del
suo essere? Tutto spariva dinanzi a due occhioni
neri che, luminosi e spaventati nella loro pura
lealt, si erano qualche volta posati sopra di lui.
Quando fu sicuro che le masserizie che venivano
trasportate erano proprio quelle di Arletta,
pens che non doveva perdere l'occasione provvidenziale
che gli si offriva per ritrovare colei che
cercava.
Annot il numero dell'autocarro, osserv i connotati
dell'autista e del suo compagno; poi, mentre
i due uomini finivano i preparativi, chiam
un tass e col tono imperioso che gli era abituale
spieg all'autista:
- Senza farvene accorgere, seguite l'autocarro
che quei due uomini finiscono di caricare. Appena
si mover seguitelo.
- Capito! - rispose l'autista che per non attirare
l'attenzione port il suo veicolo pi indietro,
abbastanza lontano da quello che gli era
stato detto di seguire.
Il primo si mosse; l'altro gli and dietro.
Or sorpassando l'autocarro, or rallentando per
farlo andare avanti, la macchina che trasportava
Pietro eseguiva il compito affidatole. A un crocicchio
il giovanotto dette un'occhiata nell'interno
dell'autocarro e vide Andrea Montel, che non
riconobbe.
Ora, pensieroso, meditava. Era rimasto colpito
dalla bella figura maschia del marito di Francina.
Era dunque per quel bel giovanotto che la
signora Lussan sgomberava?
Questa idea gli mise l'inferno nel cuore.
Con quegli occhi puri, avrei creduto che fosse
"al disopra di ci....
Non precis quello che intendeva con quel
ci dispregiativo, ma il grosso sospiro che gli
gonfiava il petto denotava una grande delusione.
Pietro si scosse dalle sue riflessioni quando il
tass si ferm.
- Aspettatemi un momento, - disse all'autista.
- Ritorno subito. -
E si avvicin all'autocarro mentre Montel e
l'autista iniziavano il trasporto dei pochi mobili,
senza accorgersi che egli li spiava.
Quale non fu lo stupore dello sconosciuto nel
riconoscere la casa dove un giorno era andato
a chiedere informazioni della signora Lussan e
dei suoi amici.
 in casa dei suoi amici Montel... amici che
forse sono rappresentati soltanto da quel tale l!
borbott a denti stretti.
Cos i due uomini, senza conoscersi, sospettavano
uno dell'altro. Non possono dunque esistere
rapporti onesti tra due giovani, robusti e sani,
di sesso diverso? Strana mentalit che ci fa subito
essere diffidenti e ispira le peggiori supposizioni.
Pietro conosceva ora il nuovo indirizzo di Arletta,
o meglio sapeva dove era stata trasportata
la misera mobilia della vedova. Ma era stata poi
trasportata proprio nel quartiere dei Montel? E
Arletta abitava anche lei in quella casa? Sola...
o con quel giovanotto che egli aveva visto ballare
con lei, una sera?
Tutte queste domande se le faceva in preda a
un'acre curiosit che lo rendeva inquieto, rabbioso,
cattivo.
Volle avere informazioni pi precise e si rec
dall'amministratore dell'immobile. Ma doveva
essere stato dato un ordine rigoroso, giacch non
riusc a sapere niente. La stessa sorte lo aspettava
al vecchio domicilio, dove l'affitto era stato
pagato, il permesso di sgombero concesso, e dove
non era stato comunicato il nuovo indirizzo.
Stanco di tanti inutili passi il signor Pietro
aveva deciso di prendere in affitto un quartiere
nella casa di Andrea Montel; cos avrebbe potuto
sorvegliare le uscite e le entrate di colei che lo
interessava; ma era proprio detto che le difficolt
non dovessero finire tanto presto per lui:
tutti gli appartamenti erano affittati, e l'astruso
individuo fu costretto a cercare altrove un osservatorio
pi appartato.
In quel minuscolo alloggio, in mezzo ai suoi
mobili, Arletta riacquist la calma se non l'allegria.
Aveva trovato subito molte clienti e le sue giornate
erano tutte occupate dal lavoro.
Eppure era sempre un po' malinconica. In
quella solitudine, nella quale del resto si compiaceva,
la vita le pareva monotona e vuota. Pensava
spesso:
Sono ancora giovane, e che cosa ho mai conosciuto
della vita, se non dispiaceri, noie e disgrazie?
Fino a ora non ho avuto che guai!
Ma non voleva indugiarsi su questi pensieri
che potevano orientarla ancora verso nuove delusioni.
Buona cristiana, essa lottava disperatamente
contro queste riflessioni demoralizzanti, e quando
meditava, non permetteva alla sua mente di
fissarsi sopra oggetti troppo lusinghieri.
L'amore  buono per le donne che hanno fortuna...
per quelle che hanno famiglia, denari,
bellezza! Lei, umile operaia, povera figliuola senza
alcuna risorsa materiale, poteva forse pretendere
di essere amata?
Oppure le verrebbe offerto un amore senza
avvenire... il bacio di una sera... quello che un
uomo aveva osato farle subire, come a una cosa
gi conquistata... ricompensata in anticipo con
una serata al cinematografo.
Oib!
A quel ricordo gli occhi di Arletta si empivano
di lacrime. Eppure essa non aveva mai avuto
molta fiducia in quel misterioso inseguitore, non
aveva mai creduto che potesse amarla; e ci
nonostante (perch negarlo?) si era sentita veramente
commossa dalle attenzioni e dall'assiduit
di costui.
Arletta aveva sempre condotto una vita onesta
e regolata, ma spesso aveva sofferto della sua solitudine.
Adesso, quando ricordava le parole che
Andrea le aveva rivolte allorch questi lottava
per opporsi al suo matrimonio con un vecchio,
le veniva fatto di pensare alla condanna che ella
stessa aveva pronunziata, chiudendo per sempre
le porte all'amore.
Perch la sua vedovanza, rendendole la libert
agli occhi del mondo, l'aveva richiamata alle condizioni
normali della vita umana: l'amore, il matrimonio,
i figli?
Come ci illudiamo! pens. Ecco! Sarebbe
meglio non montarsi mai la testa!
Quante volte in quegli ultimi tempi aveva passato
in rassegna tutti quei ricordi! Non voleva
pi pensarci, no; eppure la mente vi ritornava
senza tregua... contro la sua volont.
Ma il destino vegliava e, passo passo, continuava
a dirigere la sua sorte. Perci alcune esistenze
che sembrano dirette verso mete volute
e ben determinate, si trovano a seguire piani cos
capricciosi, che le azioni compiute sembrano stravaganti
agli occhi di coloro che ne sono testimoni.
Avuto l'indirizzo desiderato, il signor Pietro
credette opportuno di non farsi pi vedere intorno
alla casa di colei che voleva ritrovare.
Fermo nella volont di rivedere l'orfana, giudicava
che nessuno potesse impedirglielo n opporsi
a che egli tentasse di tutto per raggiungere
il suo scopo.
Si limit dunque a sorvegliare da lontano la
casa, e nessuno degli interessati lo vide n sospett
che fosse cos vicino. Anzi, le sue precauzioni
dettero, tanto ai Montel quanto alla loro
amica, un senso di assoluta tranquillit.
Quella domenica mattina, nella modesta soffitta
dove Arletta abitava all'ultimo piano e dove in
mancanza di altre comodit godeva di una vista
maravigliosa sopra i tetti di Parigi, la giovane
sarta metteva gli ultimi punti a un vestito che
aveva fatto di nascosto a Francina per regalarlo
alla piccola Claudia.
Siccome riceveva spesso la visita della sua amica
o dei bambini, l'orfana non fu sorpresa di
sentir bussare alla porta.
Grid avanti senza nemmeno alzare gli occhi.
Ma mentre il visitatore richiudeva la porta,
essa prov un indefinibile turbamento che le fece
voltare la testa.
- Voi? - esclam alzandosi bruscamente alla
vista del signor Pietro.
- S, io, - egli rispose laconico.
- Oh! Perch? -
Egli alz le spalle con aria stanca. Era forse
padrone dei suoi sentimenti verso lei, e poteva
astenersi di andare a trovarla, di esserle vicino,
ora che sapeva dove abitava?
Con gesti lenti si tolse i guanti, mentre un silenzio
pesante cadeva tra loro, e Arletta, turbata
dalla sua presenza, evitava di guardarlo.
- Perch siete fuggita? - chiese finalmente,
con voce quasi bassa. - Perch non mi diceste
che avevate intenzione di cambiare casa? -
Era pallidissimo, serio; aveva il respiro affannoso
per la commozione e la fissava con occhi
pieni di dolore.
Questa volta non usava lo sguardo terribile per
intimidire la piccola operaia, sicch ella alle sue
domande, vincendo il proprio turbamento, confess
francamente:
- Pensavo che fosse meglio non vedervi pi.
- Perch?
- I nostri colloqui prendevano un tono che
non mi piaceva, e voi faceste un gesto che non
potevo approvare...
- Quel bacio?
- S.
- Oh! Se aveste condiviso la gioia che mi procur,
non me ne serbereste rancore. -
Ella aggrott le sopracciglia.
- Se ve lo rimprovero, vuol dire senza dubbio
che non condividevo questa impressione.
- Oh, capisco! Voi mi odiavate.
- No, non giunsi fino a questo punto, ma ero
esasperata dal vostro pedinamento.
- Disturbava le vostre gesta?
- No davvero! Del resto, perch nascondervelo:
avevo paura di voi.
- Non negli ultimi tempi, per! - egli protest.
- Avevate capito benissimo che non avrei
pi potuto farvi alcun male. Una donna comprende
certe cose. -
Ma ella scosse la testa, mentre un profondo
sospiro le sollevava il petto.
- Tante volte, vedendovi, ho immaginato le
cose peggiori...
- S, sul principio, forse. Me lo diceste: credevate
che fossi un poliziotto. Ma dopo dovevate
esservi accorta che ero inoffensivo.
- Ebbene, v'ingannate! Non sono mai stata
sicura del motivo della vostra misteriosa presenza
dietro a me... dei vostri sguardi furenti...
di quella gita a San Germano...
- Non ci sono soltanto cattivi ricordi tra noi!
- la interruppe. - Laggi piangeste tra le mie
braccia. E il nostro incontro in chiesa, il ritorno
dal cinematografo, stretti l'uno all'altra, tenendoci
per mano... -
Gli tremava la voce a quel ricordo dolcissimo.
Ma Arletta gli tagli risolutamente la parola.
- Quella serata fu sciupata dal vostro ardire,
e non torna a vostro vantaggio, mi pare!
Fareste meglio a non parlarne.
- Eppure... -
Egli guardava quella boccuccia fresca, rossa
come un lampone appena maturo, e si sentiva
preso dalla vertigine. Come avrebbe voluto accostarvi
di nuovo le labbra!
- Ah! - balbett smarrito. - Se sapeste! Se
poteste leggere in me, conoscere la lotta che ho
sostenuta! Ma voi non vedete niente, siete cieca!
Cieca! -
Si era lasciato cadere su di una seggiola posta
accanto alla macchina da cucire davanti alla
quale Arletta lavorava, e, triste in viso, chinava
la testa, oppresso da quella fatalit imprevista
che lo faceva piegare davanti a colei che poche
settimane prima avrebbe voluto annientare.
La giovane donna lo guard, molto turbata.
Osservava quell'aspetto stanco, gli occhi senza
splendore, l'abbattimento del corpo abbandonato
sulla sedia, tutti quei segni che rivelano le lotte
intime dalle quali non si riesce a uscire vittoriosi.
- Povero signor Pietro! - mormor commossa.
La dolcezza della voce fece rialzare la testa all'uomo.
- S, povero me, giacch voi mi avete fuggito! -
E a un tratto, in un rimprovero selvaggio:
- Per voi  lo stesso, vero, di non incontrarmi
pi? - esclam dardeggiando su lei lo sguardo
disperato. - Non avete cercato di rivedermi;
siete andata via senza avvertirmi. Anche poco fa,
vedendomi, non avete avuto un gesto accogliente.
- Ne sapete la ragione, - ella rispose con tristezza.
- Ve l'ho gi detto; l'altra sera vi spingeste
troppo oltre. Allora mi sono nascosta, nella
speranza che non mi ritrovaste. Mi sentivo al sicuro
qui, ero liberata dall'incubo che facevate
pesare sopra di me... ero giunta a pensare che
aveste rinunziato a tormentarmi.
- Potevate davvero sperarlo?... Non vedervi
pi! Mentre vi ho cercata dappertutto!
- Perch? Per me avete soltanto sorde minacce.
- Minacce! Voi che siete gi stata sposata
siete dunque tanto ignara della vita e delle sue
debolezze, che io debba spiegarvi...? Ebbene, vi
dir perch sono venuto a trovarvi, giacch fate
finta di non capirmi... -
Si animava sempre pi.
- La verit  che non posso pi stare senza vedervi.
Mi siete entrata nel cuore senza che me
ne accorgessi, senza che volessi, soprattutto; e
ora non sono pi padrone dei miei sentimenti.
- Tuttavia, - ella protest con una certa ironia,
giacch quella confessione le toccava il cuore
ed ella era costretta a ostentare un tono ironico
per non mettersi a piangere dalla gioia - non
oserete asserire davanti a me che quando mi seguiste
la prima volta non eravate animato da
sentimenti affettuosi! Mi ricorder sempre il primo
sguardo che mi lanciaste! Se,i vostri occhi
avessero potuto pugnalarmi, sarei stata trapassata
da parte a parte.
- Esagerate.
- No, non esagero. Quel giorno mi faceste
paura. E la paura non fece che aumentare in
me con l'andare del tempo, a cagione delle vostre
arie corrucciate e delle vostre frasi acri, a doppio
senso.
- Perseguivo uno scopo, - egli si scus. -
Mi dispiaceva di dover sospettare di voi... e forse
avrei voluto poter annientare i vincoli che vi
univano al vostro defunto marito. La mia durezza
proveniva da ci.
- Ah! Non vi era soltanto del rimpianto in
voi, giacch davanti ai vostri sguardi freddi e
inquisitori mi pareva di essere un topo tra le
zampe del gatto. I vostri occhi di acciaio volevano
forzare la mia volont per impormi la vostra...
tanto  vero che quando vi accadeva di avere con
me un gesto gentile provavo un sentimento di
gratitudine, come se, colpevole di qualche orribile
misfatto, non avessi meritato quella insolita
benevolenza.
- Non ero cosciente della mia durezza, credetelo,
- egli protest con calore.
- Ammettiamolo. Voglio credervi.
- Dovete credermi, Arletta; sono sincero, io!
- Anch'io, credetelo, non mento mai.
- Sicch voi dite la verit quando affermate
che siete fuggita a cagione della cattiva opinione
che avevate di me? -
Ella ebbe un attimo di esitazione.
- Non  precisamente cos, - spieg. - Quando
lasciai la mia casa, avevo paura anche di me
stessa, giacch l'effetto che mi facevate allora era
ben diverso da quello dei primi tempi. Mi pareva
a un tratto che agiste con me come gli ipnotizzatori.
Capivo che in vostra presenza non ero
pi padrona della mia ragione, della mia volont.
Forse faccio male a dirvi queste cose...
ma voi mi avete chiesto perch sono fuggita; lo
capite ora?
- Quasi!... Non volevate che potessi darvi
un'idea pi favorevole di me.
- Oh! - ella esclam sorridendo. - Ho forse
detto ci?
- Senza dubbio. Si sfugge soltanto un uomo
che si disprezza e al quale non si vuol lasciare
la bench minima speranza di una simpatia reciproca.
- Una simpatia reciproca? - ella ripet piano,
con aria sognante. - Una simpatia? - soggiunse
in tono pi spigliato. - No, non credo che sia la
parola giusta per esprimere quella specie di malia
che facevate pesare sopra di me. Credo piuttosto
che, fuggendo, ho voluto tagliare quel legame
di abitudini che eravate riuscito a creare
tra noi. Ecco la verit! Sono sola. Devo difendermi
contro tutti. Nessuno mi ha protetta fino
a ora... nessuno! E poi, anche come innamorato,
non eravate punto rassicurante per una ragazza
seria che non ammette l'amore senza il matrimonio.
- Il matrimonio? -
La fronte di Pietro si era rannuvolata.
Perch questa parola non gli era gi venuta
spontaneamente alle labbra? Che cosa lo tratteneva
dunque, nel momento in cui la ritrovava
sempre 'la stessa, piccola ape laboriosa e coraggiosa...
al lavoro davanti alla sua macchina da
cucire?
Non era convinto che quella personcina buona
non poteva essere stata mai la complice di Lussan?
Probabilmente egli aveva ancora dei dubbi.
Soltanto per il nuovo sentimento che era sorto
in lui l'aveva liberata dai gravi sospetti che posavano
sopra di lei; ma nessuna prova intaccava
la logica che la voleva colpevole.
Il povero giovanotto lo capiva benissimo, mentre
il suo cuore innamorato avrebbe voluto essere
sicuro di poter amare senza riserve.
- Ah, com' sciocca e crudele la vita! - mormor
abbattuto. - Voglio lottare ancora, mentre
sono gi disarmato!  terribile! -
Non si sforzava neanche pi di nascondere lo
scoraggiamento.
- Non siamo padroni del proprio destino, -
balbett dopo un momento. - Avevate ragione
voi poco fa: sono cambiato. Non vi detesto pi,
ora! -
Arletta, pallidissima, chiuse per un attimo gli
occhi. Non era sicura che la presenza del visitatore
in casa sua non rappresentasse ancora una
minaccia.
- Ma perch mi detestavate? - chiese quasi
con violenza. - Che cosa ho dunque fatto, senza
saperlo, per spingervi a un tale rancore? Non me
lo spiego. Deve esserci un tremendo malinteso.
Perch non chiarire la cosa?
- Lo saprete presto, - egli rispose con aria
cupa. - Ma prima dovete darmi qualche schiarimento.
Ve ne prego; perdonate la mia insistenza.
 indispensabile, come capirete tra poco.
Bisogna bene ch'io sappia la verit. Ah! Vi
assicuro che se questa verit non  conforme a
ci che ho intravisto sul vostro viso candido, nei
vostri occhioni sinceri, nella vostra apparenza
leale... -
Si era alzato, ora, e il suo sguardo assumeva
un'espressione cos angosciata e risoluta, che anche
la giovane donna si alz. Ritta di faccia a lui,
lo interruppe con coraggio.
- Vi ho gi detto che sono leale. Interrogatemi
francamente. Quante volte vi ho gi incitato a
parlare! Ma voi vi siete sempre sottratto, avete
tergiversato, come se aveste paura di darmi una
indicazione che potesse mettermi in guardia e
permettermi di sfuggirvi.
- S, - egli ammise - c' del vero in quello
che dite. Ma il guaio  che quando sono deciso
a spingere a fondo il mio interrogatorio, e voi
mi rispondete con quella vocina dolce e commovente,
non ho pi la forza di continuare il colloquio.
Mi pare di essere su una falsa strada, di
commettere quasi un sacrilegio sospettando di
voi. -
Il suo viso diventava pi dolce mentre la guardava.
I suoi sentimenti intimi e la sua convinzione
erano cos sinceri e ardenti, che egli metteva
in quello sguardo un vero fervore.
Dovette aspettare che la commozione si calmasse
prima di proseguire.
- Arletta, rispondetemi sinceramente. Perch
sposaste Anatolio Lussan? -
Ella sussult. Era cos lontana dal defunto marito,
da quel vecchio apparso nella sua vita come
un lampo, che non si aspettava di udirne pronunziare
il nome.
Dunque costui ritornava sempre sulla stessa
domanda, anche nel momento in cui, nemici in
apparenza, sentivano i loro cuori battere all'unisono!
Sbalordita da quel nome caduto tra loro, aveva
risposto impulsivamente:
- Mio marito! Poveretto! -
Con una spallucciata significava la poca importanza
che dava a quel ricordo. Poi, rammentandosi
che aveva promesso di rispondere con
franchezza a tutte le domande, spieg:
- Mio marito era un buon uomo, e mi fece
un grande piacere. Un grande piacere, bench
a lui non costasse nulla. Tuttavia mi fu utile.
Dal canto mio, potei rendere meno penosi, per
quanto mi fu possibile, i suoi ultimi giorni di
vita! Di quel breve matrimonio serbo l'impressione
che entrambi compimmo un'opera buona.
Non mischiate il nome di mio marito nelle vostre
faccende se volete farmi piacere. -
Quando siamo preoccupati, tutte le interpretazioni
sorgono insieme nella mente; la frase di
Arletta era tale da richiamarne un gran numero
nel cervello del suo interlocutore.
Siccome si era interrotta, egli disse, con gli occhi
fissi nei suoi:
- Su, Arletta, continuate. Quell'uomo... ebbene?
Perch lo avevate sposato?
- Perch ero sola... -
E ci le pareva tanto naturale, che spieg soltanto
per fare, come se quel motivo di essere
stata sola bastasse a dire tutto.
- S, ero fuggita da casa dove ero infelice,
dove mi sentivo un' intrusa, dove il mio patrigno
minacciava di mancarmi di rispetto, dove mia
madre, un po' gelosa, mi avrebbe forse attribuito
i pi odiosi sentimenti. Ero sola, capite? Si getta
la pietra alle ragazze di buona famiglia che scappano
di casa, mentre si accolgono quelle che si
maritano. Il matrimonio non spalanca forse tutte
le porte? Pensai che mi ci voleva un nome per
affrontare l'opinione pubblica e tutelare la mia
reputazione... -
L'uomo, un po' sconcertato, la guard.
- Allora? - chiese, ansioso di ci che stava
per udire.
- Allora?... Oh,  semplicissimo! E tuttavia,
cos a distanza, pare incredibile. Un articolo di
giornale, Cadutomi tra le mani per caso... -
S'interruppe e insistette.
- Lo ripeto: proprio per caso; un giornale
mi sugger l'idea di un matrimonio fittizio, di
una specie di matrimonio bianco. Capite? Il titolo
e non la cosa...
- Via!... Mi par di sognare!  impossibile!
- Niente affatto. Altre avevano fatto come
me; alcune straniere avevano sposato dei vecchi
per crearsi uno stato civile, per ottenere i vantaggi
della nostra nazionalit. Ma io, francese di
nascita, non rinnegavo la mia patria, non ingannavo
nessuno, giacch l'uomo che volevo sposare
era libero e francese come me. -
Lo stupore dell'uomo era sommo. Ci che Arletta
gli diceva era tanto strano, tanto inatteso,
che egli ne restava sbalordito.
- E fu solo per questo? Per nessun altro motivo? -
Si pass la mano sulla fronte dove le idee danzavano
una ridda caotica.
- E dopo? - interrog ansante.
- Dopo sottoposi l'idea a degli amici, i quali
mi fecero tutte le obiezioni possibili, ve lo assicuro.
Ma riuscii a convincerli, e uno di essi si
prese l'impegno di cercare il vecchietto onesto
che, in cambio di una piccola rendita, accettasse
di darmi il suo nome. Il mio amico trov appunto
Anatolio Lussan, un vecchio giornalista, un tipo
un po' bizzarro. Vidi il mio sposo soltanto per
pochi minuti alla cerimonia civile. Prima non lo
conoscevo, non l'avevo mai visto, n lo rividi pi,
nemmeno dopo la cerimonia nella quale mi dette
il suo nome; ma devo confessare che durante
quei pochi minuti in cui, in presenza dei testimoni,
mi trovai con lui, mi sembr un uomo
intelligente, pieno di tatto e di modi distinti...
- E non l'avete pi rivisto? - domand Pietro
sbalordito. - Non fu veramente vostro marito?
- No. Non lo rividi pi. Tuttavia gli mandai
sempre la modesta pensione che gli era stata promessa
a mio nome. E per mantenere questo impegno
dovetti spesso privarmi del necessario, credetelo!
Pensate che sul mio salario, molto mite,
dovevo togliere ogni mese qualcosa da mandare
a mio marito. Non si trattava di una grossa somma,
ma per me era sempre un bel sacrificio! Tuttavia
per nulla al mondo avrei voluto mancare
alla mia parola... -
L'uomo era stupefatto e sconvolto.
- Dunque... siete ancora fanciulla?
- S, - rispose Arletta arrossendo.
- Ah, sono tutto sconvolto!... Questa  proprio
la verit?  incredibile.
- Eppure,  davvero la verit! -
Il visitatore rifletteva. Quello che aveva udito
era possibile? La giovane donna non raccontava
una storia inventata di sana pianta?
- Qualche cosa mi sfugge! - egli osserv
dopo un istante di riflessione. - Come avete
fatto a sapere del decesso di vostro marito, se
non lo avete pi rivisto?
- In modo semplicissimo: sentendosi ammalato
e prossimo alla morte, quell'uomo aveva
preso delle disposizioni perch fossi avvertita e
non avessi ulteriori noie. Questo, anzi, prova che
egli non aveva nessun rimpianto. Lussan si confid
in parte all'infermiera che lo curava, ed essa
mi avvert del trapasso. Quando lo seppi andai
laggi, sola sola... in quel cimitero che voi mi
mostraste, passando, il giorno della passeggiata
a San Germano. Non vi era nessun altro parente
dietro al feretro, e se il povero vecchio ebbe fiori
e preghiere sulla sua tomba, lo deve a me, a
me sola! -
L'uomo non rispose. Restava cupo, pesando
ogni parola che ella pronunziava, come se si
aspettasse sempre qualche altra cosa.
- Presi il lutto per quel marito fittizio, - continuava
Arletta che ora che aveva cominciato a
parlare era prodiga di particolari. - Ho la soddisfazione
di pensare che quel povero vecchio non
 stato trattato come un cane. E, nonostante tutto,
sono la sua vedova. Porto il suo nome, e qualunque
cosa possiate pensare, signor Pietro, voglio
portarlo degnamente come qualsiasi altra moglie.
- S, s, - approv, distratto.
La sua mente era altrove.
D'improvviso si alz, fece qualche passo nella
stanza, poi torn a piantarsi davanti ad Arletta.
- Non avete nessun foglio, nessuna contabilit,
nessun conto corrente in banca che provenga
da vostro marito? - chiese a un tratto con fermezza.
Arletta si mise a ridere.
- Ah, questa  buffa! Un conto corrente in
banca? E io lavorerei come faccio? Non mi ha
lasciato niente! Nessun foglio, nessun ricordo!
- Niente... davvero?
- Assolutamente niente!... Ah! -
Aveva avuto un attimo di esitazione, come se
a un tratto la sua affermazione avesse inciampato
in un ricordo tangibile.
- Dunque? - egli chiese attento.
- Ebbene, - ella spieg - prima di morire
mio marito aveva consegnato all'infermiera un
cofanetto perch me lo facesse pervenire.
- Ed ella ve lo fece avere?
- S, me lo consegn personalmente.
- Era interessante? -
Arletta sorrise quasi stupita che egli potesse
dare tanta importanza a quella piccola cosa trascurabile:
delle lettere d'amore antiquate!
- Ma! Non ne so niente.
- Come?
- Sono lettere... lettere d'amore. Per me non
avevano nessun valore.
- E che cosa ne avete fatto?
- Le ho lasciate nel cofanetto. Guardate, 
lass su quello scaffale. -
Egli ebbe verso di lei un gesto implorante.
- Oh, ve ne prego, fatemele vedere! Che sappia
di che cosa si tratta.
- Siete pi curioso di me, signor Pietro, -
osserv l'orfana stupita, con una certa malizia.
- Aprii il cofanetto e detti un'occhiata alla prima
lettera. Davanti al carattere intimo di quella
corrispondenza non osai proseguire. Ci mi turbava;
mi pareva una profanazione.
- Ebbene, forse faceste male, signora. Bisognava
leggere quelle lettere, invece. Vostro marito,
lasciandovele, avr avuto le sue ragioni. Volete
che guardiamo insieme quella corrispondenza?... -
Ella esit, un po' sorpresa da quella richiesta.
Lo strano signor Pietro aveva davvero delle
pretese straordinarie! E prima di contentarlo,
Arletta voleva riflettere.
L'atteggiamento del suo interlocutore era cos
ardente e rispettoso insieme, che la ragazza non
esit a lungo.
Perch, infine, non fare anche a lui qualche
domanda? Giacch pretendeva di occuparsi delle
cose di lei, era naturalissimo che prima dovesse
spiegare le proprie intenzioni.
- Insomma, signore, - ella domand - chi
siete, voi, che volete conoscere tutti i particolari
della mia vita e di quella di mio marito? Ditemi
almeno con quale diritto fate ci!
- Avrei dovuto dirvelo prima, signora. Sappiate
che anch'io mi chiamo Lussan: Pietro Lussan. -
Arletta si alz di colpo, sconvolta.
- Che dite? - esclam. - Pietro Lussan?
- S, signora. Vostro marito era fratello di
mio padre, di mio padre che mor di dolore per
un brutto tiro giocatogli da colui di cui portate
il nome; una cattiva azione che port come conseguenza
la perdita di tutti i nostri averi. Cominciate
a capire, ora?
- Per dire la verit, no! Se ci che dite corrisponde
a verit, capisco solo che sono la moglie
di vostro zio, ma questo vincolo legale non
mi pare sufficiente a spiegare la vostra persecuzione.
- Infatti sarebbe insufficiente se non si trattasse
di sapere che cosa fece mio zio del patrimonio
di mio padre.
- Del patrimonio di vostro padre? - ella ripet,
stupefatta.
Pensava al disgraziato che aveva conosciuto
povero, ricoverato in un asilo di vecchi.
- S.
- Dov' questo denaro? Chi ne profitta?
- Chi ne profitta? Ah, ecco la grande domanda!
Me la pongo ancora pi tragicamente
giacch da tre mesi conosco il vincolo che esiste
tra voi e Anatolio Lussan.
- Ebbene? - ella chiese senza capire.
- Mi sono domandato spesso quale parte rappresentavate
nella vita di mio zio, quali vantaggi
avevate trovato in un matrimonio cos disparato.
S. Non capite quanto fosse strana la vostra
unione con lui, nonostante i motivi che voi le
attribuite e che mi avete spiegati poco fa?
- Vi assicuro che sono esatti, - ella protest,
sdegnata.
- Voglio credervi, signora. Ma voi eravate
giovane, e lui molto vecchio. Parecchie persone
crederanno che siate stata guidata dall'interesse.
Anch'io... specialmente sul principio, ve lo confesso,
lo credetti. Non potete immaginare tutte
le supposizioni che ho fatte su voi. -
Arletta era spaventata da quanto aveva saputo.
Via via che lo sconosciuto parlava, le venivano
alla mente tutte le deduzioni che si potevano trarre
dalla condizione anormale in cui l'aveva posta
quel matrimonio. Era evidente che il suo
interlocutore aveva qualche motivo importante per
sospettare della sua lealt e fare mille supposizioni.
- Come provarvi...? - balbett, sgomenta.
Si sentiva agitata, cercando invano quali prove
poteva dare per confermare le proprie parole.
Pens a un tratto che la cosa migliore era di
aiutare l'uomo nelle ricerche.
- Volete sapere? Capisco. Ebbene, vi mostrer
che non ho niente da nascondere circa la mia
unione con Anatolio Lussan. Volete salire su
quella sedia? L, a sinistra, prendete quella scatola
involtata in un giornale... s, quella. -
Il visitatore aveva eseguito i diversi gesti che
l'orfana gli suggeriva. Tuttavia, per delicatezza,
porse l'oggetto alla giovane che, in fretta, ne
tolse la carta che lo avvolgeva. Apparve una scatola
di legno bianco simile a quella che usano
i collegiali per riporvi gli oggetti da toeletta. Al
manico era attaccata, con lo spago, una chiave.
- Avete in mano tutto quanto io posseggo di
Anatolio Lussan, - spieg Arletta. - Potete
aprire. Non credo che questa scatola racchiuda
un tesoro. In ogni caso, se ci fosse, lo ritrovereste,
giacch non ho toccato niente. -
Lo straniero non si fece dare due volte il permesso
di frugare tra le carte del defunto. Si sedette
davanti alla tavola, ed estraendo febbrilmente
le carte dal cofanetto, le esamin con acuta
attenzione.
Senza leggerle, metteva da parte una dopo l'altra
le lettere che si succedevano: lettere di amici
e anche di amiche, poveri documenti intorno ai
quali l'immaginazione del vecchio aveva dovuto
spesso indugiarsi. A un tratto si ferm davanti a
un foglio di carta che doveva avere per lui un'importanza
eccezionale, poich lo girava e rigirava
tra le dita.
- Oh!...  possibile? -
Pallidissimo, chiuse gli occhi in preda a una
commozione che non riusciva pi a dominare.
Arletta lo guardava inquieta, spiando ogni
espressione della sua fisonomia.
Mio Dio! pens vedendolo cos sconvolto.
Che importanza pu avere quel foglio? Che
abbia trovato ci che cerca?... Un tesoro?
Quell'uomo l'aveva tormentata per tanto tempo,
che ella non osava ormai credere che i suoi
guai potessero finire presto.
Siccome Pietro Lussan continuava a tacere,
ella chiese:
- Avete trovato qualche cosa di interessante?
- S, - egli rispose con voce irriconoscibile,
tanto era strozzata dalla commozione. - Ecco
una ricevuta... quella che mancava al mio povero
babbo. Oh, Arletta, perch non mi avete
mostrato prima tutto ci?
- Potevo forse immaginare che ricercaste un
documento riferentesi alla vostra famiglia? Se
almeno mi aveste detto di chiamarvi Pietro Lussan!
Ma mi avevate detto soltanto il nome di battesimo.
Era poco. Eppoi... io non ero obbligata
a mettervi a conoscenza della mia vita privata.
- Questo  vero. Avrei dovuto parlar prima.
Ma, parlare, voleva dire farvi sapere ci che cercavo...
e se foste stata quale io temevo, avreste
potuto con facilit fare sparire le prove compromettenti.
- Nel dubbio era logico che taceste; capisco
benissimo! -
Egli non ascoltava pi.
Rileggeva ancora una volta il foglio che aveva
trovato, e sul suo viso appariva una soddisfazione
immensa, mentre una commozione incontenibile
gli faceva salire le lacrime agli occhi.
Quel documento doveva avere per lui un'importanza
straordinaria perch egli manifestasse
cos tutto quel turbamento.
- Mio padre! Il povero padre mio! - balbett
in un singhiozzo. -  morto di dolore, coperto
di vergogna, e convinto del tradimento di
suo fratello. Che sbaglio terribile! -
La commozione era tanto forte, che egli chin
la testa e la nascose tra le mani. Dai singhiozzi
era facile indovinare che non aveva pi la forza
di dominare i propri sentimenti e che piangeva
come un bambino.
Ma chi pu resistere a quell'interna agitazione
che sorpassa la nostra volont, che la vince e ci
costringe a piangere?
L'infelice, troppo a lungo chiuso nei propositi
di vendetta e nei ricordi atroci, non conteneva
pi il dolore davanti alla verit che annientava
tutto. Quelle lacrime erano una reazione.
La ragazza lo comprese e fu anch'ella profondamente
commossa.
Come aveva potuto aver paura per tanto tempo
di un uomo che mostrava un simile dolore al ricordo
del padre morto? Ora, qualunque fossero
i timori che il giovanotto le aveva ispirati, provava
per lui soltanto piet e indulgenza.
- Via, - ella fece con semplicit, con tutta
la sua compassione di donna - non piangete,
signor Pietro, siate forte! Di lass, colui che
piangete vi benedice, giacch per opera vostra
la sua memoria potr essere riabilitata. -
Stese il braccio sopra alla tavola e pos la
mano sulle dita contratte del giovanotto. E siccome
egli sembrava non accorgersi di quel gesto
amichevole, continu, parlandogli come a un
bambino che si vuol consolare, a bassa voce per
non spaventarlo:
- Su, signor Pietro, siate coraggioso... non
piangete pi! Dovete essere contento, anzi, di
aver trovato quel foglio che avevate tanto cercato.
Vedete, io sono felice di esservi stata utile,
anche col mio racconto, giacch esso vi ha aiutato
a scagionare vostro padre. -
E siccome egli non rispondeva ancora, implor:
- Parlatemi, ve ne supplico! Ditemi che non
siete in collera con me se avete tardato a scoprire
la verit! -
Allora egli afferr la manina consolatrice e
appoggi le labbra sulle dita che fremettero tra
le sue.
- Arletta! Mia piccola Arletta! - balbett.
- Che brutte supposizioni ho fatto! Di quali cose
orrende vi ho sospettata! Ero pazzo, idiota. Per
fortuna tutto  finito, ora, tutto  chiaro e luminoso!
- Ma insomma, io non capisco ancora ci che
nel mio racconto o in quella misera scatola ha
potuto discolparmi ai vostri occhi.
- Oh, certo! Voi non potete capire, non potete
provare la vergogna che provo io.
- Gran Dio! Quale vergogna?
- Quale vergogna? Quella che non posso perdonarmi:
quella di aver dubitato di voi!
- Oh, se  soltanto per questo, calmatevi,
amico mio! Tutto  dimenticato, ora! - si lasci
sfuggire Arletta che s'inteneriva pi di quanto
avrebbe voluto. - Non  nulla, giacch voi non
sapevate la verit, ed io, non sapendo ci che cercavate,
non vi dicevo niente. -
Pietro Lussan sospir.
- Naturalmente, - convenne. - Se ci fossimo
spiegati prima, ci saremmo risparmiati
molte ore tristi. Ma ero tanto convinto che la moglie
di mio zio dovesse essere la sua complice!...
Prima di tutto, ho cercato di cogliervi con la
mano nel sacco, come si suol dire. -
Negli occhi di Arletta balen un'espressione
tragica.
- Vostro zio ha commesso qualche indelicatezza?
- chiese a bassa voce. - E naturalmente,
pensavate che l'avessi aiutato io a nascondere il
bottino, e che anch'io ne godessi.
- Press'a poco,  cos I - egli rispose con un
sorriso triste.
- E chiamate tutto questo, dubitare di me?
Ah, non c' male! - esclam, comprendendo a
un tratto la natura dei sospetti che avevano gravato
sopra di lei.
- Ora so che mi sbagliavo.
- S. Per fortuna ora non lo credete pi,
vero?
- No, no! -
Ella respir quasi con sollievo; poi, con una
certa malizia:
- Ed io immaginavo che foste un brutto tipo
che sorvegliava ogni mio movimento per approfittare
della minima mia debolezza! Mi accorgo
che nutrivamo a vicenda un'alta opinione scambievole. -
L'osservazione li fece ridere entrambi.
- Dite, signor Pietro, - riprese subito Arletta
ritornando seria - io non chiedo di meglio che
conoscervi sotto il piacevole aspetto di un uomo
pieno di buone intenzioni a mio riguardo; ma
non vi pare che sarebbe l'ora che mi raccontaste
tutta la faccenda, nei suoi particolari?
- Infatti, vi devo una lunga spiegazione...
zia! -
Aveva calcato su quel titolo con uno sguardo
malizioso.
- Come? Zia? - ella esclam sussultando.
Ma subito, per correggere il dispiacere che la
sua esclamazione denotava:
-  vero! Sono vostra zia, se ho sposato prprio
il fratello di vostro padre. Ma non avrei mai
immaginato di poter avere un nipotino come voi!
- Tutto capita, vedete?
- S,  una cosa buffissima! Ma cominciate,
nipote mio; vi ascolto. E non mi nascondete
niente... come  obbligo con una rispettabile
zia. -
Parlava con un tono cattedratico molto divertente;
ma egli trov che prendeva troppo presto
sul serio la superiorit che le veniva dal grado
di parentela con lui, e con galante familiarit ristabil
l'ordine della loro rispettiva et.
- Io credo, mia piccola Arletta, che la cosa
migliore sia di risalire all'inizio, cio alla mia
uscita dal reggimento.
- Benissimo. Risalite pure al diluvio universale,
nipote.
- Mi contenter di cominciare da quando io
partii per le colonie per farmi uno stato sociale
rispettabile. Quel programma fu eseguito abbastanza
bene. Il mio avanzamento fu rapido, i superiori
erano contenti di me e avevo messo da
parte un po' di denaro. Oh, non abbastanza per
condurre una vita di lusso, no! Non  pi questo
il tempo in cui si pu mettere insieme in pochi
anni un patrimonio considerevole. Ma insomma,
col lavoro e la costanza avevo guadagnato una
sommetta che molti mi invidierebbero, ora. Per
incoraggiarmi dicevo a me stesso: Mio padre
sar contento di me. La mia sistemazione gli lever
il pensiero del mio avvenire, e potr finalmente
ritirarsi dagli affari. Tutti questi propositi
erano troppo belli!
A questo punto devo dirvi che mio padre
aveva un ottimo posto in una societ industriale
dell'Argentina, un posto cos buono, anzi, che
una diecina di anni fa pens di prendere con s
suo fratello, di venti anni maggiore a lui.
Anatolio Lussan era stato meno fortunato di
mio padre. Di carattere un po' nomade, non restava
mai molto tempo nello stesso posto. Tuttavia
la sua onest non era mai stata sospettata da
nessuno, fino allora. Il posto che mio padre gli
assegn era soprattutto un posto di fiducia: doveva
in certo modo sostituire egli stesso, di cui
aveva la firma. Insomma, aiutandosi a vicenda,
i due uomini potevano rendersi scambievoli servigi,
assicurando in tal modo il buon andamento
degli affari che erano stati loro affidati.
Vi ho dato subito queste brevi spiegazioni
sull'impiego del vostro defunto marito laggi,
perch possiate capire meglio ci che accadde in
seguito.
Un giorno, in Cocincina, dove anch'io lavoravo
per una filiale della societ nella quale
erano impiegati mio padre e mio zio, un telegramma
mi port una notizia terribile: mio padre
era morto. -
A tale ricordo il giovanotto chiuse di nuovo
gli occhi; e Arletta, comprendendo l'angoscia
che l'infelice aveva dovuto provare, gli tocc con
dolcezza un braccio.
- Signor Pietro, non parlate pi, se questi
ricordi vi sono troppo penosi, - disse con generosit.
Ma egli scosse la testa: voleva proseguire il
racconto.
- Massimiliano Lussan, mio padre, aveva
avuto ci che comunemente si chiama un colpo,
ed io cos lontano da lui non potevo compiere i
doveri di figlio e chiudergli gli occhi. Quella
morte brutale, a migliaia di chilometri da me,
oltre ad addolorarmi profondamente, mi sorprese
moltissimo e mi sgoment. Come mai un uomo
cos robusto, in pieno vigore, era stato annientato
cos presto? Si vedono spesso,  vero, casi simili,
ma non riuscivo a convincermi che mio padre
fosse morto di morte naturale.
-  vero, la morte ci sembra sempre ingiusta,
- osserv Arletta. - Si crede sempre che qualche
cosa di imprevisto abbia diretto gli avvenimenti,
e si pensano chiss quante follie...
- Nel caso mio, l'apprensione era giustificata,
ma non ne fui sicuro subito. Tuttavia volevo
chiarire i miei dubbi.
- E allora sapeste qualche cosa di nuovo?
- Purtroppo, s! -
Dopo aver sospirato profondamente il signor
Pietro riprese con voce dolorosa:
- Dovevo saperlo presto. Un giorno ebbi un
avviso. L'amministratore in capo mi mandava a
chiamare. Non avevo bisogno di pi ampie spiegazioni
per partire subito. Sentivo confusamente
che mi verrebbe fatta qualche rivelazione concernente
la sparizione del mio caro babbo. -
Pietro Lussan s'interruppe. Con la mente riviveva
tutti quei momenti terribili, e al ricordo
atroce le lacrime gli velavano gli occhi.
- Infatti, - riprese dopo qualche secondo
- fui informato, atrocemente informato. L'amministratore
parl senza complimenti. Riassumendo,
e vi prego di figurarvi in quale stato io fossi
ascoltando quelle rivelazioni, seppi che mio padre
aveva ricevuto l'incarico di spartire importanti
dividendi tra diversi azionisti. La cifra di
questi parziali rimborsi raggiungeva talvolta
delle forti cifre. Ebbene, gli veniva contestato il
versamento di una somma veramente ingente.
Messo con i piedi al muro, Massimiliano Lussan
non aveva potuto produrre nessun documento
per giustificare quel versamento. Diceva
che non lui, ma suo fratello aveva effettuato
quella operazione della quale non si trovava alcuna
traccia.
- Mio Dio! - esclam Arletta, ansante.
- Tuttavia, - continuava il giovanotto - siccome
mio padre era il solo responsabile di fronte
al consiglio di amministrazione della societ, doveva
rimborsare senza indugi la somma mancante,
o essere consegnato alla giustizia e ai tribunali.
Era un dilemma atroce! Rimborsare?
Mio padre lo avrebbe fatto volentieri anche sacrificando
tutto il suo patrimonio; ma come discolparsi
dai sospetti che incombevano su lui?
Purtroppo non pot far niente! La commozione,
il sospetto, quel triste coronamento di una
vita integerrima, determinarono quell'attacco fulminante
che lo port alla tomba in poche ore.
Dopo avermi fatto queste rivelazioni, l'amministratore
mi chiese che cosa decidevo di fare.
Per prima cosa protestai ad alta voce contro
l'orribile accusa. Conoscevo troppo bene mio padre
e la sua lealt per ammettere un'indelicatezza
sua; e mai un istante ho dubitato di lui.
Lo dissi con veemenza all'uomo che ne profanava
cos la memoria.
Del resto, credo che il mio interlocutore condividesse
questo mio sentimento; ma, come mi
spieg, le prove erano contro il defunto. Toccava
dunque a me annientare quelle prove, oppure
sostituirmi all'assente, giacch la societ non intendeva
di perdere una tale somma!
Una sola soluzione era soddisfacente per l'onore
del mio caro scomparso: rinunziare subito a
ogni diritto sull'eredit paterna e rimborsare ci
che veniva richiesto. Feci quella restituzione, riservandomi
il diritto di esaminare con calma
tutte le carte di mio padre e tutta la contabilit
amministrativa. Volevo rintracciare i fondi mancanti,
giacch non poteva trattarsi che di un errore:
ne ero fermamente convinto.
- Un uomo onesto non poteva agire diversamente, -
convenne Arletta con seriet. - Faceste
bene, signor Pietro.
- Certo! Giacch esisteva un errore o un colpevole,
toccava a me scoprirli! Chiesi dunque
di essere mandato in Argentina per fare le ricerche
necessarie. Mi fu accordato. E ora, immaginate
il mio lavoro, le ore passate a sfogliare
enormi registri, a verificare colonne di cifre, a
seguire delle piste, per poi abbandonarle una
dopo l'altra. Giunsi tuttavia a questa sconfortante
scoperta: mio padre, come aveva detto,
aveva rimesso il denaro a suo fratello il quale
ne aveva dato lo scarico. Se dunque l'onore di
mio padre era salvo, quello di mio zio era compromesso.
E ci non diminuiva la responsabilit
di Massimiliano Lussan. Restava da sapere che
cosa suo fratello avesse fatto del denaro, giacch
non si trovava nessuna prova che la ripartizione
di cui egli gli aveva affidato l'incarico fosse stata
operata.
- Mi pare impossibile che Anatolio Lussan
si sia appropriato di una somma cos forte, -
disse Arletta con calore. - Vi assicuro che era
nella pi squallida miseria.
- Allora non lo sapevo. E mio zio, il nomade
pieno di buone intenzioni, ma che non restava
mai fermo in un posto, era partito; aveva lasciato
mio padre proprio nei giorni di quella manipolazione
di denaro... e non era partito solo: una
donna lo accompagnava.
- Oh! Ma allora?... - chiese Arletta con angoscia.
- Allora decisi di ritrovare il disgraziato. Colpevole
o no, era necessario che lo ritrovassi. Immaginate
le ricerche, gli insuccessi, prima di
scoprire una traccia imbrogliata non gi a bella
posta, ma per leggerezza. Senza dubbio quel vecchio
innamorato aveva avuto altro da fare, con
la sua compagna, che informarsi di ci che era
accaduto in Argentina dopo la sua partenza.
Di traccia in traccia, - continu il giovanotto
- finii col ritrovare in Francia notizia di
colui che cercavo. Ritornai allora a Parigi, col
consenso dei miei superiori, e fin dal mio arrivo
perseguii il mio compito. Seppi qui l'epilogo di
Anatolio Lussan, il suo ricovero a Nanterre, poi
la sua morte; in pari tempo un atto di stato civile,
caduto per caso tra le mie mani, mi rivelava
il suo matrimonio con voi.
Ecco finita la mia lunga vicenda, Arletta.
Ora, - continu - conoscete i motivi che mi
fecero sospettare di voi e mi spinsero a seguirvi
passo passo. Per mezzo vostro speravo di ritrovare
il denaro scomparso. Eravate la giovane
donna che il mio vecchio zio aveva sposata, quella
che, logicamente, doveva profittare di quella ricchezza
male acquistata. Seguendovi speravo di
cogliervi in fallo... di vedervi cio fare qualche
spesa esagerata che avrebbe rivelato una ricchezza
nascosta... quella che Anatolio Lussan vi
aveva affidata.
- Grazie tante! - esclam Arletta ridendo.
- Vi ho detto che invece davo io denaro a vostro
zio...
- S, s, lo so... -
Per un istante la ragazza osserv il suo compagno
che riprendeva fiato dopo una cos lunga
spiegazione.
Un pensiero improvviso fece diventare di fuoco
le sue guance.
In quel lungo racconto Pietro Lussan le aveva
concesso soltanto un posto poco simpatico: era la
moglie troppo giovane di un vecchio accusato di
aver sottratto del denaro. Perch aveva passato
sotto silenzio certi fatti che la concernevano particolarmente:
il bisogno di avvicinarsi a lei, di
ritrovarla?... Lo scopo della loro passeggiata a
San Germano, la necessit di imporsi a lei, di
dominarla?... Il bacio datole per forza?... Come
poteva spiegare il cambiamento di contegno che
aveva avuto a suo riguardo, nelle ultime settimane?
Siccome egli taceva e forse non aveva intenzione
di dare altri schiarimenti, ella os provocarli.
- Oggi, - osserv - vi ho fatto tutto il racconto
del mio meschino matrimonio e vi ho provato
la mia buona fede. Ma gi da qualche tempo
avevo osservato che eravate meno accanito nel
seguirmi, nel tormentarmi. Lo capivo da mille
piccoli particolari. Avevate dunque compreso che
non avevo nessuna colpa nelle disgrazie della
vostra famiglia? -
Egli l'avvilupp in un lungo sguardo.
- Ve l'ho gi detto, Arletta; - rispose con
dolcezza - avvicinandovi, vedendovi spesso, avevo
capito che battevo una strada falsa. In certi
momenti sentivo fondere in me l'odio e la collera;
allora cercavo di riprendermi, mi irrigidivo,
sostenendo la mia parte sempre pi mollemente...
fino al giorno in cui dovetti arrendermi
all'evidenza: qualche cosa era cambiato e non
ero pi padrone dei miei sentimenti. La sera in
cui vi baciai...
- Oh, che cosa tremenda! - essa lo interruppe
con aria indignata. - Come mai, a proposito,
mi mancaste di rispetto cos deliberatamente? -
Egli sorrise, fingendosi impacciato.
- Qualche cosa nella mia condotta vi aveva
forse autorizzato a una tale libert? - ella chiese
ancora.
- No, no davvero!
- Dunque?
- Quell'impulso fu pi forte di me, - egli
confess. - E poi, non credevo di irritarvi tanto,
mia piccola Arletta. -
Senza volere, il suo sguardo diventava sbarazzino.
Essa arross e il suo sdegno si accrebbe. .
- Che sfacciato! Ma ora sapete il bel risultato
che otteneste, vero? Ho sgomberato!... Mi avete
fatta fuggire!
- S, - egli rispose con seriet bench non
fosse molto convinto di quello sdegno. - Ho capito
che avete un carattere orrendo...
- Questo poi!
- S, s! Vi siete mostrata senza piet, mi
avete reso molto infelice.
- Che esagerazione!
- Niente affatto!... Mi chiedo anzi se, dopo
avermi concesso tanti bei sorrisetti, avevate il diritto
di trattarmi cos!
- Vi ho concesso qualche cosa, io? Avete un
bel coraggio! -
Alzava le spalle rifiutando di ammettere di
averlo minimamente incoraggiato a prendersi
qualche libert con lei.
Ma Pietro Lussan era troppo felice di saperla
innocente di tutto ci di cui l'aveva accusata fino
a quel giorno, per adontarsi delle sue grandi arie
offese.
- S, - ripet - mi avete reso molto infelice.
Credevo di avervi perduta! Mi dovete veramente
qualche riparazione, un indennizzo. Certo avrei
finito col commettere qualche pazzia se non vi
avessi ritrovata...
- Ma no! Mi pare che stiate davvero esagerando, -
lo canzon.
- Vi assicuro che ero idrofobo! -
Frattanto si era avvicinato a lei e piano piano
cercava di attirarla a s con amore.
- Se sapeste come fui commosso quando ritrovai
le vostre tracce, piccola bella signora! -
continu. - Vi avevo ritrovata! Vi avrei rivista!
Eppure non sapevo ancora che i miei sospetti a
vostro riguardo erano ingiustificati. Poco fa sono
stato l l per piangere dalla gioia udendo che
eravate innocente di tutto ci di cui vi accusavo.
Vi ritrovavo diritta e pura, con tutte le qualit
che ho sempre desiderato in una donna. Mia
cara, mia amata, piccola Arletta! Ah, come saremo
felici, ora! -
Una gioia immensa inondava la giovane donna.
Colui che ella amava era l, accanto a lei, e le
parlava d'amore! Tuttavia un istintivo timore la
tratteneva ancora; aveva dubitato di lui per tanto
tempo!
- Ehi, signor nipote! - disse, fingendo un
corruccio che era lontana da provare. - Mi pare
che diventiate troppo familiare... troppo familiare
secondo i miei gusti. Dovete essere rispettoso
con vostra zia, non dimenticatelo! -
Pietro Lussan sorrise, col viso illuminato dalla
speranza. La vita ora gli appariva come un bel
cielo azzurro lavato dalla pioggia, che un primo
raggio di sole illumina dopo il temporale, mentre
le nuvole si allontanano portando via gli ultimi
brontolii del tuono.
- Oh, Arletta, non chiedo di meglio che rispettarvi,
s, come deve fare un galantuomo con una
fanciulla onesta! Ma in quanto a chiamarvi mia
zia... ve ne prego, perdonatemi, non mi riesce
affatto. -
Ella dovette ridere.
- Zia! Questo titolo mi si addice come si addirebbe
quello di re a un coscritto. Del resto
non sarebbe logico: un nipote pi vecchio della
zia... ci stona sempre un po', bench possa anche
essere naturale.
- S... tanto pi che non ambisco punto a
restare vostro nipote! Vi  un titolo pi dolce,
che vorrei darvi, Arletta, se permettete... -
Ma ella lo interruppe come se non volesse ancora
sapere ci che voleva dire, e osserv con la
gravit di un giudice di Corte d'Assise:
- Vedo benissimo, signore, che avete fiducia
in me, ora. Soltanto, tocca a me di non accettare
la vostra indulgenza prima di essere ben certa
che ogni sospetto  sparito. Rispondetemi francamente:
oltre alle mie affermazioni, esiste qualche
prova che non ho profittato delle ricchezze
di Anatolio Lussan?
- Vi  il documento che ho trovato nel cofanetto
di vostro marito, quel foglio che ha colpito
la mia attenzione e provocato la mia sorpresa
dolorosa e lieta in pari tempo. Quel foglio che vi
ho chiesto di affidarmi.
- Ebbene, che foglio  quello?
-  la ricevuta! La famosa ricevuta del versamento
della somma; versamento regolarmente
effettuato dallo zio Anatolio. -
Arletta si era alzata, gli occhi sfolgoranti di
gioia.
- La ricevuta che prova l'innocenza di vostro
padre?
- Il documento che mancava... che il mio
povero babbo, poi io stesso, avevamo cercato invano... -
Ella scosse la testa, un po' indignata, pensando
a colui che era stato suo marito.
- Sciagurato! Non capisco come egli avesse
potuto tenere per s un documento cos importante.
Avrebbe dovuto consegnare a vostro padre
quella ricevuta comprovante la sua onest, subito
dopo aver pagato. E inconcepibile che non l'abbia
fatto.
- S, questa negligenza  imperdonabile. Ma
lo zio era un uomo spensierato, stordito...
- Non  lecito esserlo a tal segno!
- S, ha esagerato. Ma immagino come andarono
le cose. In quel tempo una donna pass
nella vita di Anatolio Lussan; niente altro cont
pi per lui! Lasci mio padre, segu quella donna
senza neanche pensare che perdeva un posto che
alla sua et era difficile ritrovare...
- Leggerezza inconcepibile!
- L'uomo  un grande bambino che agisce
spesso senza riflettere, - disse Pietro. - Bisogna
compiangere quei disgraziati che non sanno resistere
al fascino di una gonnella; sono creature
eternamente giovani che, come farfalle, si bruciano
le ali alla pi piccola fiamma...
- Deboli e sognatori! - s'indign Arletta che
ora sentiva nascere un po' di rancore contro Lussan
per colpa del quale aveva subito tre mesi di
ansie e di persecuzioni immeritate. - La leggerezza
di costoro  tanto pericolosa per la famiglia,
quanto i cattivi istinti di certi altri. Quando
penso che a settant'anni Anatolio Lussan correva
ancora dietro a una sottana!
- Una cosa  certa: - riprese dolorosamente
il giovanotto - la sbadataggine di mio zio cagion
la morte dell'uomo che mi era pi caro al
mondo. Oggi mi  dato di riparare il torto fatto
al nostro nome. Potr riabilitare mio padre e togliere
ogni macchia dalla sua memoria, rientrare
in possesso della ricchezza cos faticosamente e
onestamente accumulata, ma non potr mai rendere
la vita a colui che non  pi... cancellare
i momenti atroci che egli pass certamente prima
di morire... averlo qui con me, per amarlo e circondarlo
di affetto. Insomma, vendicher la memoria
di Massimiliano Lussan, ma non per questo
riavr mio padre, e serber sempre il ricordo
doloroso delle ore atroci che precederono la sua
tragica fine. -
Gli occhi dell'uomo erano pieni di lacrime.
Arletta si chin con dolcezza verso di lui.
- Siate forte, - disse con voce tremante.
- Se vostro padre vi vede (e perch dubitare
di questa speranza confortante?), deve
essere felice con noi, in questo momento.
- S, - approv Pietro - ci vede ed 
felice della nostra intesa. La Provvidenza
usa mezzi impenetrabili. Questi dolorosi avvenimenti
hanno concorso a condurmi a voi.
E guardate per quale seguito di circostanze
mi fa entrare in possesso delle prove che discolpano
i miei parenti! Lo zio, che dopo
una vita agitata, ma abbastanza comoda, va
a finire in un ricovero di vecchi; voi che
fuggite di casa e leggete per caso un giornale...
per sposare in seguito mio zio. Infine,
quelle lettere d'amore in mezzo alle quali si
trovava il documento che cercavo.
- S, - assent Arletta. - Queste coincidenze
sono sconvolgenti. Ma il fatto pi
maraviglioso  che non abbia distrutto il contenuto
dello stipo. Vi confesso che fui sul
punto di farlo. Sembrerebbe impossibile, che
non ci fosse la mano di un essere superiore
in questa successione di fatti.
- E adesso, Arletta, - disse lui, cercando
la manina che giocherellava distrattamente
sulla tavola con l'anello da cucire - ricostruiamo
insieme gli avvenimenti.
- Quali avvenimenti?
- Quelli che ci riguardano. Per cominciare,
vi sospettavo delle pi astute macchinazioni...
- E in quel momento ricevo un avvertimento
del Commissariato di polizia a proposito
del matrimonio con vostro zio. Lo
attribuisco a voi, naturalmente, e fin da quell'istante
vi ritengo un poliziotto.
- Ma questo era puro romanzo! La vostra
fantasia correva troppo.
- No. Ricordate il vostro contegno, e vedrete
che era proprio quello di un agente
che segue una traccia delittuosa. Tanto che
vi credo capace di tutto per rovinarmi.
- Ohim! Avevate degli occhi troppo puri
e troppo ingenui perch fossi un gran pericolo
per voi.
- In compenso i vostri sembrava volessero
ipnotizzarmi. Mi pareva di essere un uccellino
preso al laccio.
- Mentre ero soltanto un lupo affamato,
facile a mettere al guinzaglio. -
Questa volta risero insieme.
- Sentii il pericolo della situazione nella
chiesa di San Germano l'Auserrese, una domenica.
Quando il vostro sguardo s'indugi
nel mio, - precis lui con seriet. - Fin da
quell'istante capii di essere perduto... -
Questa volta Arletta non rispose.
- Il seguito, - riprese il giovanotto, con
aria sognante -  soltanto una successione
di lotte con me stesso. Volevo smascherarvi
e avevo una paura atroce di scoprire qualche
verit dolorosa.
- Eppure, durante la nostra gita a San
Germano, eravate ancora cattivo, e a Nanterre
avevate un certo tono!...
- Ero furente all'idea del vostro matrimonio
con un vecchio. Mi domandavo cosa aveva
potuto spingervi a farlo. -
Lei scosse la testa.
- Vidi solo la durezza dei vostri occhi!
- S, capisco, - ammise lui. - Ma una
donna intuisce i sentimenti che ispira. E quel
giorno ero soltanto un innamorato sconfitto,
pronto a tutte le capitolazioni e a tutte le
rinunzie. -
Ma Arletta, la giudiziosa, trasse le conclusioni.
- Ora avete compiuto la vostra missione
fino alla mta e senza debolezze, e potrete
mettere tutto in chiaro, facendo giustizia delle
brutte accuse a vostro padre.
- S, partir per l'Argentina.  bene finirla
subito con questa faccenda; da accusato, diventer
accusatore! -
Con il viso illuminato da una gioia selvaggia,
sembrava smarrito in una estasi delirante.
Arletta, molto commossa, approvava i suoi
sentimenti. Tuttavia, per chi la conosceva
bene, una ombra le aveva velato il viso.
- Andrete laggi?... - chiese timidamente,
quando si fu un po' calmato.
- S, il pi presto possibile. Sono ansioso
di proclamare l'innocenza di mio padre.
- Certo.  meglio. -
Il tono della voce mancava di convinzione,
e Pietro Lussan se ne accorse subito.
- C' qualcosa che non va? - chiese. - La
vostra approvazione  piuttosto fiacca.
- Oh, no! E tutto giusto... soltanto pensavo
che dall'Argentina ritornerete in Indocina.
Il permesso sar scaduto, e non avrete
il tempo di tornare a Parigi. -
Gli occhi dell'uomo scintillarono.
- La piccola Arletta! - sussurr con dolcezza
- che mi fa l'onore di rimpiangere la
mia presenza in Francia! Supponete potrei
partire senza la sicurezza che non vi perdo?
- Oh! Non suppongo nulla. Penso soltanto
che il matrimonio con vostro zio mi d il
diritto di consigliarvi.
- Sapete quale dolce nome mi sale spontaneamente
alle labbra? - insist.
- No... ma state attento, signor Pietro:
sono una zia terribile e non accetter la minima
impertinenza dal nipote.
- Pazienza! Vi arrabbierete e mi castigherete:
mia Arletta, mia amata sposa. Non
riesco a trovare altro nome, in questo momento,
cara.
- Ebbene, la disinvoltura non vi manca, -
osserv la ragazza, rossa in viso, ma sorridente.
- Via, signor Pietro, a cosa servono
i vincoli di parentela, se li dimenticate cos
completamente? -
Lui non rispose. Era riuscito ad afferrare le
mani di Arletta, e mentre baciava uno dopo
l'altro i diti affusolati, cercava il modo di annunziare
alla giovane donna la soluzione, per
lui, naturalissima.
- Siete libera di disporre della vostra vita,
e mi pare che... potremmo... se acconsentite...
creare tra noi un nuovo vincolo, pi
completo, pi adatto alla nostra et...
- Ci richiede riflessione, - balbett Arletta,
intimidita. - Devo pensarci... -
S'interruppe, rossa e tremante.
- Oh, diletta, tra poco mia moglie spero,
non c' bisogno di riflettere tanto... quando
si sa ci che si vuole e quando si vuole davvero.
- E voi, signor nipote, credo sappiate bene
quello che volete... e lo vogliate... in modo
sicuro.
- S, amor mio, e tu? -
Una angoscia deliziosa come una visione
splendente, ma pesante come una cappa di
piombo, la obblig a sedersi.
Lo amava, quella ragazza cos assennata
che lo sfuggiva da tanti mesi?
- Chieder consiglio ad Andrea, - decise
ad alta voce Arletta.
Pietro Lussan trasal, udendo quel nome.
- Andrea? - chiese, aggrottando la fronte.
- Quello che port via i tuoi mobili?
- S, proprio lui.
- Insomma, chi  costui? Che cosa rappresenta
nella tua vita?  forse un ammiratore
molto apprezzato? -
Un po' di gelosia lo mordeva.
Lei protest, con un sorriso malizioso.
- Oh!  un amico... un ottimo amico, il
marito di una mia amica d'infanzia. Siamo
cresciute insieme, sua moglie e io, nel mio
paese nativo, Battenville; la sua casa era accanto
alla farmacia del mio patrigno. Il loro
matrimonio fu per me un grande dispiacere,
perch sapevo che, partiti loro, sarei stata
sola... spaventosamente sola.
- Matrimonio? Sgombero?
- Proprio cos. A lui, sebbene non volesse,
detti l'incarico di scegliermi un marito, laggi,
a Nanterre. Senza di lui sareste forse qui,
ora, mio bel nipote? -
Pietro sorrise. Era confuso pensando alle
idee che gli avevano tanto spesso attraversato
la mente, e che ancora riusciva male a eliminare.
Attir la giovane donna tra le sue braccia e
in un orecchio le mormor:
- Non ti pare eccessivo chiedere consiglio a
lui, oggi, amor mio?... -
- Hai ragione! - disse piano lei.
Cos Arletta Dalimours, vedova Lussan, non
fu costretta a cambiar nome una seconda volta.
Arletta e Pietro sono ora sposati, e la giovane
sposa trova finalmente nel matrimonio
oltre alla sicurezza e la dignit, l'amore!
Andrea approv pienamente l'unione, e, da
bravo fratello, accompagn lui stesso la sposa
all'altare.
Subito dopo le nozze, il giovane sposo prosegu
nell'opera di riabilitazione intrapresa.
Con il documento che provava la perfetta onorabilit
del padre e dello zio, si rec in America
con la moglie.
Appena arrivato si fece ricevere da uno degli
amministratori della societ, che aveva
meno infierito contro Massimiliano Lussan.
Fu accolto con simpatia.
- Sono certo, caro figliuolo, che la vostra
visita ci porta degli schiarimenti circa l'incresciosa
faccenda che preced la morte di vostro
padre. Ne sar felicissimo! Vostro padre godeva
tra noi la massima stima e considerazione.
Non abbiamo mai potuto capire come
una firma possa essere stata dimenticata. E vostro
zio, Anatolio Lussan? Non sarebbe colpevole
nemmeno lui? Ne sarei molto contento.
- Ecco il documento che mancava. -
E Pietro, tremante di commozione, porse la
ricevuta della somma mancante.
L'altro prese il foglio, lo gir in tutti i lati,
e cambi colore.
- Ma come? Come? - balbett smarrito. -
 terribile! Vi  qui, tra noi, un uomo al quale
fu consegnata la somma! E quest'uomo ha firmato
la ricevuta di quietanza... e non ha parlato! -
L'amministratore era sconvolto.
- Signor Lussan, riunir il Consiglio di amministrazione,
e vi convocher affinch possiate
esporre le vostre ragioni e domandare la restituzione
che vi  dovuta.
-  proprio ci che voglio, - afferm il
giovanotto. - Mio padre fu convocato dinanzi
all'intero Consiglio, e dinanzi all'intero Consiglio
ne riabiliter la memoria. Vi avverto che
ho fatto fotografare la ricevuta, e ho informato
della faccenda un avvocato. Secondo
come agiranno con me, io agir con il colpevole.
Ho preso tutte le precauzioni affinch chi
ha causato la morte di mio padre, non possa
sfuggire alla punizione... anche se gli venisse
l'idea di sopprimermi o di fare sparire questa
ricevuta. -
In attesa della convocazione del Consiglio,
Pietro non aveva pace.
Fortunatamente per lui, il vero colpevole
apparteneva alla categoria dei deboli, pronti
a tutto... Il Consiglio di amministrazione prese
subito provvedimenti, e il colpevole, non
solo dovette rimborsare la somma indebitamente
riscossa, ma pagare i danni che erano
derivati dalla sua azione disonesta.
Cos Lussan riceveva pubblicamente la riabilitazione
che gli era dovuta.
Quando tutto fu terminato, Arletta e Pietro
si stabilirono a Parigi. Erano ricchi, ora, e il
pensiero dell'avvenire non li preoccupava pi.
Un'altra gioia attendeva i due sposi: tra
poco sarebbe nato il loro primo bambino, a
perpetuare il loro nome riabilitato!
Pietro, di nascosto alla moglie, acquist il
castello delle Querci Verdi e le terre che lo
circondavano. Per qualche mese tenne nascosto
l'acquisto, ci che gli permise di far riparare,
adattare, rimodernare il castello senza
parlarne alla moglie. Poi un bel giorno la
condusse a fare una gita in una automobile
che ora gli apparteneva davvero.
Facendo un lungo giro Pietro entr con la
vettura nel parco da un viale secondario. Durante
l'ultima parte del tragitto, i luoghi avevano
risvegliato qualche vago ricordo nella
mente della signora Lussan, ma non aveva approfondito
la sua impressione, assorta nell'ammirare
i boschi e le vaste distese verdeggianti.
L'entrata nel parco, dopo aver oltrepassato
un cancello, la turb un poco e la rese inquieta.
- Siamo in una propriet privata, - osserv.
- Bisogna tornare indietro. -
Pietro non ne sembr affatto turbato.
- Propriet privata?  vero! - rispose allegramente.
- Beh! Il proprietario sar gentile
e ci lascer godere di questa bella ombra...
per qualche minuto. -
E suon il clackson, come per far sapere al
mondo intero che si trovava illecitamente in
un parco privato.
Arletta scese di vettura e rimase stupefatta.
- Oh, Pietro... ma questo  il castello delle
Querci Verdi! - grid. - Siamo a Battenville!
Oh, perch mi hai condotta qui? -
Lui la prese tra le braccia.
- Ti dispiacerebbe, cara, abitare qui? Essere
ospite del proprietario, che conosco?
- Oh, tutt'altro! - assicur lei.
- Ebbene, carissima, sii contenta: sei in
casa tua! -
Gi da qualche tempo Arletta provava qualche
malessere. Un giorno ebbe uno svenimento.
Accett dunque di farsi visitare dal medico.
Per le medicine ordinate fu necessario ricorrere
al farmacista di Battenville. Non volendo
servirsi del signor Lebredel, sarebbe stato necessario
recarsi in un paese distante dodici
chilometri.
Arletta non pens a quella piccola complicazione,
ma suo marito trov la cosa divertentissima.
Il signor Lebredel, avvicinato telefonicamente,
fu felice dell'ordinazione. Perci
decise di andare in persona a portare le medicine.
Quando giunse al castello, un domestico lo
fece passare, pregandolo di attendere un istante.
Nel salotto gir distrattamente lo sguardo
sui mobili di buon gusto che lo circondavano.
A un tratto la sua attenzione si fiss sul muro
dove era appeso un grande quadro a olio
rappresentante una bella donna. Sbalordito, si
avvicin.
- Oh! Cosa c'entra lei qui? -
Si ud un rumore di passi, e Pietro entr.
Sorpreso e sconcertato dall'arrivo del padrone
di casa, il signor Lebredel dimentic tutte
le belle frasi preparate.
Pietro afferr subito l'ironia della situazione,
e disse:
- Buon giorno, signore!... Ecco le medicine,
senza dubbio. -
L'altro balbett qualche parola incomprensibile;
il padrone di casa tagli corto, imperturbabile:
- Benissimo!... Avete il conto? Pagher subito.
- Non c' furia, signore! Sono a vostra disposizione
per tutto ci che pu occorrervi...
- Tenete forse anche articoli fotografici e...
tubetti di colore? -
Lebredel assent, ripromettendosi di ordinarne
senza indugio.
Pietro continu, un po' ironico:
-  forse per questo che stavate osservando
quel quadro? Un ritratto somigliantissimo.
- S, signore... o meglio no! Quella signora
somiglia in modo strano a una... mia parente.
- Alla signorina Arletta Dalimours, forse...
la figlia del noto scienziato? Si tratta della signora
Lussan, mia moglie.
- Oh, signore, mi rallegro! Ma che incontro.
Io sono il signor Lebredel, suo patrigno,
signore; il secondo marito di sua madre. -
Pietro s'inchin appena. Pareva che a un
tratto si fosse irrigidito.
Lebredel acquistava invece una certa baldanza.
Con disinvoltura, disse:
- Sarei felicissimo di presentare i miei
omaggi alla signora Lussan, mia figliastra... e
con quanta gioia la signora Lebredel riabbraccer
sua figlia! Ma forse la signora Lussan non
 qui?... Non vorremmo importunarvi, signore,
specialmente se avete in casa un ammalato. -
Gli occhi di Pietro divennero di ghiaccio,
mentre con voce fredda rispondeva:
- Vi prego, signore, di presentare i miei
ossequi alla signora Lebredel. Senza dubbio
sar ricevuta... compitamente in casa nostra. -
Lebredel si profuse in ringraziamenti, ma lo
sguardo chiaro e diritto di Pietro Lussan, quello
sguardo duro che Arletta aveva conosciuto
un tempo, tagli corto a ogni effusione.
Appena il farmacista se ne fu andato, Pietro
corse dalla moglie e la inform di quel colloquio;
lei non dimostr molta gioia.
- La mamma verr qui, - disse, pensosa.
E una grossa lacrima le scivol sulla guancia.
- Oh, non piangere! Credevo di darti una
grande gioia! -
Arletta sorrise al marito.
- Hai ragione, caro, - afferm. - Devo essere
felice: maritata, ricca e circondata dal
tuo affetto, devo apparirle sotto una forma lusinghiera
per il suo amor proprio.
- Hai amato tanto tua madre, che non ho
creduto di doverle chiudere la nostra porta.
- Hai fatto bene. Sar felice di rivedermi,
bench la nascita del piccino la trasformi in
nonna.
- Oh!  impossibile che questa nascita le
sembri imbarazzante.
- Devi essere indulgente con lei. Nonna! Le
riuscir duro portare questo titolo.  cos giovane!
- Cara, - disse Pietro - non temere; sar
gentile con tua madre... e pensa che per ospitare
la nostra felicit vi sono altri luoghi sulla
terra, oltre Battenville. Ho voluto farti prendere
una rivincita sul passato e su tutti coloro
che ti hanno oppressa quando eri sola e senza
difesa. Inoltre, la vicinanza del signor Lebredel,
presa a dosi troppo forti, non mi si confarrebbe
molto, credo! -
Mentre nel castello delle Querci Verdi accadeva
questa scenetta, un'altra si svolgeva a Battenville,
nella sala da pranzo dei Lebredel.
Tornato a casa, il farmacista raccont la visita
al castello in tutti i suoi particolari, e la
moglie lo ascolt, raggiante.
- Arletta insomma  riuscita a sistemarsi!...
 meno sciocca di quanto credessi. Per noi
sar piacevole che abiti alle Querci Verdi... -
La sua vanit era appagata, e ora pensava
a una sola cosa: essere presto ricevuta al castello
per potersi pavoneggiare.
Le ore passavano troppo lente per il suo desiderio,
avrebbe voluto che tutto il paese fosse
informato della straordinaria notizia: la moglie
del farmacista era la madre dei proprietari
del castello!... Tuttavia volle assicurarsi dell'accoglienza
che le veniva riservata alle Querci
Verdi, e preg il marito di telefonare subito
per fissare un appuntamento.
Pietro rispose calmo, e freddo:
- Benissimo. La signora Lebredel sar ricevuta
quando vorr presentarsi. -
Quelle parole urtarono un poco la moglie del
farmacista; le facevano sentire che la visita
le veniva concessa quasi come una grazia.
Quando giunse l'ora della visita della signora
Lebredel alle Querci Verdi, il farmacista, dopo
aver affidato il laboratorio al suo aiutante, decise
di accompagnare la moglie.
Vestiti con gli abiti migliori salirono in una
automobile noleggiata apposta. Soddisfatti, andavano
verso il trionfo.
Appena la madre entr. Arletta, sofferente,
si alz dalla poltrona e corse incontro alla signora
Lebredel.
- Mamma! - grid con affetto.
- Finalmente ti ritrovo, figlia mia! Non sei cambiata affatto. Temevo di ritrovarti invecchiata e stanca, come sarebbe stato naturale dopo una vita cos agitata.
...
.
...
FINE.